Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

Anche in assenza di dialoghi: la coscienza per immagini, da Koyaanisqatsi a Samsara

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25 settembre, 2015 - 10:21
di Massimo Lanzaro

L'occasione per questa breve nota scaturisce dalla partecipazione ad un cineforum dove ho avuto il piacere di rivedere "Samsara", già visto in anteprima nella sala Giometti di Riccione durante Cinè di qualche anno fa. Ricordo gli stupendi dettagli quattro volte superiori rispetto ai quelli offerti dai TV HD (con la nuova tecnologia 4K a ultra alta definizione di Sony). Samsara, bisogna ammetterlo, è un esempio perfetto dell'eccezionale livello di dettaglio, chiarezza ed impatto espressivo offerto dalla proiezione 4K al pubblico cinematografico.
Ma veniamo ai contenuti. Pensate agli indimenticabili tre film prodotti e diretti da Godfrey Reggio. Ricordate la completa assenza di dialoghi, il forte impatto visivo delle immagini rallentate o accelerate cullate dalle musiche ipnotiche di Philip Glass? Era l’inizio degli anni ’80, quando nasceva un nuovo stile cinematografico. Reggio e Glass hanno ripetuto poi l'esperimento con Powaqqatsi, Anima mundi e Naqoyqatsi. Michael Hoenig completò le musiche. Ma se volete sapere cos’è accaduto alla "vita in tumulto”, alla “vita squilibrata", “out of balance”, la risposta è in “Samsara”, film documentario del 2011. 
Il viaggio ricomincia. Ron Fricke, dopo aver diretto la fotografia in Koyaanisqatsi, il primo film della trilogia, e dopo Baraka, mostra i frutti maturi della pluriennale collaborazione con Reggio, con quello che è forse uno dei capolavori cinematografici dell'anno. Lui stesso ha detto: «Sento che il mio lavoro si è evoluto attraverso Koyaanisqatsi, Chronos e Baraka. Sia tecnicamente che filosoficamente ero pronto ad approfondire sempre di più quello che per me è il tema più importante: la relazione umana con l'eterno».
In effetti trent’anni dopo Koyaanisqatsi alcune cose sono cambiate. A partire dalla velocità della corsa verso il consumismo, l'automazione, l’alienazione, sembra voler dire Fricke. E poi nel frattempo ci sono state varie altre moltiplicazioni: nel 2000 il pianeta ospitava 10 volte gli abitanti di 300 anni prima. Spazio alle immagini. Si iniziacon tre danzatrici Legong balinesi, di seguito vediamo una coltre di fumo da un vulcano e poi lo sguardo della maschera funeraria d’oro di Tutankhamon. Dopo queste immagini compare il titolo e cominciamo a contemplare le riprese aeree di una miriade di posti meravigliosi: Pagan in Burma, Kaaba a la Mecca, la Monument Valley in Arizona, alcune zone dell’India. Il crescendo si sposta lentamente dai Mandala dei templi a un gruppo shaolin di kung fu fino ai carrelli di un affollato Walmart, e progressivamente, inesorabilmente, ad una enumerazione delle aberrazioni odierne dell’uomo, ad esempio quelle del consumismo e della sovrappopolazione: dagli allevamenti intensivi di mucche da latte si va a fare capolino in un locale giapponese di lap dance, con ragazze seminude munite di targhette numerate sugli slip.
Capita di vedere bambole di lattice e sex toys, polli brutalmente macellati, volti di persone sfigurate dalla guerra, chirurghi pronti ad eseguire clampaggi gastrici. Tutto quasi ovvio, qualcuno potrebbe dire. Le inquietanti sequenze dall’incredibile impatto visivo conoscono sosta solo un paio di volte, ad esempio quando ci si sofferma sulla tenerezza di un bacio o di un abbraccio. Per il resto lo sguardo impietoso sulle precarie e assurde realizzazioni dell’umanità di oggi diventa sempre più frenetico, ed il tutto è sottolineato dalla colonna sonora mozzafiato di Michael Stearns. La cinematografia è straordinaria: Fricke affascina con i time lapses, con la scelta della luce negli scatti dove la messa a fuoco gioca con l’esigua profondità di campo, con un assemblaggio millimetrico tra colonna sonora ed immagini, con virtuosismi documentaristici d'altissimo livello. La cura nei dettagli e nella scelta delle espressioni ogni qual volta l’inquadratura cade sugli occhi dei soggetti trama l’intero documentario, che così ci guarda in un certo senso mentre lo guardiamo. In fondo siamo noi i protagonisti di quest’opera.
La realizzazione ha richiesto circa cinque anni, le riprese di Samsara sono state effettuate in più di 100 location in 26 paesi diversi. E l’editing è stato fatto, si dice, durante o dopo lunghe sedute di mindfulness in silenzio. Ed è durato circa un anno. Forse proprio a sottolineare che se il ciclo di vita, morte e rinascita è oggi drammaticamente accelerato, inafferrabile, qualcuno deve sforzarsi di fermarsi a guardare l’insustanziale, e contemplare ancora una volta il samsara, ma da una prospettiva diversa. Il poema ecologico cominciato da Reggio, intessuto sul contrasto tra il tempo sinuoso e lento della natura — con il quale le culture primarie si conciliano — e quello frenetico della coscienza collettiva  occidentale, pur con un sacrale rispetto per il naturale fluire delle cose, continua…
 

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