L'INNOCENZA DEL DIAVOLO
Psicopatologia, crimine e istanze di controllo sociale
di Rita Corsa e Pierpaolo Martucci

"LA LOCOMOTIVA". CRIMINOLOGI, PSICHIATRI E GUERRA AL TERRORE NELLA FIN DE SIÈCLE

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3 febbraio, 2016 - 20:55
di Rita Corsa e Pierpaolo Martucci
Il 20 luglio del 1893 il bolognese Pietro Rigosi, aiuto macchinista delle Ferrovie Italiane, si impadronì di una locomotiva in sosta presso Poggio Renatico e si diresse alla massima velocità verso la stazione di Bologna. Sviato in tempo su un binario morto, si schiantò contro dei vagoni merci rimanendo gravemente ferito (gli fu amputata una gamba). Ufficialmente l’atto venne interpretato come un gesto di follia, ma le convinzioni anarchiche del Rigosi fecero sospettare che il vero proposito fosse un attacco suicida contro un convoglio di lusso. La vicenda reale di questo kamikaze romagnolo ante-litteram, dirottatore di un treno in mancanza di aerei (“la bomba sua la macchina a vapore”) fu trasfigurata nella celebre ballata di Guccini (1).
La sera del 12 febbraio 1894, un giovane intellettuale di fede anarchica, di nome Émile Henry, dopo aver bevuto due birre in un elegante ritrovo parigino – il Cafè Terminus alla Gare Lazare – ne uscì lanciando una bomba, che uccise un avventore e ne ferì venti altri. Era suo intento provocare una strage “di borghesi”, per vendicare il compagno di fede Auguste Vaillant, ghigliottinato il 3 febbraio 1894 per avere a sua volta fatto detonare un ordigno alla Camera dei Deputati, ferendo una ventina di parlamentari. Henry, catturato, sarebbe stato a sua volta giustiziato pochi mesi dopo. Per vendicarlo, un suo giovanissimo compagno di fede - l’italiano Sante Ieronimo Caserio - il 24 giugno di quello stesso anno avrebbe pugnalato a morte il Presidente della Repubblica Carnot, che aveva negato la grazia a Henry.
Gli eventi costituirono il culmine di una serie di attacchi dinamitardi che dal marzo 1892 alla primavera del 1894 portarono ad 11 gravi attentati con numerose vittime, quasi tutti a Parigi, oltre a decine di fatti minori. Ma la stagione  - che è stata rievocata come  “l’inizio della Moderna Era del Terrore” (2) - si era avviata da tempo e attraversava le nazioni occidentali: il re di Spagna Alfonso XII e l’imperatore tedesco Guglielmo I, il Primo Ministro francese Gambetta erano sfuggiti di misura agli spari degli attentatori (Guglielmo I rimanendo ferito), lo zar Alessandro II era invece rimasto dilaniato da una bomba nel 1881. In Inghilterra ordigni erano esplosi presso la Torre di Londra e il London Bridge.  Dal 1894 e sino ai primi del Novecento caddero per mano di attentatori anarchici il Presidente della Repubblica Francese Carnot, il Primo Ministro spagnolo del Castillo, l’imperatrice Elisabetta (Sissi) d’Austria, il Re d’Italia Umberto I, il Presidente statunitense McKinley, il re del Portogallo Carlo I insieme al figlio. E numerosi altri attacchi fallirono.
Tutto ciò era conseguenza della strategia basata sulla “propaganda col fatto”, intesa    quale azione esemplare, sostenuta da teorici come il russo Kropotkin nel Congresso anarchico di Londra del 1881.  Se la maggioranza dei leader anarchici limitava gli attentati ad obbiettivi individuali, mirati e “simbolici”, fra i più radicali circolava il sogno di una rivolta globale contro una società irrimediabilmente oppressiva ed iniqua, al di là e oltre ogni riformismo socialista.  Nel suo capolavoro Germinal, Emile Zolà dà voce al programma apocalittico del rivoluzionario russo  Souvarine: “Incendiare la città, falciare il popolo, tutti allo stesso livello; e quando non c’è più niente di questo mondo marcio, forse uno migliore crescerà al suo posto”.
Anche ne Il Diavolo al Pontelungo, Riccardo Bacchelli, rievocando le vicende italiane di Michail Bakunin introduce un esule spagnolo, nome di battaglia Scevola, che vagheggia un pianeta senza più uomini, coperto di lapidi, ciascuna delle quali recante l’epitaffio: “Si è liberato”.
Ed in effetti, proprio come accade ai giorni nostri per le varie incarnazioni del terrorismo islamista, nella stampa e nella letteratura dell’epoca si riproponeva il timore per un attacco frontale alla civiltà.
G.K. Chesterton, nel suo visionario L’uomo che fu Giovedì (1908), fa descrivere così ad un “poliziotto-filosofo” il pensiero più profondo degli anarco-nichilisti: “Quando dicono che l'umanità sarà finalmente libera, alludono al suicidio dell'umanità; quando parlano di un paradiso senza né bene né male, alludono alla tomba. Non hanno che due scopi: distruggere prima l'umanità e poi se stessi. Per questo lanciano bombe, invece di sparare con la pistola. La massa ingenua è delusa, perché la bomba non ha ucciso il re; ma i grandi sacerdoti sono felici lo stesso, perché almeno ha ucciso qualcuno “ (3) .
Allora come oggi, la risposta alla minaccia globale fu la mobilitazione internazionale (4), il potenziamento dei controlli polizieschi in nome della sicurezza, le leggi speciali: le c.d. “leggi scellerate” francesi del 1893-94, l’ Anarchist Exclusion Act del 1903 in Inghilterra.
Naturalmente, anche gli psichiatri, i criminologi, gli antropologi (all’epoca le tre qualifiche il più delle volte si incontravano nella stesse persone) furono chiamati a confrontarsi con la questione.
In Francia una delle chiavi interpretative più applicate fu il concetto di degenerazione, che da Morel in poi aveva avuto sempre grande successo, anche a livello di divulgazione popolare, talvolta con manifesti richiami all’atavismo di derivazione lombrosiana.
Riferendosi a Charles Gallo – che nel 1886 aveva gettato una bottiglia di cianuro nella galleria della Borsa di Parigi, esplodendo anche alcuni colpi di revolver (peraltro senza uccidere nessuno) – un reporter giudiziario de Le Figaro, Albert Bataille, si espresse in questi termini: “Non vi è nulla di così ripugnante come il volto di questo giovane. Egli è una canaglia, macchiata da vizi inconfessabili. Ha una fronte bassa, una mascella selvaggia, gli occhi piccoli, luccicanti e lampeggianti d’odio; lunghi capelli grassi gli cadono sul viso, soprattutto la barba magra, sottile e nera con una punta acuminata che gli dà un aspetto mefistofelico“ (5).
Nel 1892 Alexandre Bérard, in un articolo negli  Archives d’anthropologie criminelle  (1892, 7,  622–23) così scriveva degli attentatori anarchici: “per la maggior parte, essi presentano le caratteristiche fisiche di esseri disgraziati per natura, di primitivi gettati nel mezzo della civiltà moderna; per la maggior parte sono la perfetta riproduzione di ciò che la scuola antropologica ha presentato come il criminale nato: deforme, con la fronte sfuggente e le mani femminili, essi appaiono, agli occhi di tutti, anormali nei corpi come nelle menti”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Paul Boiley, per il quale gli anarco-terroristi erano “degenerati, vittime di difetti costituzionali ereditati dai loro antenati, che trovano nell’anarchia un pretesto per scatenare i loro istinti sanguinari”(6).
Il giudizio storico sulla condotta di psichiatri e criminologi francesi nella “stagione del terrore” è divergente. Alcuni autori considerano le loro analisi funzionali alla campagna repressiva, avendo contribuito a fornire una legittimazione scientifica alla rappresentazione “mostruosa” della minaccia anarchica (7).
Altri invece ricordano come numerosi psichiatri avessero polemizzato con i tribunali, accusandoli di negare l’infermità degli imputati per poter applicare le punizioni esemplari (pena di morte o carcere a vita) su pressione del governo e dell’opinione pubblica (8).  Riconoscere le patologie di quegli attentatori avrebbe consentito di mitigare la risposta giudiziaria; ma i pareri tecnici si rivelarono inutili, anche perché gli stessi accusati respinsero sempre con indignazione la diagnosi di insania mentale.  E’ interessante rilevare che la stessa situazione si è verificata spesso negli odierni processi ai terroristi islamici, specie nelle corti statunitensi, dove quasi sempre i difensori hanno richiesto la perizia psichiatrica, anche qui con costante esito negativo e contro la volontà degli imputati.  Intanto l’ottocentesca “degenerazione” è stata sostituita da nuove categorie; come il concetto di “religiopatia”, ispirato dalle teorie del biologo neodarwiniano Richard Dawkins e inteso come “disordine della personalità indotto da credenze religiose”, parte delle pretese MTS (“Malattie Socialmente Trasmesse”)…
Ma nella stagione del terrore fin de siècle fra tanti si distinse (e si distingue ancor oggi!) l’ opinione del padre stesso dell’Antropologia Criminale, Cesare Lombroso. Nei mesi della sanguinosa primavera francese, Lombroso pubblicò tempestivamente il breve saggio Gli Anarchici (1894), dove pur mantenendo le proprie coordinate antropologiche, non si limitò a patologizzare il terrorismo, ma tentò di comprenderlo, marcando l’ “immensa” differenza tra criminalità politica e delinquenza comune.
 L’anarchismo, rifletteva, era nato dalla protesta di “anime sincere” contro “la menzogna prevalente, contro l’ingiustizia imperante”. Gli attentatori, “partigiani di un’idea” non erano delinquenti su base atavica o pazzi morali, ma “criminali per passione”, il  primo carattere dei quali  “è l'onestà, un'onestà portata talvolta all'eccesso, e l'eccessiva iperestesia”, intesa come sensibilità ai dolori altrui.  A costoro apparteneva anche l’assassino per vendetta del Presidente Carnot, Sante Caserio, del quale Lombroso scrisse che aveva commesso il delitto per “un eccesso di altruismo, tale da affievolire ogni istintivo sentimento egoistico”. Nei suoi confronti la pena di morte non era assolutamente giustificabile, se non come mera vendetta da parte dello Stato e dell’opinione pubblica.
Comunque, “proprio  come uno non può giudicare un grande uomo nel corso della sua vita, una generazione non può, nella sua effimera esistenza, giudicare con certezza la falsità di un’idea, qualunque essa sia” (9).
Erano gli anni della svolta socialista nel pensiero lombrosiano, della polemica contro la corruzione politica, degli interventi sugli scandali bancari che sconvolgevano l’Italia umbertina: “Da una parte abbiamo i ricchi, i borghesi, che nella politica e negli affari vedono il loro volto, la loro influenza, e per mezzo dell’intrigo e della menzogna, rubano il denaro del pubblico; dall’altra parte abbiamo i poveri, gli ignoranti, che nei complotti di anarchici e nelle dimostrazioni e nelle sommosse, tentano ribellarsi contro la condizione che loro vien fatta e protestano contro l’immoralità che scende dall’alto” (10).
Serpeggiava forse in lui un inconfessato sentimento empatico per l’attentatore alla Camera dei Deputati di Parigi, quando avrebbe lamentato: “In Francia e in Italia, gli abusi indecenti degli avvocati e dei deputati, a cui il potere è uno strumento continuo di rapina su tutti e contro tutti, l’abuso protetto da immunità parlamentari, da codici…” (11).
Chissà…
 

(1)   La locomotiva, nell’album Radici del 1972.
 
(2)   Cfr.  Merriman, Dynamite Club: How a Bombing in Fin-de-Siècle Paris Ignited the Age of Modern Terror, New York, 2009.
 
(3)   Il tema si ritrova in grandi scrittori dell’epoca, come Robert L. Stevenson (Il dinamitardo), Jack London (Assassini SpA), Joseph Conrad (L’Agente Segreto).
 
(4)   Il 24 novembre 1889 a Roma si tenne la Conferenza per la difesa sociale contro gli anarchici, cui parteciparono 21 paesi, i quali, all'unanimità, stabilirono che l'anarchia non avrebbe dovuto essere considerata una dottrina politica e che gli attentati attuati dagli anarchici erano da punirsi come azioni criminali. Esse sarebbero state oggetto di potenziale estradizione in tutti gli Stati aderenti.
 
(5)    Bataille, Causes criminelles et mondaines de 1886, Paris, 1887.
 
(6)   Boilley, Les trois socialismes: Anarchisme–collectivisme–reformism, Paris, 1895, p.96.
 
(7)    Cfr.: Machelon, La République contre les libertés? Les restrictions aux libertés publiques de 1879 à 1914, Paris, 1976; Nye, Crime, Madness and Politics in Modern France, Princeton, 1984;  Harris, Murders and Madness: Medicine, Law and Society in the Fin de Siècle, Oxford, 1989.
 
(8)   Erickson, “Punishing the Mad Bomber: Questions of Moral Responsibility in the Trials of French Anarchist Terrorists, 1886–1897,” French History 22 (2008): 51–73.
 
(9) Lombroso, “Anarchie et ses héros,” in Alexandre Bérard, Cesare Lombroso, Van Hamel,                   Documents d’études sociales sur l’anarchie, Lyon, 1897, pp. 124–5 and 140;
 
(10) Lombroso, L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alla  psichiatria, vol.III, Bocca, Torino, 1897, p.170.
 
(11)  Lombroso, La funzione sociale del delitto, Palermo, 1896, p.31.

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Commenti

Articolo a dir poco eccellente. Per lo spirito indagatore e per la sua attualità.
Da diffondere nei siti di medicina, psichiatria e nelle aule universitarie.
Chiedo agli autori di poterlo utilizzare come testo ( ovviamente citando autori e fonti) in una serie di incontri dedicati alla questione dell'intendere e volere, e all'abuso di diagnosi psichiatriche che oggi pare nascondere celare le sfaccettature dell'animo umano.

Articoli come questo mostrano quanto il rigore e l'approfondimento possano costituire un antidoto alla banalizzazzioen mediatica delle discipline psy

Caro Montanari,
ci fa molto piacere che la nostra linea di pensiero sia così apprezzata. In una società che tende a dimenticare, senza memoria se non quella del futuro (Bion, ma ancor prima Marcel), è essenziale riannodare quelle "radici" che ci vengono dal passato, così utili a svelare tante mistificazioni ed ipocrisie.
Concediamo volentieri l'uso del nostro testo nei termini indicati. Ci permettiamo di rinviare anche al nostro "Crimini di scienza" nella sezione Epistemologia e storia e ad un altro scritto di qualche anno, sempre su Pol.it, "Pratica psichiatrica ed istanze di controllo sociale in un epoca di crisi", purtroppo ancora attuale.
Buon lavoro
Rita Corsa e Pierpaolo Martucci


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