LO PSICOANALISTA E LA CITTA'
Riflessioni sulla vita contemporanea
di Massimo Recalcati

PASOLINI: IL FANTASMA DELL'ORIGINE

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29 ottobre, 2015 - 11:34
di Massimo Recalcati

Sono diverse e note le contraddizioni che attraversano la vita e l’opera di Pasolini: individualista, testimonia con coraggio l’impegno civile e collettivo dell’intellettuale; anticlericale, si schiera risolutamente contro l’aborto; comunista militante entra in un conflitto aspro con il PCI; ateo, marxista, resta cristiano nello spirito; anticonformista, detesta  l’anticonformismo; contestatore vigoroso del “sistema” si schiera contro i giovani contestatori del ’68; anti-paternalista, non si risparmia nel segnalare il rischio del tramonto del padre nel nostro tempo; sperimentatore della lingua, resta critico irriducibile di ogni avanguardismo; straordinario poeta civile, conduce pascolianamente la poesia verso i propri drammi più segreti e indicibili; pedagogo libertario, riconosce come insuperabile la figura del maestro; poeta sublime dei corpi e della loro esuberanza pulsionale, ne ha messo in scena il loro oltraggio e la loro devastazione; omosessuale e ribelle è un conservatore dei valori della tradizione.
Ragione e passione, storia e natura, pensiero critico e pulsione non trovano mai in lui una conciliazione stabile, ma permangono in uno stato di perenne  dissidio. 
La sua stessa psicologia individuale appare scissa tra gentilezza e attitudine alla provocazione, altruismo e rapacità pulsionale, divismo e umiltà, mondanità e solitudine. Libertario nei modi e nel pensiero, è preda di un fantasma che lo obbliga ad un godimento compulsivo simile a quello di cui è stato, paradossalmente, un feroce critico. E’ forse quest’ultima contraddizione quella che lo ha reso veggente, capace cioè di leggere nello sviluppo promosso dal capitalismo italiano del secondo dopoguerra, salutato come una redenzione, l’inizio di un’epoca di barbarie, un “nuovo fascismo”, il volto più prossimo dell’inferno. Pasolini ha potuto decifrare quell’inferno – l’inferno della mutazione antropologica dell’uomo in consumatore, ovvero della distruzione dell’uomo – perché lo viveva intimamente nella sua stessa carne?
Se ci chiediamo da dove scaturiscano tutte queste contraddizioni che così radicalmente lo dilaniano non possiamo non mettere in primo piano la sua spinta indomita ad attingere all’Origine, alla fonte prima, alla verità del Mito, ad un “essere” non ancora, come si esprimeva Artaud, tradito dal linguaggio.
Non è forse questo fantasma ad orientare Pasolini e la sua opera? Pasolini-Rousseau? L’esordio dell’Emilio del filosofo francese suona come una sintesi perfetta del   fantasma pasoliniano: “Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera nelle mani dell’uomo”.
Lo sviluppo è senza progresso perché ci allontana dalla verità dell’Origine, ci costringe a perdere contatto con la vita e con il suo fondamento sacro e mitologico.
Nelle mani della ragione strumentale tutto non può che degenerare. Pasolini si muove allora verso Sud – come Nietzsche, Rimbaud, Van Gogh – per trovare il corpo nudo, incorrotto e immacolato del popolo (friulano, romano, africano) e della sua lingua. Il suo presupposto è anti-storico.
Si può ridurre il suo genio ad un Edipo irrisolto?
Se nel legame con la madre si gioca sempre il problema del nostro legame con la vita e con la sua Origine, le contraddizioni di Pasolini rivelano la sua difficoltà ad abbandonare non tanto la madre, ma l’idea nostalgica di una armonia ineffabile della vita che precede l’esistenza del linguaggio di cui la madre è solo il simbolo.
E’ questo, a mio giudizio, il cuore inconscio dell’uomo e della sua opera.
Preservando il mito della vita come assoluto Bene, egli non può che restare diviso tra la trascendenza del  desiderio che lo sospinge in avanti e un rimpianto struggente nei confronti della perdita inevitabile dell’Origine che lo mantiene costantemente ripiegato all’indietro, preda della spinta conservatrice, come direbbe Freud, della pulsione e del suo godimento, il quale, se privato della trascendenza del desiderio, non può che rivelarsi distruttivo.  

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Commenti

' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
Poesia in forma di rosa (1961-1964), Garzanti, Milano 1964.
Nel contributo audio la voce di Pier Paolo Pasolini.

Posso testimoniare di persona e con forza che Pasolini non si è mai schierato contro i giovani contestatori del '68. La famosa poesia su Valle Giulia sbriciolata e assolutizzata è stata pietrificata e lanciata come corpo contundente contro i giovani che aspiravano ad un mondo migliore e non a picchiare i poliziotti "proletari" messi violentemente a guardia del mondo così come era (come avrebbe detto Rousseau). L'articolo mi sembra una bella e dialettica testimonianza di come Pasolini sia stato un fiume di parole e pensiero che la morte assassina ha potuto solo imbrigliare in un lago artificiale, ma che non smette di tracimare provocando discussioni fertili. Per quanto riguarda l'interpretazione psicanalitica del suo Edipo irrisolto mi sembra che sia utile e forse sufficiente riandare alle prime scene dell'Edipo Re di Pasolini stesso.


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