CLINICO CONTEMPORANEO
Attualità clinico teoriche, tra psicoanalisi e psichiatria
di Maurizio Montanari

Vale sempre la pena ? Note a margine di un dibattito sul fine vita e sul testamento biologico.

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19 settembre, 2015 - 13:57
di Maurizio Montanari

 
E’ stato questo il tema del dibattito al quale ho preso parte la sera dell’ 11 Settembre, alla presenza di Beppino Englaro e della dottoressa Maria Laura Cattinari, presidente dell’associazione ‘Libera Uscita’
La vicenda di  Eluana Englaro, che appare incredibile a tanti anni di distanza, ci ricorda impietosamente quanto l’Italia  rappresenti un unicum europeo, uno Stato che legifera   abdicando sovente a derive confessionali, o a furori di popolo  che reclamano il diritto a cure mediche non fondate su  alcuna validazione scientifica. Uno Stato che  non vuole prendere atto di quell’insieme di  regole e leggi non legali, ma accettate e condivise,  che a tutti gli effetti sono la vera ossatura del nostro paese.
 
E’ IL 1992 quando Eluana ha un incidente che da subito si dimostra fatale. Da quel giorno in poi seguiranno 11 anni di battaglie legali e di sentenze, attraversando le quali l’azione solitaria di Beppino ha messo in evidenza tutte le contraddizioni  del sistema giuridico  e politico, costretto ad  arrancare a volte violentemente, altre goffamente, nel tentativo di fermarlo.  Nel 1997 Beppino diviene il tutore di Eluana. Nel 1999   chiede l’interruzione della alimentazione forzata che viene respinta. Idem nel 2002  ( non era possibile definire con certezza l’accanimento terapeutico)
Il 16 ottobre 2007 la Cassazione separa definitivamente l’alimentazione  dalla definizione di accanimento terapeutico. La Corte stabili’ anche che  l’alimentazione artificiale poteva   essere interrotta, a patto che fosse possibile poter dimostrare che il paziente avesse espresso la richiesta di non essere mantenuto in vita in maniera artificiale.  La Corte d’Appello di Milano il 9 luglio 2008 accolse il ricorso di Beppino Englaro e lo autorizzò ad interrompere l’alimentazione artificiale. La procura di Milano fece ricorso contro la decisione della Corte d’Appello. Per la quarta volta il caso arrivò alla Corte di Cassazione che pronunciò la parola definitiva sul caso. In quel momento la Corte svelò il vulnus legislativo che ha permesso questa vicenda,  l’assenza di leggi chiare  che regolassero i trattamenti come l’alimentazione forzata in caso di stato vegetativo permanente.  Nel novembre del 2008 la famiglia Englaro cercò di mettere in atto la decisione della corte. Pochi giorni dopo la sentenza, il parlamento e lo stesso governo Berlusconi in carica cercarono di bloccare l’esecuzione della sentenza in ogni modo. Il 17 settembre Camera e Senato presentarono due ricorsi diversi alla Corte Costituzionale. La Corte Costituzionale dichiarò inammissibile il ricorso Il 16 dicembre il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi emanò un “atto di indirizzo” con il quale veniva vietato di interrompere l’alimentazione artificiale a tutte le strutture del servizio sanitario nazionale o convenzionate con esso.  Il 3 febbraio la famiglia Englaro decise di lasciare la regione Lombardia e di portare Eluana nella clinica “La Quiete” di Udine.  Il 7 febbraio il governo tentò di bloccare la famiglia con un decreto legge, poi tramutato in disegno di legge. Alle 5.45 di venerdì 6 febbraio i medici della clinica “La Quiete” avevano interrotto l’alimentazione e l’idratazione artificiale di Eluana.  
Troppo per un uomo solo.
 
L’attuale mancanza di una legge sul testamento biologico non è un caso. Non può esserlo, specie dopo questo calvario laico al quale è stato sottoposto Englaro. Si tratta di un vacuum che rappresenta  bene  quali siano le  conseguenze  di quello che Lacan ha definito il tramonto dell’Altro. Testimonianza ulteriore di quanto l’applicazione della psicoanalisi al legame sociale ( la psicoanalisi applicata), possa fornire chiavi di lettura del contemporaneo. Il dissolversi di questo Altro, ( quell’insieme di codici, regole, usanze, che plasma e orienta il legame sociale ) ha lasciato un enorme  spazio vuoto,  sul quale diverse istanze si affacciano ed  hanno, mai come in questo momento, lo scopo  di orientare i mores.  Nuove entità (  Big Pharma su tutte) emanano nuovi linguaggi ai quali il legame sociale si adatta. Mai come nel campo del ‘fine vita’ questo spazio legislativo lasciato vacante è stato terreno di conquista di pulsioni religiose o psedudoreligiose,  marcando l’insufficenza di una legge che non vuole formalizzarsi, e nemmeno vuole prendere in considerazione la realtà dei fatti.
 
Ho già fatto cenno in questa rubrica al concetto di ‘legge perversa’, intensa non nella sua accezione negativa, quanto come un sistema di regole che vive ai margini della legge, ne lambisce i confini, andando in direzione contraria , necessitando tuttavia della legge ufficiale per giustificare il suo agire. La clinica lacaniana ci permette di dare un valore diverso al termine 'perverso'. Se ci allontaniamo dalle categorie freudiane, vediamo che il perverso è colui che giura fedeltà ad una legge, non sempre eguale ed aderente alla lex degli uomini, e  la persegue sino in fondo, a volte violando il codice penale. Questo vale per quei medici  che disobbediscono al legislatore, perché devoti al giuramento di Ippocrate nel lenire le pene di fine vita di alcuni ammalati. La clinica non è mai un espressione di valore in assoluto.
 
 
Quale fu il ruolo di Beppino Englaro? Perché un accanimento cosi’ pervicace operato contro di lui, un uomo solo, al quale il parlamento sembrava dare la caccia? A tutti gli effetti egli incarnò quella posizione di Kinico di cui  parla S. Zizek, vale a dire colui che si prende il compito di scoperchiare, divellere, gettare in pasto all'opinione pubblica l’oscenità nascosta, ma da tutti conosciuta.
Accompagnare un malato terminale al crepuscolo della vita attraverso l’uso compassionevole degli strumenti medici, è pratica diffusa. Nota. Accettata e , in molti casi, cercata dalle famiglie. Pratica che però confligge con la lex italiana, la quale minaccia il medico e lo mette perennemente a rischio di processo, qualora qualcuno scorga un intento di eutanasia nel suo  somministrare morfina quando il dolore dello sventurato va oltre la soglia.
Englaro ha accompagnato il legislatore sul balcone del quotidiano, ha aperto le finestre, e ha mostrano questo: ogni giorno, in tante parti d’Italia, decine e decine  di medici, a rischio di incriminazione, stanno vicini ai malati terminali scegliendo di non protrarre forme di accanimento terapeutico. Dunque, a tutti gli effetti, il sistema per alleviare le pene di un fine vita terribile, esiste.  Allora il legislatore  preferì obbedire all’Altro religioso, coinvolgendo il governo in una delle piu’ assurde e dolorose rincorse mai operate ad un cittadino. Una slavina confessionale tracimò in parlamento occupandolo. Il legislatore preferì chiamarsi fuori, subordinando il suo mandato all’interpretazione della parole di un Dio che appariva non già il Dio della Misericordia, quanto una divinità Maya, se davvero le sue volontà dettavano la sofferenza sine die per uomini che mai avrebbero conosciuto la guarigione.
 
A fronte di ciò, quello che fece Englaro fu un riappropriarsi della funzione paterna, rifiutando che quel posto venisse occupato da quelle pulsioni para religiose. Mantenne la posizione. In altre parole, lui scelse di non sentirsi Dio, volendo fare il padre.  Fino in fondo. Il padre che da forma al desiderio del figlio, estrapolandolo dal rumore di fondo, liberando ogni ostacolo che ne comprometta la messa in pratica. Una funzione che vale per quelle che sono comunemente sentire come le cose ‘belle’ sussurrate dai figli ai genitori, progetti, aspirazioni, orizzonti, studi da intraprendere. Ma vale altrettanto in quei casi di parole interrotte, vite bloccate o, come nel caso di Eluana, spezzate nella crescita. Englaro ha percorso a ritroso la vita della figlia, nei ricordi familiari, nelle parole degli amici,  per reperire quelle che furono le sue volontà : ella non avrebbe mai voluto continuare ad abitare un corpo vuoto Il padre ritrovò il desiderio della figlia e gli diede forma. . Nel celebre film Million dollar baby, Clint Eastwood  non è il padre della pugilatrice. Ma ne assume la funzione progressivamente, apparentemente senza amore. Poi accade l’imprevedibile: colpita a tradimento dall’avversaria e rimasta paralizzata, la ragazza chiede a lui di porre fine alle sue pene, all’inferno comune a tante persone intrappolate in vite che non vogliono piu’. Eastwood osserva dapprima l’azione della squallida famiglia in cerca di denaro facile. Poi chiede aiuto alla Chiesa (‘Se fai una cosa del genere, ti perderai. Fatti da parte, lascia fare a Dio.’ sono le frasi del sacerdote). Esce da quel colloquio certo sul da farsi. Elimina Dio e ogni altra ingerenza, e si fa portavoce di quell’interpellanza rivolta a lui da Maggie, come figlia ad un padre. ‘Basta così’ , sussurra chiudendo il respiratore chiamandola  Mo Cùishle, ovvero «"mio sangue", accettandone di fatto la paternità. Proprio come Beppino, fece il solo atto d’amore possibile verso quella donna.   
 
L’altro tema affrontato, che da diverso tempo mi interroga, è la posizione etica da assumere nei confronti dei pazienti affetti da depressione intrattabile, quella melanconia profonda e strutturale, che consegna la loro vita ad una perenne posizione di oggetto scarto, ai margini della vita, in una costante ricerca di un posto nell’Altro che possa supplire a quel dato strutturale che fa del melanconico un esempio di vita priva di orizzonte: essere fuori squadra come dato costituivo, intrappolato in un cono d’ombra dell’esistenza che rende  impossibile l’integrarsi col l’Altro. Ne trattai ampiamente in questa rubrica[1], quando ebbi modo di esporre al Congresso Europeo di psichiatria i dati modenesi del cosiddetto ‘suicido economico’, mostrando quel che la clinica mi ha indicato, vale a dire la posizione pericolosa che soggetti di questo tipo occupano in tempo di crisi e licenziamenti, della degradazione dell’uomo a cosa, evento letale per il melanconico.
 
Ho tratto spunto da diversi casi di cronaca, e da alcuni casi di pazienti visti in studio. Che fare quando ll desiderio, la scelta del soggetto, vira inequivocabilmente sul fine corsa? Quando il solo sollievo per pazienti di tal tipo è la cessazione di una vita per la quale essi stessi si sentono ‘inadatti’?
Abbiamo discusso attorno a questi casi. I quotidiani riportano che
 
Laura (nome di fantasia) ha 24 anni, sta bene fisicamente Laura vuole morire perché è depressa da troppo tempo e ritiene che «vivere non faccia per me». La legge introdotta nel paese nel 2002 lo consente.  padre, alcolista e violento, ha spaccato la famiglia fin da quando lei era piccola. Dopo la separazione dei genitori, ha passato sempre più tempo con i nonni materni, anche se a soli sei anni afferma di aver cominciato a pensare al suicidio.
Durante l’intervista, spiega il giornale belga, Laura parla «in modo calmo e tranquillo, è sicura di sé»: «Anche se la mia vicenda familiare ha contribuito alla mia sofferenza, sono convinta che avrei avuto questo desiderio di morire anche se fossi cresciuta in una famiglia tranquilla e stabile. Semplice, non ho mai voluto vivere». A causa delle continue depressioni, Laura rompe ogni tipo di legame e si fa convincere ad entrare in una clinica psichiatrica.
Qui comincia un periodo ancora più «difficile»: Laura inizia a pensare di avere dentro di sé un «mostro» che chiede di uscire e che «niente può guarire», «fonte di aggressività, collera e dolore». In clinica non riescono a curarla, anzi peggiorano le cose, e spesso la rimandano a casa per permettere al personale di «respirare un po’».È proprio in clinica che Laura incontra Sarah (nome di fantasia), che stava organizzando la propria eutanasia. Affascinata da quel tentativo, Laura comincia a pensare di usare questo strumento per morire. Tre diversi medici, di cui uno appartenente a una famosa associazione pro eutanasia, le danno ragione: dal punto di vista psicologico, soffre in modo insopportabile e quindi deve poter morire se lo vuole. Per quanto riguarda la capacità di prendere una simile decisione, nessun dubbio: «È una persona equilibrata».

Lucio Magri soffriva di una depressione totalizzante. Un lento scivolare nel buio provocato da un intreccio di ragioni, pubbliche e private. Sul fallimento politico - conclamato, evidentissimo - s'era innestato il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo. Magri scelse di chiamarsi fuori scegliendo una modalità alla quale diversi pazienti fanno un crescente ricorso: la clinica svizzera ove è praticato il suicidio assistito.
Dopo diversi sopralluoghi, si fece accompagnare laddove si separò da una vita che non voleva piu’.
 
Virgina Wolf scrive al marito:
Carissimo,
sento con certezza che sto per impazzire di nuovo. Sento che non possiamo attraversare ancora un altro di quei terribili periodi. E questa volta non ce la farò a riprendermi. Comincio a sentire le voci, non riesco a concentrarmi. Così faccio la cosa che mi sembra migliore. Mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso per me tutto ciò che una persona può essere. Non credo che due persone avrebbero potute essere più felici, finché non è sopraggiunto questo terribile male. Non riesco più a combattere. Lo so che sto rovinando la tua vita, che senza di me tu potresti lavorare. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco nemmeno a esprimermi bene. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo a te tutta la felicità che ho avuto nella mia vita. Hai avuto con me un’infinita pazienza, sei stato incredibilmente buono. Voglio dirti che – lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi questo qualcuno eri tu. Tutto se ne è andato via da me, tranne la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a rovinarti la vita.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi. 

Questi casi rimandano al dilemma illustrato da E. F. Wallace, quando scrive :
 
‘ La persona che ha una così detta "depressione psicotica" e cerca di uccidersi lo fa   "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli instrada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme, per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta”
 
Su questo tema ho confessato l’incrinatura delle mie certezze. La mia debolezza, il mio non sapere. Sento in tanti pazienti il raggiungimento di quella soglia di cui parla Lacan quando dice: ‘ Quanta ne potete sopportare di angoscia?’. E lo dico a fronte di anni passati a ricevere persone, anni nel corso dei quali ho maturato la convinzione che non tutte le vite siano degne di essere vissute. Da un lato ho la certezza della mia posizione professionale che mi porta a non arretrare mai davanti al buio, certo che la posizione etica dell’analista non deve mai venire meno di fronte al depresso grave, attraverso la presenza fisica, la voce, la reperibilità, la disponibilità all’ascolto. ( io che vidi un ‘terapeuta’ liberarsi di me ai primi accenni di insorgenza del buio,. so cosa significhi). Ma dall’altro come uomo    ho esaurito le mie residue certezze.  E vorrei che il legislatore, nel tempo, prendesse atto dello strazio dei viaggi all’estero di chi ha scelto che può bastare così.

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l'ipocrisia attuale è una violenta forma di controllo poliziesco da parte di chi, incapace di gestire la mafia, la corruzione e la politica estera, si vendica in modo onnipotente sul singolo cittadino inerme, tanto il medico quanto il paziente, bloccando uno con il dispositivo di Cura che diventa sinonimo di Gestione invece che di Accompagnamento, mentre l'altro viene coattivamente obbligato ad esistere solo nelle modalità pretese.
Pensiamo ai minori orfani, cui una legge ampia per tutti, anche per single e gay, darebbe almeno un genitore, pensiamo agli anziani o ai sofferenti psichici espulsi in strutture carcerarie da cui non possono uscire vivi, pensiamo ai parti divenuti innaturali e patologici tutti, che obbligano ad esami da malati terminali le future madri.
Tutto questo pure è angoscia gravissima imposta dal governo infantile e vendicativo, illiberale e teocratico, incapace di seguire ma solo di inseguire e condannare i propri elettori.

L'articolo di Maurizio Montanari tocca temi fondi e densi che proprio in questi giorni stanno tentando di emergere dalla 'zona grigia' dell'evitamento: da anni proposte di legge di iniziative popolare giacciono in attesa di essere calendarizzate in Parlamento... E’ pur vero che, oggi, in Italia si può sperare di incontrare medici illuminati, che sappiano ascoltare la richiesta del malato, quando ne ricorrano le condizioni e le emergenze. Si configura così quell'altra ‘zona grigia’ tra il detto e il non detto, tra la richiesta e l’accoglimento o il rifiuto, in cui ogni attore deve vedersela con la propria coscienza. Ma nella nostra attuale situazione normativa la scelta di porre termine alla vita diventa trasgressione e reato e come tale è passibile di condanna.
Queste emergenze, che non sono mai indolori, aprono conflitti , che possono però trovare soluzione laddove – come dimostra l’esperienza di altri paesi europei – una legislazione accorta sappia modulare la norma, valutando le implicazioni etiche ed umane, e rinviando la decisione alla sfera della libertà individuale. Ed anche aiutando il soggetto che si autodetermina, offrendogli supporto e presidio.
In altri paesi le decisioni e le disposizioni di fine vita non creano scandalo: come esempio penso alla Germania in cui il modulo del testamento biologico cui fanno ricorso milioni di cittadini è stato redatto con la collaborazione delle due chiese, cattolica e protestante. E’ possibile, infatti, andare oltre le proprie soggettive credenze e fedi e far convergere il consenso sul rispetto dei fondamentali diritti umani.
Si possono separare le sfere di potere e competenza, restituendo all’uomo quello che è dell’uomo. Chi crede in concezioni diverse, deve poter esercitare liberamente la propria fede o convinzione; chi si situa in una ottica laica deve essere libero di rispettare i propri valori.


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