PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Malattie, abitudini di vita e malattie dei negri

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1 luglio, 2015 - 16:46
di Luigi Benevelli

 
Il 28 maggio 1936, presso la Casa del fascio di Bologna, Giuseppe Penso, capo del laboratorio di microbiologia dell’Istituto Superiore di Sanità, docente d’Igiene tropicale e subtropicale nella Regia Università di Roma,  tenne la prolusione  al primo corso di “Nozioni mediche coloniali”. Il testo fu  pubblicato sulla rivista «Archivio italiano di scienze mediche coloniali e parassitologia», 1936, fascicolo 7, 385-395.

Il nostro, dopo aver trattato dell’igiene coloniale, la scienza che si occupa delle prescrizioni che consentono “di vivere sanamente in terre diverse dalle nostre”, passa a discutere del problema degli indigeni che costituirebbero “la principale fonte di contagio per il bianco e il principale ostacolo alla bonifica sanitaria delle colonie poiché sfuggono a ogni controllo e sono per lo più alieni ad ogni innovazione igienica”. A tale riguardo Penso riferisce che il duca degli Abruzzi gli aveva raccontato di aver fatto costruire nei villaggi indigeni di Somalia “numerose latrine allo scopo di combattere la diffusione dell’anchilostomiasi e dell’amebiasi, evitando la dispersione delle feci nell’ambiente”. Ma gli indigeni, “pur credendo di obbedire alle disposizioni date dal grande Capo bianco”, andarono a defecare intorno alle piccole capanne costruite, ma mai al loro interno ove esisteva una appropriata latrina, giacché non era neppure concepibile per loro!”.
Ancora, “L’indigeno malato, per suo carattere, per sua mentalità, per suo atavismo rifugge dall’essere ricoverato all’ospedale, crede più all’erba della foresta che alla medicina scientifica, preferisce lo stregone al migliore dei medici e va a morire lontano da ogni luogo ove sia possibile la benché minima inchiesta”.
Fra le fonti di malattie dei negri vi sono le loro abitazioni che “variano notevolmente di forma da a seconda della regione […]; ma se cambia la forma, il metodo di costruzione è sempre lo stesso”: canne e foglie di palma poste verticalmente, con il tetto di sterpi e paglia. Nell’interno, queste capanne sono vuote: non hanno che poche stuoie gettate in terra sulle quali i negri “vivono, si può dire, tutta la santa giornata in mezzo a una miriade di insetti e di zecche di ogni genere. Queste capanne, poi, non hanno che una sola angusta apertura che serve da porta di ingresso e da finestra”.
Non bastassero le abitazioni malsane, sulla diffusione di malattie influisce un’infinità di abitudini anti-igieniche: l’abitudine di mangiare con le mani, servendosi tutti nello stesso recipiente; di far bere in un solo unico bicchiere che passa di mano in mano, di bocca in bocca, senza essere naturalmente mai lavato; di passarsi la stessa pipa da un fumatore all’altro: di raccogliere nelle mani gli sputi dei parenti e degli amici malati.
“E presso i negri si va avanti tutto a forza di Spiriti Maligni che vanno ad albergare nel corpo dei viventi, per dilaniarli, tentarli, distruggerli”. Per cacciarli “si ricorre di solito allo stregone del villaggio, che cerca di allontanarli con cabalistiche esorcerie e con speciali infusioni, quasi tutte a effetto emetico e purgativo”. […] Ma per liberare il corpo dagli Spiriti del Male […] si ricorre anche alle danze taumaturgiche”.
Penso racconta di averne viste parecchie di queste, “ballate tutte al suono monotono e penetrante del tam-tam”. Tali danze “non hanno solamente uno scopo terapeutico, ma anche, e quasi sempre, afrodisiaco: esse finiscono, infatti, in baccanale, in orgia”. E commenta: “Tutti questi simpatici mezzi terapeutici sono stati escogitati dagli stregoni locali, dai medici indigeni” dei quali così rappresenta un esemplare:
“vera sorta di straccione, mezzo vestito all’europea, con il viso grottescamente camuffato e un gran pennacchio in testa con appesi un po’ dappertutto ossa da morto, idoli senza nome, con una sacca piena di erbe magiche a tracollo e una specie di tamburo legato alla cintola, con il quale tutti questi stregoni annunziano festosamente il proprio arrivo”.

( a cura di Luigi Benevelli)

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