Recensione di "MOMMY" di Xavier Dolan (Canada 2014)

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31 gennaio, 2016 - 06:58
di: Andrea Falsetti
Anno: 2014
Regista: Xavier Dolan
Mommy è un film di produzione franco-canadese del 2014 scritto e diretto da Xavier Dolan. Film dai colori pastello, saturi come in un film anni ’90, che certe volte ricorda “Requiem for a dream”, altre “Trainspotting”, ed è sorprendente che questo avvenga mentre si snocciolano complessi temi che ricordano il cinema sociale di Jean Luc Godard.
Dolan non è un regista colto. Ha ventisei anni e per sua ammissione non si è mai interessato ai giganti del passato. E’ un calderone di cultura pop, come dimostra la regia da video-clip, la colonna sonora composta di greatest hits (da Dido a Lana del Ray), ma non per questo è da sottovalutare o relegare al ruolo da principiante. Con i suoi film si è dimostrato un fine sceneggiatore e regista che con mezzi modesti e un background limitato riesce a creare opere dall’alto carico emotivo, ricche di spunti di riflessione e accessibili al grande pubblico.
In un Canada distopico, è possibile richiedere l’internamento coatto dei propri figli in un manicomio, senza alcuna richiesta legale o medica. In questo contesto si snocciola la vita familiare di Diane Desprès, vedova e giovane madre di Steve, un ragazzo problematico, a tratti violento, che pone a dura prova le possibilità genitoriali di una donna sola. Tra i due, s’inserirà una terza solitudine, quella di Kyla, una vicina di casa che si propone di aiutare Steve nello studio e l’unica che riuscirà a costruire un rapporto di fiducia con il ragazzo.
Il grande assente della storia è lo Stato, che non offre null’altro che la terribile soluzione dell’internamento coatto, delegato alla famiglia stessa. Diane, priva di mezzi economici e inerme di fronte ai problemi comportamentali di suo figlio, sarà costretta a scegliere tra continuare una vita di  infelicità condivisa o condurlo in manicomio.
Se Mommy può sembrare in prima battuta un film contro la psichiatria, esso trascende la salute mentale, usandola come pretesto per parlare di un problema più radicale, l’assistenza dello stato alle famiglie. Mommy è una distopia non tanto lontana, in cui una famiglia senza reddito è una famiglia sola, accompagnata solo dai propri problemi.
Il farmaco è il simbolo di una soluzione rapida ed economica. Il manicomio è il punto di raccolta dei problemi sociali, l’allontanamento dalle famiglie del peso sociale della difficoltà. L’assistenza è la via lunga, difficile e anti-economica ma anche l’unica che possa offrire un miglioramento duraturo della vita personale e familiare, e questa non sarà concessa dallo stato ma da un’altra persona in difficoltà.
Un soffocante quadrato è la finestra che ci permette di vivere l’angoscia dei personaggi, tant’è che si apre in un arioso rettangolo quando anche la vita dei protagonisti lascia intravedere spiragli di luce. Una semplice scelta stilistica ha amplificato la possibilità dello spettatore di vivere le emozioni dei protagonisti.
Le due scene in cui avviene questo miracolo sono le più intense di tutto il film. La prima in cui Steve prova la libertà di costruire un rapporto che non sia oppositivo o denigratorio con un’altra persona. Si sente per la prima volta compreso, sicuro, e questo gli permette di guardare oltre il muro di rabbia che lo circonda.
La seconda scena è il sogno ad occhi aperti di una madre, che sogna il futuro cui avrebbe diritto suo figlio: il college, una moglie, un distacco doloroso ma sereno, addolcito dalla sua felicità. Il successivo ritorno alla realtà è angosciante, il nero opprime i lati dello schermo, come due sbarre, preambolo alla successiva conclusione.
Cercando un difetto in questo splendido film, questo è da ricercare nei simboli che utilizza, troppo estremizzati, pronti a creare malintesi e strumentalizzazioni. Il farmaco è molte volte imprescindibile, non è un metodo per “strafare” e “stordire” il paziente ma struttura portante della cura. I metodi di contenzione rappresentati e le strutture manicomiali sono ormai parte di un passato non felice da ricordare, ma che vengono ancora oggi portati ad esempio da chi guarda con sospetto la gestione della salute mentale moderna, e che potrebbero essere mal interpretati da chi non conosce le reali procedure di contenzione e ricovero.
D’altra parte, Mommy ci ricorda un elemento molto importante nel nostro ambito: l’importanza dell’assistenza dei pazienti al di fuori delle strutture sanitarie. L’importanza della riabilitazione, il permettere al paziente di reintegrarsi nella società. Come l’assenza di una rete sociale attorno al malato significa spesso ricaduta.
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