LO PSICOANALISTA E LA CITTA'
Riflessioni sulla vita contemporanea
di Massimo Recalcati

Uccidere in nome della Legge di Dio

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24 novembre, 2015 - 14:37
di Massimo Recalcati

Impugnando insieme il mitra e il Corano, i terroristi dell’Isis uccidono vite innocenti in nome della Legge di Dio: possono sparare freddamente, a bruciapelo, contro giovani sconosciuti senza provare la minima emozione, senza avere alcun dubbio sulla necessità della loro crudeltà.
Se il loro braccio è armato direttamente da Dio, la loro forza scaturisce dal sentirsi espressioni della volontà di un Essere supremo che li libera da ogni senso di colpa e dalla paura umana della morte.
Il loro Dio, infatti, li ricompenserà con una vita ultraterrena fatta di godimenti senza limiti: abbeverarsi di sostanze estasianti, possedere innumerevoli vergini, bearsi in un mondo dove tutto è permesso li solleverà da una vita terrena fatta di stenti e disperazione. Il loro martirio è richiesto da una Legge che non è quella degli uomini, ma quella di un Essere supremo che saprà riconoscere e premiare giustamente la loro fedeltà assoluta. La loro vera vita non è questa, ma è in un altro mondo.
L’esistenza dell’Occidente impuro gli consente di identificarsi al giustiziere senza macchia che serve la Legge di un Dio folle.
Tuttavia, il paradiso a cui anelano coincide paradossalmente con quella rappresentazione della vita dei giovani occidentali che odiano ma dalla quale, in realtà, si sentono esclusi. Il meccanismo che presiede la loro volontà omicida è drammaticamente elementare. Si chiama “proiezione”: essendosi identificati coi rendentori dell’umanità, con gli unici e autentici cavalieri della fede, con la purezza intransigente del martire, proiettano i loro desideri più impuri nell’Occidente corrotto che s’incaricano di distruggere per emendare quella parte scabrosa di se stessi che non riescono a riconoscere come tale. In questo senso sono davvero anime morte che uccidono le esistenze di cui invidiano la vita e la libertà.
Jacques Lacan ha fatto notare che quando l’uomo calpesta la Legge della parola per rispondere ad una Legge che è totalmente al di là degli uomini, che trascende ogni limite che questa Legge impone, esso si incammina lungo il sentiero tetro della perversione. Ogni volta che qualcuno diviene giustiziere, ogni volta che uccide in nome di una Causa che trascende la vita particolare dell’uomo, egli diventa un “crociato”, un militante della Fede che disprezzando la Legge (imperfetta) degli uomini vuole affermare quella (perfetta) del suo Idolo. In questo senso profondo la psicologia del terrorista dell’Isis è perversa. Essa agisce in nome di una Causa, di un Essere supremo che odia gli infedeli ordinando la loro epurazione fisica.
La depravazione dell’Occidente li rinsalda nei loro ideali ascetici che non sono solo uno stile di vita tra gli altri, ma che vorrebbe essere imposto come il solo stile di vita possibile. I loro cuori bruciano di spirito di vendetta: farsi esplodere o uccidere è un modo per avvicinarsi a Dio, per accedere ad un paradiso di carne che li beatificherà eternamente. L’ingenuità di questa costruzione può rapire la vita dei più giovani che, come ricorda Gesù nella parabola della donna adultera, sono gli ultimi a lasciare la piazza, a lasciare cadere dalla loro mani le pietre del giudizio… 
I terroristi coltivano perversamente l’orrore per suscitare l’angoscia nel loro nemico. Nessuna forma di terrorismo sino ad oggi è stata così meticolosa nel coltivare mediaticamente questa strategia.
Mostrare in diretta lo sgozzamento dei prigionieri, trascinare nella polvere i loro cadaveri sghignazzando, ammonire severamente l’Occidente che la sua libertà pacifica, conquistata nei secoli, ha i giorni contati, mostrare, insomma, l’orrore senza veli serve a provocare l’angoscia nell’Altro.
E’ il loro ricatto perverso: non si tratta di semplicemente di impaurire l’Occidente, né di colpire bersagli determinati come accadeva per il terrorismo che abbiamo già conosciuto (l’ebreo, il capitalista, il comunista, ecc), ma di corrodere dall’interno la sua stessa vita, di rendere la nostra vita in generale meno sicura, meno certa, esposta al rischio della morte casuale dell’atto terrorista che, come sappiamo, non potrà mai in nessun modo essere totalmente prevenuto.
Essendo dappertutto, non-circoscritto, il pericolo non genera più una paura localizzata all’oggetto considerato minaccioso (l’obbiettivo cosiddetto sensibile), ma si diffonde ovunque, attraversa le nostre vite diventando puro panico collettivo. Inoculare l’angoscia trasformandola in panico è, dunque, l’obbiettivo massimo della strategia terrorista.
Essi vogliono vedere negli occhi dell’Occidente lo smarrimento e il terrore rendendo la nostra vita prigioniera.
Per questa ragione la prima risposta che, come insegna la psicoanalisi, è sempre necessario dare alla perversione è quella di respingere l’angoscia, di sottrarsi alla sua ipnosi maligna, di rifiutarsi di cedere sulla nostra libertà.

 
 
 

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Commenti

Da questo articolo escono ben chiare le categoria del bene e del male. I giusti da un lato, i carnefici tagliagole dall’altro. Perversi, è forse l’epiteto che meglio si addice , mediaticamante, per etichettare gli assassini del cuore della Francia. I dannanti che odiano la vita, altrui.
Un termine come questo ben si addice a cavalcare il moto di pancia e lo sdegno collettivo. Ma non si può utilizzare la categoria lacaniana di perversione in senso assoluto ( perverso=brutale, assassino, canaglia ) senza tenere conto del momento storico che determina quale è la lex degli uomini vigente che la per-versione cerca di destrutturare. Si, perché la perversione , secondo la prospettiva lacaniana, è ‘un'altra legge’. Anzi, credo che se esista un merito di Lacan a riguardo, è proprio quello di aver strappato questo concetto alle sacche maleodoranti nelle quali siamo sempre stai abituati a vederlo.
Essere un ‘perverso’ è, nell’opinione comune, una cosa riprovevole, schifosa quando non criminale. Come ho avuto modo di scrivere in questa rubrica (http://www.psychiatryonline.it/node/5756 ), la perversione descritta da Lacan costituisce una legge diversa, antitetica ma proveniente dalla medesima radice della lex che osserviamo e rispettiamo. Sottende ma destituisce le regole che organizzano i mores in superficie, dalla quale è divisa da un solco di ufficialità, perbenissimo e ostentazione di virtuosismi. Il perverso lacaniano, è un soggetto che annulla la sua volontà in nome di un Altro al quale giura fedeltà assoluta, il volere del quale diventa legge da far rispettare al prezzo di qualsiasi remora morale ( libertatem silendo servo era il motto di Gladio) Il perverso come puro oggetto della volontà dell’Altro. Un Golem. Uno dei tanti signori Klamm delle atmosfere kafkiane. Un Eichmann. Lacan scrive: ‘Propriamente parlando ( la perversione) è un effetto inverso del fantasma. E’ il soggetto che si determina esso stesso come oggetto, nel suo incontro con la divisione della soggettività(…). Attenzione dunque ad assolutizzare i nostri valori attuali, perdendo la memoria del tempo. Sono infatti da considerarsi lacanianamente perversi anche quei medici che accettarono di staccare il respiratore ad Eluana Englaro, andando contro la Lex del tempo, rischiando anche il carcere perché agivano in nome di un Bene Superiore, a fronte del quale si dimostrarono proni, devoti ed esecutori fedeli: Il giuramento di Ippocrate. Se è ‘servo dello Stato’ il polizotto che salta in aria facendo la scorta ad un giudice, o che muore dando la caccia ai criminali, è al contempo un ‘soldato’ l’andranghetista che sta dall’altra parte, espressione e testimone di una Lex opposta a quella repubblicana che regola le nostre vite. E che ha la preminenza .
Le mie terre , e non solo quelle, sono nate sul sangue di decine e decine di ragazzi i quali , in nome di un Ideale di libertà, scelsero di dare la morte anche con attentati esplosivi, per combattere quella che era le legge del fascio, agendo in tal modo da perversi, liberi da sensi di colpa anche quando le loro azioni colpivano dei civili.
La questione di fondo, prendendo sempre Lacan come linea direttiva, è che la scomparsa dell’Altro , la sua eclissi, non ha lasciato eredi. L’ordine simbolico ammaccato e in disuso, non prevede e contempla altre istanze forti che possano orientare il legame sociale. Per questo su questo spazio lasciato vacante si affollano entità diverse, che da li pretendono di organizzarlo e plasmarlo . Big Pharma e il fondamentalismo religioso sono le piu’ evidenti. E se è vero che il fanatismo dell’autonominato califfo dell'odio fa strage nel cuore dell’Europa in modo volutamente eclatante, gli obbedienti medici che hanno ammesso di aver somministrato quintali di psicofarmaci per patologie inesistenti, sono alla medesima stregua perversi, dediti sino alla fine al trionfo del loro ordine, della loro legge, che è quella impartita e dettata da Big Pharma ,in nome della quale si autoassolvono da qualsiasi colpa. La verità scabrosa citata dall’articolo, è ‘il gemello osceno di cui parla Zizek quando , descrivendo la perversione, cita esempi di adamantini virtuosi, che sono stati costretti a creare questa patina di moralità eccessiva e spinta fino al parossimo, per velare quell’osceno che non potevano mostrare. Ricordo a tal proposito un articolo del 'Manifesto'. '11 giugno, un uomo è seduto in un cesso dell'aeroporto di Minneapolis. Da sotto la parete divisoria col cesso accanto, Larry Craig gli fa piedino, cerca di strusciargli la gamba, poi passa la mano sotto la parete divisoria e fa segni ammiccanti. Allora l'uomo si alza, bussa alla porta accanto e, come agente
sotto copertura contro i crimini sessuali, arresta Larry Craig.
Il punto è che Craig, 62 anni e padre di tre figli, esponente di spicco della destra religiosa, è senatore repubblicano dell'Idaho, e da anni conduce una crociata anti-gay: da sempre si oppone al matrimonio gay e a includere la violenza omofoba tra gli hate crimes (odi di tipo razziale, sessuale).
Che dire poi dei tanti esempi riportati dalle cronache di clinici i quali vessano i pazienti compiendo danni eclatanti, per poi scoprirsi dispensatori delle buone regole dell'etica della cura?
La perversione, insomma, non è un concetto assoluto. Ma, per un analista, una quotidianità nello studio. Un fluire di sovrapposizoni, dopo il quale le categorie di bene e male appaiono meno chiare. Ore, giorni, serate intere dedicate all'ascolto della parte oscura degli uomini, che a sua volta getta una luce opaca sul quelle che sono le zone grigie della città, delle famiglie, del legame sociale intero. Parole che circoscrivono un buco nero, colmo di male, sadismo, violenza senza limite, abusi, pensieri omicidi e confessioni ripetute di godimenti ottenuti nell'infliggere dolore a terzi. E fuori, rispettabili cittadini. Ecco, quel che la parola non dice, non rappresenta in toto. Quel pezzo che c'è, ma non si dice. Quell'inconfessabile che non va in parola, questo è la grande zona grigia nella quale molti analizzanti percorrono la maggior parte della loro quotidianità.
Julia Kristeva ha scritto:' se un analista riesce a stare nel solo posto che è il suo, il vuoto (..)gli è forse possibile intendere e intendersi costruire un discorso intorno a quell'intreccio d'orrore e di fascino che segnala


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