LO PSICOANALISTA E LA CITTA'
Riflessioni sulla vita contemporanea
di Massimo Recalcati

IL GESTO DI CAINO

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1 febbraio, 2016 - 14:33
di Massimo Recalcati

Il mito di Narciso svela la tendenza, profondamente distruttiva, dell’uomo a restare prigioniero dell’adorazione per il proprio Io.
Respingendo l’alterità, Narciso finisce per perdere la propria vita, muore affogando nel tentativo di unificarsi con se stesso. La sua passione non conosce limiti; è accecata, furiosa, insaziabile. Per questa ragione, secondo la psicoanalisi, la violenza umana trova il suo fondamento proprio nel mito di Narciso.
Prendiamo come riferimento la prima grande scena di violenza narrata dalla Bibbia in Genesi, quella del gesto fratricida di Caino. Anche Caino come Narciso non è in grado di fare esperienza dell’alterità; egli viene sequestrato da sua madre che lo elegge a proprio “Uomo” al posto di Adamo.
Si tratta di un sequestro incestuoso sul quale ha dedicato pagine insuperabili il biblista francese André Wenin in Dalla violenza alla speranza (Qiqajon, 2005): Caino appartiene alla madre, non ha vita propria, è catturato dallo specchio dello sguardo materno.  Lui e sua madre riproducono la scena in cui Narciso si perde: la confusione dilaga tra i Due perché non c’è presenza simbolica del Terzo, del principio della mediazione simbolica rappresentato dal padre. Come Edipo, anche Caino si trova perso nelle spirali di una simbiosi mortifera con sua madre. Egli odia l’alterità perché l’alterità rompe il legame incestuoso in cui è sprofondato. E’ su questo sfondo che si deve iscrivere il suo confronto mortale con Abele.
Per Lacan la violenza non scaturisce solo dalla privazione e dalla frustrazione provocata da una realtà sociale impietosa. Esiste una radice più profonda della violenza che precede, se si può dire così, ogni sua causalità sociologica. Si tratta della fascinazione del soggetto verso il proprio Ideale.
La violenza umana non segnala mai - come invece sembra credere Wenin nel suo commento a Caino - , una regressione al bestiale, il “prevalere dell’animale sull’essere dell’uomo”, ma la dipendenza dell’uomo dal suo narcisismo, dalla sua difficoltà di accogliere veramente l’alterità. Solo in questo modo possiamo intendere la cattura incestuosa di cui resta vittima Caino.
La violenza umana sorge da una regressione allo specchio e non all’istintualità  animale. E’ una tesi che Lacan ha sviluppato attraverso il suo divenuto celebre “stadio dello specchio” che racconta il mito della nascita dell’Io. Il bambino che non ha ancora consapevolezza della sua individualità, tra i sei e i diciotto mesi, osserva allo specchio l’immagine ideale di se stesso senza però poterla mai afferrare. Questa immagine gli appare tanto ideale quanto irraggiungibile. Mentre nella realtà egli si vive privo di coordinazione motoria, di parola, di autonomia, lo specchio gli restituisce una rappresentazione monumentale, statuaria, idealizzata di se stesso.
L’immagine che lo specchio gli riflette aiuta il bambino a potersi riconoscere come un soggetto, ma solo a prezzo di uno sfasamento: nessuno umano potrà mai coincidere con l’immagine ideale di se stesso che lo specchio mentre gli restituisce gli sottrae, in realtà, per sempre. La nostra vita non sarebbe allora altro che la rincorsa vana verso questa coincidenza impossibile da realizzare. Narciso incarna questo dramma al suo colmo.
E Caino? Perché non possiamo capire l’hybris che ispira il suo gesto atroce senza evocare lo spettro di Narciso? Caino vede in Abele l’immagine ideale di sé che egli vorrebbe essere ma non è. Abele è , al tempo stesso, un oggetto ideale e un rivale. Caino invidia Abele in quanto prediletto da Dio. Come Narciso egli non sopporta di non essere l’immagine che lo specchio gli ha sottratto. Ecco allora che colpisce Abele con la ferocia criminale che solo gli uomini, diversamente dagli animali, sanno mostrare. Tuttavia, colpendo il fratello – come gli ricorda il suo Dio - non fa altro che colpire se stesso. Abele, infatti,  mostra a Caino tutta la sua insopportabile incompiutezza. Per questa ragione non solo esistono miti fratricidi all’origine delle grandi Civiltà (si pensi a quello di Romolo e Remo per l’antica Roma), ma si ricerchi sempre in ogni dittatore e in ogni persecutore incallito la continuità inconscia che lo lega all’oggetto indistruttibile del suo odio. Il gesto di Caino si può intendere solo attraverso la chiave di Narciso.
La psicoanalisi definisce “proiezione” un processo psichico di difesa che consiste nel localizzare nello straniero e nel diverso quelle parti più oscure di noi stessi che non riusciamo ad integrare nella nostra personalità diurna. E’ l’ambivalenza radicale e inquietante che ci lega a doppio filo ai nostri nemici: lo xenofobo, il fascista, l’intollerante è il più prossimo a noi stessi, abita in noi stessi prima di incarnarsi nell’altro. Il che significa che il nemico più radicale è colui che impedisce che il mondo possa avere la mia immagine. Abele è l’intruso, il secondogenito, colui che è arrivato dopo, il figlio ’”aggiunto”  che ha scombussolato l’identità incestuosa di Caino.
La sua vita non è stata accolta con l’entusiasmo con il quale è stata accolta quella del fratello, ma la sua esistenza impedisce che Caino sia il primo e unico figlio. Il secondogenito – che nella Bibbia sarà sempre premiato rispetto al primo a mostrare che la fraternità non è mai un fatto di sangue, di discendenza biologica, ma un evento simbolico – impone a Caino, l’incestuoso, l’esperienza dell’alterità. E’ la ragione ultima dell’odio geloso e mortale di Caino verso Abele: il fratello è il suo rivale giurato solo in quanto incarna il suo Ideale. Egli rifiuta di farsi suo “custode” perché è accecato dall’invidia: liberandosi di Abele, Caino coltiva l’illusione di distruggere chi lo deruba della propria immagine.
In realtà scoprirà che il suo sangue ha lo stesso colore del sangue di suo fratello.

 

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