LO PSICOANALISTA E LA CITTA'
Riflessioni sulla vita contemporanea
di Massimo Recalcati

ALEXITIMIA, DOLORE SENZA LACRIME?

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26 agosto, 2015 - 06:10
di Massimo Recalcati

Oggi la psicopatologia rubrica sotto la diagnosi di alexitimia, la profonda difficoltà a riconoscere e a nominare i propri stati emotivi. Si tratta di un congelamento affettivo della vita umana. La sua diffusione più recente sembra indicarci che questa sindrome intercetta un disagio specifico della nostra Civiltà.
Il nostro tempo non è più quello dei grandi folli, della rivolta eroica della follia, del suo elogio anche ideologico che ha sedotto molti intellettuali – da Erasmo da Rotterdam a Deleuze -, ma quello di un conformismo sospinto che tende a spegnere il desiderio del soggetto in un grigio uniformismo.
Un grande psicoanalista come Winnicott, già negli anni cinquanta-sessanta del secolo scorso, ebbe il grande merito clinico, insieme ad Helene Deutsch, di aprire le ricerche della psicoanalisi ad una forma psicopatologica che non aveva più a che fare con la rottura drastica dei rapporti del soggetto con la realtà che si riscontra, per esempio, nei quadri psicotici.
Se nel soggetto delirante l’inconscio esplode a cielo aperto travolgendo la realtà, in queste nuove forme di sofferenza è il soggetto che perde contatto con il proprio inconscio, dunque con la propria vita emotiva.
Il risultato è una vita che si smarrisce in superficie perché non è più in grado di entrare in contatto con il proprio desiderio. Winnicott ha descritto queste personalità con il termine di “falso sé”. Si tratta di soggetti che indossano una maschera sociale per scongiurare il rischio - avvertito sempre come imminente -, del proprio crollo e che, in questo modo, perdono la capacità, come si esprime Winnicott, di “vivere creativamente” e di “sentirsi reali”.
E’ quello che più recentemente Bollas teorizza come “personalità normotica”, ovvero individui che pur essendo profondamente infelici si rifugiano dietro una vita adattata, apparentemente normale. Questi quadri non sono affatto lontani dall’attuale alessitimia. 
Essi rafforzano l’idea che il mito del nostro tempo sia quello dell’adattamento collettivo al principio di prestazione che, come tale, esclude di per sé la vita emotiva, il sogno, l’immaginazione, lo slancio, tendenzialmente sempre in perdita secca, del desiderio. Avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento. Meglio allora mantenersi separati dalla sua forza, escluderla, meglio diventare una macchina efficiente priva di emozioni. Dietro questa apparentemente nuova etichetta clinica non dovremmo allora leggere una tendenza che non investe solo la vita individuale, ma anche quella collettiva?
Il dominio del principio di prestazione sembra non conoscere più argini; la normalizzazione della vita stritola il pensiero critico e le possibilità del nostro futuro. La caduta delle emozioni e del loro riconoscimento non sono affatto estranee a questo dominio.
Esiste forse una dimensione generalizzata dell’alessitimia che coinvolge la vita attuale della Polis? 
La psicoanalisi insegna che il dolore che non conosce lacrime  - che non trova possibilità di simbolizzarsi -, tende a ritornare direttamente nel reale. Per esempio in una lesione di origine psicosomatica.
Ma quale sarebbe lo statuto di questo ritorno nella nostra vita collettiva?
Ne suggeriva un esempio drammatico Michele Serra in una sua recente Amaca: l’orrore per la barbara uccisione di Khaled Asaad  non ha trovato alcun eco significativo in Occidente. Il terrore del crollo ci ha anestetizzato, resi alessitimici? E quale ritorno nel reale questa assenza di simbolizzazione potrà provocare?

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