LO PSICOANALISTA E LA CITTA'
Riflessioni sulla vita contemporanea
di Massimo Recalcati

RIABILITARE IL TABU'?

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13 gennaio, 2016 - 09:17
di Massimo Recalcati
Il nostro tempo sembra cancellare ogni forma di tabù.
La disinibizione e l’assenza di vergogna e di senso di colpa trionfano alla faccia del vecchio uomo del Novecento ancora preso dai grandi dissidi morali tra il bene ed il male, le ragioni individuali e quelle della Storia, il progresso e la tradizione, gli Ideali e la pulsione.
Le lacerazioni tragiche del Novecento hanno lasciato il posto ad un disincanto generalizzato che sembra aver annullato l’esperienza angosciata del tabù. Una vignetta clinica può darci il senso di quello che sta accadendo. È il caso di un giovane che, insieme a dei suoi compagni, nel corso di una rapina, ha ucciso brutalmente un anziano. Nel colloquio in carcere con lo psicologo dichiara che dopo aver commesso il crimine non ha avvertito alcun senso di colpa. La sua giornata è scivolata via come se niente fosse. Ha dormito profondamente, la mattina ha fatto colazione e si è recato normalmente a Scuola. Tutto era come prima. Non siamo di fronte alla lacerazione dostoevskijana tra il senso della Legge e la sua trasgressione colpevole. Il delitto non sembra più in rapporto all’esigenza morale del castigo; la colpa non divora il criminale, non lo costringe all’insonnia, non lo tormenta.
Mentre l’uomo dostoevskijano vive il dramma dell’infrazione della Legge, il giovane criminale, dopo aver compiuto il delitto, si reca tranquillamente a scuola ridendo e scherzando con i suoi amici. Egli vive un altro genere di angoscia.
Quale?
La confida allo psicologo: la vertigine che lo ha assalito il giorno successivo al crimine – dopo essere stato arrestato – scaturisce dalla sensazione della inesistenza della Legge; ovvero, dalla percezione che tutto, senza la Legge, è diventato possibile; anche l’uccisione spietata di un uomo per qualche euro.
Diversamente dall’uomo dostoevskijano che sprofonda nell’abisso del senso di colpa di fronte al volto severo e inflessibile  della Legge, per questo giovane assassino l’angoscia scaturisce dalla dimensione totalmente inconsistente della Legge.
Siamo di fronte ad un’esperienza che rovescia la genesi del tabù cosi come Freud l’aveva concepita nel 1913 in uno dei suoi testi più visionari qual è Totem e Tabù.
In quel libro, sulle orme di Darwin, il padre della psicoanalisi aveva immaginato che la prima forma organizzata di vita umana avesse come  protagonista un padre titanico, geloso e crudele, possessore di tutte le donne (il padre dell'orda), che confondeva  arbitrariamente la Legge col proprio godimento.
Di fronte a questa tirannia permanente i figli–fratelli, ai quali era proibito l’accesso alle donne, decidono di allearsi uccidendo il padre e divorando il suo corpo in un pasto tribale. Il fatto che i fratelli si cibino delle carni del padre manifesta tutta l’ambivalenza del loro legame al padre: ucciso in quanto oggetto d’odio, ma sbranato in quanto oggetto d’amore  affinché la sua potenza illimitata possa essere incorporata dai suoi figli. Il termine "rimorso" trova qui il suo significato più profondo: divorando il corpo del padre temuto ma amato, i figli si sentono morsi dalla colpa.
L’esito del rimorso è l’instaurazione del totem: il padre morto continua a vivere sebbene non più nella forma della tirannia capricciosa, ma in quella dell’autorità simbolica incarnata nel totem. La sua morte è, dunque, all’origine del senso stesso della Legge; il totem diviene, al tempo stesso, oggetto di venerazione e di angoscia, commemorando l’assassinio del padre e il rimorso che esso ha suscitato.  
Da quel momento in poi, si instaura il divieto dell’incesto che obbliga tutti i figli all’esogamia. Il senso della Legge sorge come effetto retroattivo dell’atto parricida: mentre in Edipo il parricidio infrange la Legge  conducendo il figlio verso l'abisso dell'incesto e della distruzione, in Totem e Tabù esso genera la Legge.
La vita democratica della Comunità si rende possibile solo attraverso il tabù che sorge in seguito all'uccisione del padre. E' solo la morte del padre che pretende di essere la Legge , di fare coincidere la Legge con la sua volontà di godimento, a costituire la condizione della nascita di una Legge più umana e della Cultura stessa.
Il patto sociale sostituisce il caos della violenza; la pulsione deve sublimarsi nel riconoscimento di una Legge che, trovando il suo fondamento nel padre morto, vale per tutti, non è più Legge ad personam. Nessuno può occupare il posto del padre morto perché si tratta di un posto – quello del padre morto – destinato a rimanere vuoto.
I totalitarismi del Novecento e  i fondamentalismi di ogni genere mostrano, a rovescio, l’inferno che può generarsi dal suo riempimento fanatico.  
Nel nostro tempo il rischio però non è quello di riempire il vuoto lasciato dal padre morto, ma, nella dissoluzione neo-libertina di ogni tabù, di fare venire meno il rispetto verso la Legge.
E' la vertigine che assale il giovane assassino: non esiste un argine, un limite, una barriera che possa contenere il suo atto. In questo modo l'assenza della Legge sembra diventare l’unica forma della Legge;  se tutto diventa possibile, se dopo aver compiuto un crimine efferato tutto resta come prima – senza senso di colpa e senza rimorsi – non sarebbe forse necessario rivalorizzare il tabù come effetto della Legge
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Commenti

Secondo Polibio, alla "oclocrazia" (dominio delle masse sregolate, quale degenerazione della democrazia) succede inevitabilmente la tirannide. La sensazione di "vertigine" per la "assenza della legge", descritte da Recalcati nel suo caso clinico, riflettono, a livello individuale, una pericolosa caratteristica del nostro tempo, sospeso tra il caos dell'assenza di regole e valori e la tentazione di adottare regole e valori rigidi e assoluti, tipici delle culture autoritarie.

La proposta di Recalcati mi evoca un pensiero di Zizek (Rabouin, D., Entretien avec Slavoj Zizek, Le dèsir, ou la trahison du bombeur, in Le magasin littèraire,455, luglio-agosto 2006), a proposito del nostro tempo:
“La psicoanalisi deve rendersi conto che la vecchia situazione, nella quale la società è portatrice di divieti e l’inconscio di pulsioni sregolate, è oggigiorno invertita: è la società a essere edonista e sregolata, mentre è l’inconscio che regola.”

Questa frase di Zizek, è il plinto di un capitolo di un testo che sto ultimando. S. Zizek afferma ' Non ci si sente più in colpa quando ci si abbandona a piaceri illeciti, come prima, ma quando non si è in grado di approfittarne, quando non si arriva a godere'. ‘La vecchia situazione nella quale la società è portatrice di divieti e l'inconscio di pulsioni sregolate, è oggigiorno invertita è la società ad essere edonista e sregolata, mentre è l'inconscio che regola'.6

L’inconscio, il fiume sotterraneo, il fluire carsico che ci determina può oggi apparire non più il luogo profondo e colmo di pulsioni sregolate, bensì un ricettacolo di morigerato pudore.

Se il si sintomo si attenua e si solve, poiché l’analizzante non ha problemi a parlare e straparlare di esso, sovente il fantasma è il terzo incomodo nella relazione analitica, il non detto, l’incedere celato e protetto perché contenitore di elementi a volte in netto contrasto con i principi del soggetto. Estrarre il fantasma fondamentale per ‘decantazione’ è l’approdo di un’analisi ben condotta. In molti casi la reticenza a togliere il velo al fantasma, al mostrare quale è la propria condotta fondamentale, è legata al difficile compito di assumersi la responsabilità di ‘confessare’ attitudini e comportamenti che sono in netto contrasto con i principi etici che governano la vita dell’analizzante. Ci si può vergognare del proprio fantasma come dice J.A. Miller in quei casi di ‘donne , in apparenza femministe, che nascondono fantasmi masochisti e uomini che si definiscono umanisti il cui fantasma rivela, invece, un aggressività smodata’. E tanti altri ancora ne potremmo elencare : sacerdoti colmi di invidia, medici rispettabili con profonde innervature razziste e discriminatorie, leader no global con una passione smodata per il profitto. Questi casi che vado ora a descrivere, vanno in direzione opposta. Sono nevrotici nei fantasmi dei quali non vi è ombra di perversione, il cui disvelamento fantasmatico non è stato oggetto di difficoltà particolari. Retti, giudiziosi, mossi da un fantasma di applicazione della giustizia e di diffusione della rettitudine. Insomma, fantasmi dai costumi morigerati.
Dove insorge allora la sofferenza per costoro?
Nasce dall’incontro con la perversione diffusa, agita, che non incontra alcun aggancio in essi. Anzi, rende per loro difficile adattare la propria condotta di vita all’interno di ambienti perversi.

R. arriva al mio studio dopo l'ennesima battaglia. L'ultima di una serie, quella nella quale ha incontrato un limite invalicabile. Non si tratta dell'ennesimo colpo in faccia ricevuto nella manifestazione di piazza, e nemmeno del taglio del suo salario legato alla sua attività sindacale. Il problema è la sua compagna. Da tempo militante e frequentatore di gruppi antagonisti di estrazione extra parlamentare, abbandona tutti dopo una lunga vertenza combattuta per evitare il licenziamento di una decina di operai,conseguente alla decisione della ditta nella quale lavora da anni d delocalizzare la produzione nell'est Europa. Stanco di tutta questa 'provvisorietà' vuole una vita regolare. ' Io vorrei sposare la mia compagna. Voglio un bambino e vorrei non avere sempre tanta gente per casa'.Racconta una vita di bivacco, di condivisione ideologica 'forzata' di ogni cosa.Dalle assemblee, alla promiscuità sessuale fino all'utlilizzo della cannabis come momento aggregante. 'Io dal sindacato sbatterei fuori tutti quelli che fumano, che sbevazzano. L’uso della cannabis a 40 anni è grottesco. Mio dio, se quella gente vedesse la pena che fa!’Reclama una morigeratezza di costumi, un desiderio di coppia chiusa, una famiglia troppo tradizionale per poter essere accolta nell'Altro antagonista. In questo luogo il godimento è assai diffuso, i limiti sono sovente labili, le coppie intercambiabili. L'intimità è vissuta come un impaccio, un elemento distonico.

Romy non vuole più tornare a casa. Romy abitava in un sobborgo di una cittadina del sud molto degradata, zeppa di violenza e con una famiglia dedita al furto e alla ricettazione. Ha dovuto lottare non poco per distaccarsi dal quel luogo, da un uomo sposato non per amore ma per obbligo. Romy ha patito sin dall’adolescenza il suo essere pudica e rispettosa della legge. Ebbe
la sua iniziazione allo spaccio a 12 anni, quando la madre le mise in mano un pacco di stupefacenti da consegnare al compratore. La sua obbedienza ai genitori era cieca, assoluta. Divenne ben presto un vero soldato della malavita, capace di ‘piazzare’ oggetti rubati e, col ricavato, acquistare droga da rivendere. Nel suo tempo libero, Romy andava a teatro e curava un orto. Bouganville, ciclamini, petunie. Una piccola zona lontana dal terreno perverso e fuorilegge nel quale ella doveva vivere. La vendetta, operata dal un clan avversario, passa per la distruzione dei beni della sua famiglia, compreso il suo orto che viene dato alle fiamme, e sul quale vengono incendiati pneumatici ed automobili. E’ in quel preciso momento che Romy si ammala, cade preda di uno sconforto che la fa apparire ‘pazza’ a chi la interroga. Stati di angoscia sono il corollario ad un anoressia restrittiva che la porta a minare la propria salute. A fronte di una fedina penale sporca e compromessa, lei si prende ogni responsabilità per le
malefatte, ponendosi come soldato obbediente ai dettami della famiglia, deresponsabilizzandosi, ma dicendosi disposta a pagare la pena per la sua attività deviante. Ma l’angoscia non passava, il suo dimagrimento iniziò a destare preoccupazione, sino a che decise di lasciarsi andare alla deriva con lo sciopero della fame nella sua carcerazione. Lo stupore e l’incredulità degli agenti furono alimentati dal fatto che lei non protestava per aver sconti di pena, o perché si riteneva vittima di soprusi giudiziari. Mai mise in dubbio la necessità di scontare l’intera pena inflittagli. Era l’orto il suo grande dolore, il suo infinito rimpianto. Le mancavano quell’orto e quelle piante che le avevano permesso di dire, senza parole, quel che poi verbalizzerà in seduta.
‘Le piante sono pure, obbediscono solo alle leggi di natura. L’orto era vietato ai quei porci dei miei e alla loro combriccola.’ Quando tutto sarebbe finito,
avrebbe potuto dedicarsi ‘ esclusivamente alla cura delle sua piante, pulite ed amate’. ‘ Io odio la droga, lo smercio. Mi fa schifo la gente che grida e non si guadagna il pane lavorando, sono felice che siano tutti in galera adesso’. Da questo incipit Romy inizia a scrivere il libro della sua vita. Ella doveva obbedire al clan, pena il disconoscimento e , in seguito, la morte sociale. Non avendo la forza di andarsene, scelse di scindere una parte di sè dedicandola alla stregua di un automa al mondo della non - legge, della promiscuità e delle grida, preservando la propria nel suo orto. Orto che fu, a tutti gli effetti, il vero campo di espressione del soggetto.
‘ Io non potevo dire quello che provavo Io non sono mai uscita da quel piccolo paese, ero convinta che tutto il mondo fosse fatto di scambi di coppie, droga e violenza. Ho patito per anni la vergogna di essere monogama, amante dello sport. Mi dicevano che ero pazza avrei voluto cercare un lavoro come botanica. Ho passato tutto quel periodo a vergognami di me stessa’. Ora vorrei solo un compagno, leggere, coltivare le piante e non avere mai più
contatti con i miei.’


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