GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Agosto 2015 II - Desiderio e cura

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24 agosto, 2015 - 20:36
di Luca Ribolini

CARTOLINE EROTICHE DA DERRIDA. Un libro in tre movimenti: il primo, straziato da una traduzione piena di errori, ricorda un romanzo epistolare che incorpori l’antica tradizione della lettere filosofiche 
di Andrea Calzolari, ilmanifesto.info, 9 agosto 2015

Quando La Carte postale di Jac­ques Der­rida, ora edito da Mime­sis man­te­nendo, non si capi­sce per­ché, il titolo ori­gi­nale fran­cese (pp. 513, euro 28,00), uscì in Fran­cia nel 1980 destò non poche sor­prese: il filo­sofo rigo­roso e schivo che, nei volumi pre­ce­denti, aveva voluto non com­pa­ris­sero nem­meno le abi­tuali note bio­gra­fi­che in quarta di coper­tina – del resto erano gli anni in cui su «Tel quel», la rivi­sta della neo-avanguardia fran­cese a cui Der­rida col­la­borò tra il 1965 e 1971, si teo­riz­zava che è l’opera a fir­mare l’autore e non vice­versa – nella prima parte di que­sto libro, inti­to­lata Invii, pub­bli­cava un lungo epi­sto­la­rio ero­tico in cui, insieme a ser­rate e asi­ste­ma­ti­che anno­ta­zioni filo­so­fi­che, met­teva in piazza – o sem­brava met­tere in piazza – con nar­ci­si­stica impu­denza, sen­ti­menti, det­ta­gli bio­gra­fici, risvolti pri­vati della sua vita pub­blica, tic, risen­ti­menti e così via. Ma come appare fin dal titolo, le cose sono più com­pli­cate: que­ste let­tere, che si dicono scritte sul rove­scio di car­to­line postali, come tutte le car­to­line pos­sono infatti essere lette da chiun­que e pos­sono sem­pre non arri­vare a desti­na­zione; è una pos­si­bi­lità strut­tu­rale pro­pria a qua­lun­que let­tera, e in sostanza a qua­lun­que comu­ni­ca­zione. Alla tesi soste­nuta da Lacan nel cele­bre Semi­na­rio sulla «Let­tera rubata», secondo la quale una let­tera giunge sem­pre a desti­na­zione, Der­rida oppone l’eventualità che que­sto non suc­ceda: in altri ter­mini, la devia­zione non è neces­sa­ria, ma la pos­si­bi­lità di deviare è neces­sa­ria­mente iscritta in ogni invio.
 
Segue qui:
http://ilmanifesto.info/cartoline-erotiche-da-derrida/
 
 
UN PENSIERO IN FORMA DI ATTO. Gilles Deleuze. Nella lettura di Rocco Ronchi l’autore di «Differenza e ripetizione» è un esistenzialista, erede di Sartre
di Paolo Godani, ilmanifesto.info, 9 agosto 2015
 
Un appas­sio­nato e par­ti­giano elo­gio della filo­so­fia è ciò che, prin­ci­pal­mente, muove il sag­gio di Rocco Ron­chi tito­lato Gil­les Deleuze Cre­dere nel reale (Fel­tri­nelli, pp. 137, euro 14,00). L’idea è che se oggi, «soprat­tutto i più gio­vani» tro­vano «in un pen­siero così com­plesso, sco­stante, spesso fran­ca­mente incom­pren­si­bile» le ragioni che li por­tano «a sce­gliere la via della filo­so­fia», è per­ché «Deleuze, nella seconda metà del secolo, è stato tra i pochi a difen­dere l’onore della filo­so­fia», oppo­nen­dosi a coloro che da più parti ne auspi­ca­vano la «dismis­sione gene­ra­liz­zata». Lo stile di pen­siero del filo­sofo fran­cese viene così messo in espli­cita oppo­si­zione alle cor­renti nove­cen­te­sche eredi di Hei­deg­ger e di Witt­gen­stein, che in modi tal­volta anche radi­cal­mente dif­fe­renti hanno dichia­rato la fine della filosofia. Il metodo e lo stile con cui Ron­chi affronta il pen­siero di Deleuze non sono quelli dello sto­rico, che descrive il suo oggetto inse­ren­dolo nel con­te­sto suo pro­prio per­ché lo con­si­dera com­piuto e finito, cioè morto. La pro­spet­tiva, ispi­rata dallo stesso Deleuze, è piut­to­sto quella di chi vede nella filo­so­fia «non un fatto com­piuto ma un atto», a cui ci si può acco­stare solo con la pre­tesa di pro­lun­garne la linea della vita. È per­ciò che il testo in que­stione non è affatto una sem­plice intro­du­zione al pen­siero di Deleuze, ma – in linea con lo spi­rito della col­lana diretta da Mas­simo Recal­cati, che mira a «met­tere in luce l’eredità come un resto vivo e mai del tutto esau­ri­bile» – è esso stesso un testo di filosofia.
 
Segue qui: 

http://ilmanifesto.info/un-pensiero-in-forma-di-atto/

LA POESIA SECONDO ME 
di Franco Loi, ilsole24ore.com, 10 agosto 2015

Ci sono un’infinità di equivoci intorno a cosa sia la poesia. Una volta, circolava l’idea – anche tra i letterati – che l’andare a capo, fare una riga corta, fosse fare una poesia. Altra idea era quella della rima: parole che, in qualche modo, finiscono con un’assonanza fanno una poesia, oppure si pensava bastasse contare le sillabe, o altri fattori tecnici. Se la poesia fosse questo, sarebbe sufficiente fare una cattedra di poesia: si sfornerebbero poeti allo stesso modo in cui si sfornano ingegneri. Non è così. Anzi, la maggior parte dei poeti non ha frequentato le università e, soprattutto, le facoltà di Lettere. È interessante: pensiamo, ad esempio, a Montale, che era ragioniere, a Quasimodo, che era geometra.
Questo la dice lunga su come non sia possibile “insegnare” la poesia, e come la poesia – al contrario – tema molto il soverchio del troppo, l’eccesso di erudizione, «lo spavento della letteratura». Quante volte ho sentito dire «È già stato detto tutto». La poesia è qualcos’altro. È un movimento che attraversa l’uomo: scrivo movimento perché «emozione» nasce da «moto». Non sempre i moti attraversano la coscienza, a volte qualcosa avviene dentro noi e lo riceviamo attraverso ì sensi, o il «cuore», la percezione che più strettamente chiamiamo emozione. Un mio amico ha detto una bellissima cosa. In un’intervista gli ho chiesto cosa fosse l’amore e ha risposto «L’amore è un movimento. L’odio è il suo contrario, perché è un ostacolo». Questo è importante, perché vuol dire che il movimento, soprattutto quando è d’amore, lo proviamo tutti; tutti – chi più, chi meno – in un certo momento abbiamo bisogno di esprimere questi moti che ci attraversano, e sentiamo questa necessità in modo tanto più forte quanto più questi moti sono inconsci, perché quando riusciamo a farli arrivare alla coscienza e a tradurli attraverso la mente in qualcosa di pratico o di razionale, ecco che allora ci acquietiamo dentro la spiegazione che riusciamo a dare.
 
Segue qui:
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-08-10/la-poesia-secondo-me-165147.shtml?uuid=ACjHahf&refresh_ce=1  
 

L’AMORE TRA DIPENDENZA E AUTONOMIA 
di Michela Marzano, vanityfair.it, 12 agosto 2015

Come si fa, quando si ama, a essere al tempo stesso autonomi e dipendenti? Per il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, l’essere umano diventa autonomo nel momento in cui è capace di mantenere “linee di demarcazione chiare e nette” tra sé e gli altri. Il che è però possibile solo dopo un doppio processo di separazione: bisogna essere pronti prima a separarsi dalla madre, poi a differenziarsi dal mondo. E anche se, al culmine dell’innamoramento, i limiti tra l’io e il tu rischiano sempre di essere cancellati, l’abbandono all’altro non dovrebbe mai essere totale e definitivo. La capacità di ritrovare i propri confini dopo i momenti di rapimento erotico è d’altronde la chiave di volta non solo dell’identità personale di ciascuno di noi, ma anche di quelle relazioni affettive che Freud definiva “soddisfacenti”.
 
Segue qui:
http://www.vanityfair.it/news/italia/15/8/12/michela-marzano-amore
 

I BAMBINI HANNO DAVVERO BISOGNO DI UN PROGRAMMA DI “MEDITAZIONE”? 
di Luigi Campagner, ilsussidiario.net, 13 agosto 2015

Se abitate a New York o nei dintorni avrete anche voi ricevuto una mail dalla scuola elementare dei vostri figli per chiedervi l’adesione al programma di meditazione “mindful schools” che inizierà in molte scuole dello Stato di New York e di altri Stati della Federazione il prossimo mese di settembre. Così alle vostre preoccupazioni estive gravitanti attorno al dilemma: compiti delle vacanze sì, compiti delle vacanze no, ecco aggiungersi un novo esotico e stimolante quesito. Se invece abitate nell’italico stivale, soprattutto nei dintorni di Milano City, il concentrato urbano più simile alla metropoli verticale americana, non pensatevi al riparo da questo incombente e ormai inesorabile mainstream, perché il vento ha ormai iniziato a soffiare. La mindfulness è uno degli ultimi ritrovati delle università americane nel campo delle terapie psicologiche le cui applicazioni sono di recente approdate sui banchi di scuola. I primi studi sulla mindfulness, risalenti agli inizi degli anni 70 alla Massachusetts University, hanno isolato un singolo aspetto delle tecniche di meditazione del buddismo e dell’induismo, per sottoporlo alle esigenze accademico-­scientifiche di misurabilità dell’attività psichica: test, scale percentili e misurazioni quantitative varie che farebbero sobbalzare Cartesio e con lui sicuramente anche Spinoza, per i quali pensieri, affetti, sentimenti e emozioni afferiscono alla res cogitans (qualitativa) e non alla res extensa (quantitativa).
 
Segue qui:
http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2015/8/13/SCUOLA-I-bambini-hanno-davvero-bisogno-di-un-programma-di-meditazione-/631594/
 
 

LA CLASSIFICA DEFINITIVA DEI PIÙ GRANDI LIBRI DI SEMPRE. Un sito ha messo insieme 107 differenti graduatorie. Tra i romanzi, trionfa “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust. Nel nuovo millennio, Franzen 
di Redazione, linkiesta.it, 13 agosto 2015

I gusti sono soggettivi, tanto più quando si parla di arte e, nel caso specifico, di letteratura. Tuttavia, in molti si sono azzardati, sentendo i più eminenti critici del settore, nello stilare una classifica dei più grandi libri di ogni tempo, o del secolo, o del decennio. C’è chi, di quelle classifiche ne ha fatto la base per costruire la propria. È il caso di un sito internet che, non a caso, si chiama thegreatestbooks.org. Che di classifiche ne ha messe insieme 107, le più autorevoli. E sulla base di quelle ha decretato i vincitori. Ci sono classifiche di narrativa e di saggistica, classifiche “di tutti i tempi” e per ciascuno degli ultimi decenni. Insomma, abbastanza per capire quanto il nostro gusto si avvicina al gusto della critica letteraria nel suo complesso. E, tema non secondario, quanti capolavori ci siamo persi, nel frattempo. A voi il gusto di entrare nei meandri di tutte le classifiche. Qui, però, vi presentiamo quelle più significative, a partire dalla “all time top ten” della narrativa (ovviamente dalla decima alla prima posizione). È proprio il caso di dirlo: buona lettura!
 
I più grandi romanzi di tutti i tempi
10. Madame Bovary, di Gustave Flaubert
9. La divina commedia, di Dante Alighieri
8. Il Grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald
7. Odissea, di Omero
6. Guerra e Pace, di Lev Tolstoj
5. Amleto, di William Shakespeare
4. Moby Dick, di Herman Melville
3. Don Chisciotte, di Miguel De Cervantes
2. Ulisse, di James Joyce
1. Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust
I tre più grandi romanzi del nuovo millennio
3. Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, di Michael Chabon
2. Austerlitz, di W. G. Sebald
1. Libertà, di Jonathan Franzen
I tre più grandi romanzi degli anni ‘90
3. Harry Potter e la pietra filosofale, di J.K.Rowling
2. L’uccello che girava le viti del mondo, di Haruki Murakami
1. Pastorale americana, di Philip Roth
I tre più grandi saggi di sempre
3. L’interpretazione dei sogni, di Sigmund Freud
2. Le confessioni, di Agostino
3. Saggi, di Michel de Montaigne
 
http://www.linkiesta.it/classifica-libri-piu-grandi-di-sempre
                                        
 

DREAMLAND: COME COSA E PERCHÉ SOGNIAMO 
di Anna Meldolesi, Il Corriere della Sera, 13 agosto 2015

Si stima che passiamo a sognare almeno due ore per notte, nel corso di una vita fanno sei anni filati trascorsi nel mondo di Dreamland. Il corpo è bloccato, per impedirci di compiere le attività che sogniamo. Sarebbe rischioso mettersi davvero a correre per sfuggire a dei nemici onirici, tanto per fare un esempio. Solo gli occhi si muovono, ed è per questo che si parla di fase Rem del sonno (rapid eye movement). Ma non si tratta di occhiate lanciate per esplorare i luoghi sognati. Piuttosto di reset che accompagnano il passaggio da una scena onirica all’altra, come accade con i proiettori ad ogni cambio di diapositiva. Magari sogniamo di passeggiare per strada, poi c’è un clic e siamo altrove, in un bosco. Oppure irrompono in scena dei compagni di avventura inaspettati. L’ipotesi si basa sullo studio appena pubblicato su Nature Communications da un gruppo internazionale che ha studiato 19 soggetti con degli elettrodi nel cervello. Il procedimento è invasivo, ma giustificato dal fatto che si trattava di pazienti epilettici interessati a monitorare la propria malattia e disposti a mostrare ai ricercatori anche l’attivazione onirica dei propri neuroni. Giulio Tononi e Chiara Cirelli dell’università del Wisconsin e i loro colleghi hanno osservato, in particolare, un fenomeno che si verifica nel lobo temporale mediale. I movimenti oculari della fase Rem sono seguiti, nel giro di una frazione di secondo, dall’accensione di quest’area del cervello che non è direttamente implicata nella visione. Il risultato sarebbe una specie di refresh delle rappresentazioni oniriche, sperimentato anche da chi è cieco sin dalla nascita e dai bambini nel ventre materno. La stesso schema di attivazione neuronale si verifica quando, da svegli, guardiamo un’immagine o la richiamiamo alla mente, segnalando al cervello il suo contenuto concettuale. Questo conferma che la fase Rem assomiglia alla veglia: il mondo onirico sarà anche diverso da quello reale ma ci sembra vero, perché è vero per il nostro cervello addormentato.
 
Segue qui:
http://lostingalapagos.corriere.it/2015/08/14/dreamland-come-cosa-e-perche-sogniamo/?refresh_ce-cp 

L’INCERTA ETÀ DELL’ADULTO. «La porta stretta. Come diventare maggiorenni» di Umberto Curi, per Bollati Boringhieri. Il difficile affrancamento, fra parricidi metaforici e devozione filiale 
di Ernesto Milanesi, ilmanifesto.info, 14 agosto 2015

 
Rito di pas­sag­gio per anto­no­ma­sia. Meta­fo­ri­ca­mente, e non solo. La mag­giore età rap­pre­senta il salto verso auto­no­mia, con­sa­pe­vo­lezza, respon­sa­bi­lità e affran­ca­mento. Mette fine alla cre­scita lineare, pro­tetta dai «grandi» e addo­me­sti­cata con abi­tu­dini, edu­ca­zione e pre­cetti. È la rot­tura del cor­done ombe­li­cale nei con­fronti dei geni­tori: dun­que, la per­fetta idea di filia­rità inter­rotta. Si tra­duce — per esten­sione figu­rata — nell’allievo libero dall’ombra del mae­stro, ma anche nel pen­siero final­mente svin­co­lato dai dogmi fami­liari come pure nella visione del mondo indi­pen­dente dalla volontà pedagogica.
Spesso, un simile strappo viene fatto com­ba­ciare con l’emancipazione dall’età della subor­di­na­zione. In realtà, come non basta la cer­ti­fi­ca­zione ana­gra­fica così la «men­ta­lità libera» è tutt’altro che lineare, sem­plice, defi­ni­tiva. Abi­tuato all’endiadi Umberto Curi esplora una duplice «dimen­sione» della filo­so­fia: la rifles­sione che non può pre­scin­dere da testi sacri, icone let­te­ra­rie e tea­trali, totem della psi­coa­na­lisi. Con La porta stretta. Come diven­tare mag­gio­renni (Bol­lati Borin­ghieri, pp. 224, euro 16) si avven­tura lungo la sot­tile linea che, in teo­ria, separa il mito dall’interpretazione accla­rata o la «verità» dal suo disve­la­mento rispetto all’opinione. Piut­to­sto inse­gue, testual­mente, la «cata­strofe» che norma ogni muta­mento di vita, con­sa­pe­vo­lezza, potere e per­fino di fede. Iti­ne­ra­rio denso, frutto della decen­nale ricerca impron­tata sull’originalità della forza dello sguardo filo­so­fico. Si muove dalla «porta stretta» di Luca e, insieme, dal VII libro della Repub­blica pla­to­nica: la sco­perta del póle­mos evan­ge­lico accanto all’autentica lezione del mito della caverna. «Com­bat­tete» è il comando in rispo­sta a chi chiede quanti sono i desti­nati alla sal­vezza divina, per­ché davanti all’uscio sarà «pianto e stri­dore di denti». Un agòn che rin­via all’orto dei Getse­mani, deci­sione dolo­rosa in uno sce­na­rio altret­tanto incerto.
 
Segue qui:
http://ilmanifesto.info/lincerta-eta-delladulto/


AGGRESSIONE CON L’ACIDO, È NATO IL FIGLIO DELLA COPPIA DIABOLICA. ECCO COSA È SUCCESSO A POCHE ORE DAL PARTO DI MARTINA LEVATO 
di Redazione, caffeinamagazine.it, 16 agosto 2015

Martina Levato ha dato alla luce suo figlio poco dopo la mezzanotte del 15 agosto. La ragazza, che è stata condannata con Alexander Boettcher in primo grado a 14 anni per aver sfigurato con l’acido Pietro Barbini, non ha neanche potuto vedere il piccolo che è stato subito allontanato dalla mamma. Nei prossimi giorni il Tribunale di Milano si pronuncerà sul futuro del bimbo. Le prospettive sono due: se resterà con la mamma o coi nonni, crescerà con la prospettiva di entrambi i genitori in carcere. L’altra ipotesi, l’affido, in vista di una possibile adozione. Il pm dei minori di turno, Annamaria Fiorillo, chiarisce: “Nell’urgenza ho dato le indicazioni di prassi in casi come questo. Evitare i contatti con i genitori in modo tale che i giudici non vengano influenzati da relazioni o aspettative preesistenti”. Come riferisce l’avvocato della Levato, la ragazza è sconvolta. I nonni sono stati gli unici a poter vedere il bambino. Al papà, in cella, a San Vittore, sono state negate visite speciali. Il trasferimento in Mangiagalli, uno dei più famosi ospedali ostetrici italiani, è stato chiesto dal pm Marcello Musso che, per contro, si era opposto con forza, per la pericolosità della ragazza, agli arresti domiciliari. Il magistrato ha comunque assicurato a Martina le migliori cure possibili.
 
Segue qui:
http://www.caffeinamagazine.it/italia/21745-aggressione-con-l-acido-e-nato-il-figlio-della-coppia-diabolica-ecco-cosa-e-successo-a-poche-ore-dal-parto-di-martina-levato
 

QUANDO LA MAMMA È CATTIVA 
di Massimo Recalcati, repubblica.it, 17 agosto 2015

Il caso di Martina Levato pone in questi giorni, tra gli altri, questi interrogativi, ai quali, però, se ne devono aggiungere altri ancora: una donna che si è macchiata di un reato gravissimo come quello di sfregiare con l’acido un proprio ex mentre già sapeva di essere incinta può diventare una madre sufficientemente buona? L’insegnamento della psicoanalisi è che la maternità — come la paternità — non è mai solo un evento biologico, ma è innanzitutto un evento del desiderio. La natura non è mai sufficiente in sé — come spiega bene anche il testo biblico — per fare sorgere la vita in quanto vita umana. È necessario qualcos’altro; l’intervento di un elemento terzo, l’intervento della parola e di una adozione simbolica. Il caso di Martina Levato e del suo partner dovrebbe già bastare ai sostenitori incalliti della cosiddetta famiglia naturale a comprendere che essere una coppia eterosessuale non è mai una condizione sufficiente per garantire una genitorialità sufficientemente buona. Lo sappiamo: quello che davvero conta è l’apertura verso il figlio, la disponibilità ad arretrare, a diminuire, a fare spazio, a decentrarsi, a donare, come direbbe Lacan, quello che non si ha. Diventare genitori comporta un taglio, una discontinuità nella nostra esperienza del mondo e di noi stessi: una responsabilità illimitata irrompe modificando per sempre la nostra percezione delle cose.
 
Segue qui:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/17/quando-la-mamma-e-cattiva27.html?ref=search&refresh_ce
 
 

MA IO DICO CHE QUELLA MAMMA POTEVA RINASCERE 
di Ferdinando Camon, lastampa.it, 18 agosto 2015

Stanno per togliere il figlio appena nato a una madre condannata per aver sfigurato con l’acido l’ex fidanzato. Data la gravità della colpa, in molti avevano previsto questa conclusione. Anch’io, ma con una riserva: se una donna giovane commette una colpa pesante e merita una condanna pesante perché non è pentita, possiamo noi ritenere che quella donna non possa cambiare (cioè pentirsi) con l’esperienza della maternità? La domanda può anche essere un’altra: che cos’è la maternità? Gli uomini lo sanno? La mia risposta è «no».  Poiché sono uomo, includo nell’ignoranza anche me stesso: non sapevo cosa fosse la maternità, e per scriverci sopra un libro («Il Super-Baby») ho fatto un lungo viaggio nei diari delle incinte, nelle scuole che frequentano (specialmente in America), nei libri e nelle riviste dedicate a loro. Quei nove mesi, nei quali per noi uomini non succede nulla, in realtà sono un intenso scambio non solo di nutrimenti, dalla madre al figlio, ma anche di messaggi, domande, risposte, emozioni, reazioni, sentimenti: un uomo diventa padre quando il figlio nasce, ma una donna diventa madre fin dal primo concepimento, e il figlio vive quei nove mesi in compagnia di parole, chiamate, segnali.
Non è vero che il figlio si forma nel silenzio, il figlio si forma accompagnato da un tamburo incessante, come un treno che batte sulle rotaie. Quel tamburo è il cuore materno. Il figlio è confortato dalla monotonia di quel rumore, gli dà sicurezza. Se la monotonia s’interrompe, il nascituro trema. Un’équipe americana stava osservando un nascituro, tranquillo nel suo spazio monotono, quando nello studio entrò il padre, e sbatté la porta. Il non-ancora-nato ebbe un tremito. Scrivendo sulle donne incinte, ho scoperto la canzone di una incinta italiana, che quando il figlio scalciava lo cercava con la mano e pregava: «Santo Piero / dimmi il vero: / la testina dove sta? / Questa qui? / Questa qua?». E di una francese che di sera s’affacciava al cielo stellato col piccolo nel pancione e gli spiegava: «L’étoile se promène / au dessus de ton lit, / régarde! Elle t’emmène / dans le bleu de la nuit».
In America hanno provato a mettere musica nelle stanze dove stanno le, chiamiamole così, figlianti, e hanno fatto una scoperta: sentendo musica classica, il nascituro muove le mani, con la musica rock muove i piedi. Non chiedetemi spiegazioni. Non sono un ostetrico e neanche un musicologo, sono soltanto uno scrittore. Entrando negli spazi della maternità, dove si forma la vita, sono un ospite, forse neanche gradito. Ma credo che una scoperta del genere, una volta confermata, dovrebbe avere influenza sullo studio della musica e sulla critica musicale.  Nei mesi prenatali il figlio assorbe dalla madre ciò che la madre assorbe dalla vita. Se la madre assorbe veleni, in senso fisico e reale, anche il figlio è avvelenato, in senso fisico e reale. Quegli ammonimenti che adesso stampano sui pacchetti di sigarette, «Il fumo danneggia il feto», dicono la verità. Ma se è facile capire questo rapporto chimico-fisico, non ci è altrettanto facile capire il rapporto neuro-psichico che corre tra la generante e il generato. Eppure, certamente una generatrice ansiosa o nevrotica immette ansia o nevrosi nel generato. Abbiamo sempre pensato che l’uomo sarà nel resto della vita quel che è nei primi 4-5 anni. A questi 4-5 anni dovremmo aggiungere i precedenti nove mesi. Che sono ancora più importanti. La maternità è una rivoluzione. Con la maternità nascono due vite nuove, quella del figlio e quella della madre. Non si è mai pentita, questa ragazza dell’acido? Ma era una ragazza. Adesso è una madre. Tanto più si pentirà e diventerà buona, quanto più starà col figlio. Se glielo tolgono, la vogliono proprio perdere.
 
http://www.lastampa.it/2015/08/18/cultura/opinioni/editoriali/una-donna-pu-cambiare-con-la-maternit-7uRNHrFX0ZDQK15jjKZfNL/pagina.html
 
 

DISTRUGGO UNA VITA POI FACCIO LA MAMMA 
di Francesca Visentin, venetoblog.corrieredelveneto.corriere.it, 19 agosto

Martina Levato ha scagliato l’acido contro Pietro Barbini, sfigurandolo per sempre e distruggendo la sua vita, mentre Alex Boettcher (padre del bambino che Martina in quel momento portava in grembo) inseguiva il ragazzo con un martello. 
Prima di Pietro, Martina e Alex avevano già aggredito e sfregiato altre due persone. In un caso non ce l’avevano fatta. Ecco i “genitori”: la “coppia dell’acido”. Gran dibattito se dare in adozione o meno il bimbo nato dalla relazione tra i due: lei diceva di sfregiare con l’acido “per purificarsi da tutti i ragazzi con cui aveva avuto contatti”, lui sbruffone, megalomane e violento con l’abitudine di tatuare sul corpo “le sue donne”, è stato definito dagli esperti egocentrico, narcisista, manipolatore e dominatore. 
“Una coppia criminale, egoista, simbiotica – li definisce così la psicanalista Lella Ravasi Bellocchio –. Una coppia che esclude qualsiasi terzo non ‘di proprietà’. Genitori incapaci di empatia, totalmente centrati su di sé”.
Ma di che dibattito stiamo parlando? Dice bene Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano: “Procreare un figlio non significa avere la capacità di crescerlo. Dall’inchiesta non sembra che questi due genitori dimostrino capacità di dare amore, calore, umanità”. Basta, non c’è altro da aggiungere, il punto è molto chiaro. 
Non è un rapporto sessuale o una gravidanza a rendere madri o padriLo sanno bene tutte quelle coppie che per diventare genitori e adottare un bambino si sottopongono a anni estenuanti di indagini psicologiche, verifiche giuridiche e patrimoniali, montagne di carte, documenti e dossier burocratici da presentare a Servizi Sociali, Procura, Tribunali. 
Tutte queste verifiche, lunghissime, infinite, umilianti per gli aspiranti genitori vivisezionati per anni, pur di dimostrare di essere adatti e adeguati per accogliere un bimbo orfano o abbandonato. E spesso basta un semplice, piccolo, innocente particolare, come essere al secondo matrimonio, o avere cambiato casa troppe volte negli ultimi anni, perché gli aspiranti genitori adottivi finiscano sotto la gogna di relazioni psicologiche e pareri psicanalitico-legali che mettono in dubbio la loro idoneità come genitori.
In questo scenario, restano ancora dubbi sul fatto che una donna e un uomo che nulla hanno realizzato nella loro vita se non relazioni deliranti e che hanno tentato di annientare con l’acido tre persone, riuscendoci in un caso, possano essere considerati “genitori” del bimbo che hanno concepito? 
A me pare una brutalità senza fine nei confronti del povero, innocente, bambino condannarlo a “genitori” del genere. E perché non sentiamo invece cosa ne pensa della questione Pietro Barbini, un giovane ragazzo devastato dall’acido, mutilato e sfigurato nel corpo e nell’anima, che tra atroci sofferenze e decine di operazioni sta tentando di sopravvivere a ciò che Martina e Alex gli hanno fatto. 
Chi gli ha fatto questo può poi tranquillamente cullare e crescere un neonato, educare un bambino, formare un adolescente, insomma occuparsi di un figlio?
Salviamo quella piccola vita affidandolo a genitori degni di questo nome, persone equilibrate, amorevoli, sane, capaci di amare. Allontaniamolo per sempre dalla “coppia dell’acido” e anche da quei “nonni” che della “coppia dell’acido” sono stati i genitori e quindi qualche responsabilità hanno in ciò che è successo: procreare non significa avere la capacità di essere genitori. 
I nonni? Sottolinea l’analista Lella Ravasi Bellocchio: “Se fossero portatori di amore autentico, sarebbero i primi a chiedere che il nipote venga subito adottato da una coppia il più possibile lontana. E presto”.
 
http://venetoblog.corrieredelveneto.corriere.it/2015/08/19/distruggo-una-vita-poi-faccio-la-mamma/?refresh_ce-cp
 
 
I più recenti pezzi apparsi sui quotidiani di Massimo Recalcati e Sarantis Thanopulos sono disponibili su questo sito rispettivamente ai link:
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4545
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4788
 
Da segnalare le seguenti rubriche: "Laicamente, Dialoghi su psichiatria, arte e cultura" di Simona Maggiorelli, al link 
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/5673
"Mente ad arte, percorsi artistici di psicopatologia nel cinema ed oltre, di Matteo Balestrieri al link 
http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4682
 
(Fonte dei pezzi della rubrica: http://rassegnaflp.wordpress.com

 

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