Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

Tutti i medici, tranne gli psichiatri, sono sull'orlo di una crisi di nervi

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21 febbraio, 2016 - 16:50
di Massimo Lanzaro

Una duplice eccezione rispetto al solito in questa mia breve nota: l'autoreferenzialità del video ed il fatto che non vi si parli di cinema (anche se non mancano esempi cinematografici paradigmatici). Lo spunto viene da una intera pagina del Corriere della Sera di oggi, Domenica 21 Febbraio, in cui si parla di "medici sull'orlo di una crisi di nervi" (espressione obsoleta e senza senso nosologico ma di indubbio effetto), facendo riferimento alle ripercussioni dello stress lavoro correlato nell'ambito delle professioni sanitarie.

Il Corriere a pagina 28 parla di sondaggi realizzati da vari gruppi come quello della Mayo Clinic negli USA su circa 6.900 medici americani che hanno riscontrato (in concordanza con le concettualizzazioni e le precedenti ricerche di Maslach) nei colleghi una certa dose di esaurimento emotivo, inaridimento delle risorse emozionali, distacco dal lavoro, ridotta realizzazione personale. Tra le cause viene sottileneata la cosiddetta asimmetria di riconoscimento:  essere puniti gravemente se qualcosa non va, ma non essere gratificati (o non adeguatamente) per i successi professionali. Secondo lo stesso articolo le donne sarebbero più esposte deli uomini e complessivamente nel 2016 quasi la metà dei medici corrono il pericolo di "esaurimento psicofisico". In basso ulteriore pezzo sull'argomento, che vi invito a leggere, in cui viene riportata una ricerca effettuata dal sito Medscape secondo la quale gli psichiatri tra i medici sarebbero "i più pigri" e quelli meno esposti a rischio di stress da lavoro. Trovo questo molto singolare ed anomalo, pensando anche che in UK, Australia e Nuova Zelanda ad esempio è stato sancito esattamente l'opposto: quello dello psichiatra è un lavoro tanto logorante, almeno potenzialmente, che ai colleghi è consentito l'early retirement (andare in pensione tra 55 e 60 anni).

Comunque in generale gli studi che riguardano l’incidenza del burnout sono scarsi e discordanti; in Europa si parla ad esempio del coinvolgimento del 30% degli infermieri e del 40-50% dei medici (Michalsen & Hillert, 2011). Il dato inusuale è che nemmeno uno di essi si troverebbe in Italia. Lo certificano le migliaia di valutazioni effettuate dai datori di lavoro, coadiuvati dai loro consulenti (RSPP, Medici Competenti, Psicologi del Lavoro), seguendo rigorosamente il “percorso metodologico” suggerito dalle indicazioni fornite dalla Commissione Consultiva ex art. 6 del D.Lgs. 81/08 nel nov. 2010. 

Eppure tutti i professionisti d'aiuto sono alle prese con interazioni quotidiane che richiedono di districarsi tra le esigenze di utenti, equipe, organizzazioni e istituzioni, che espongono ad entità rischiose di stress. L'eterogeneità di questi dati e queste affermazioni è secondo me nel complesso un pò allarmante. 

La ricerca adeguatamente condotta sulle dinamiche del burnout è una nuova frontiera della psicologia clinica a metodologia integrata: epistemica, gruppoanalitica e istituzionale.

A mio avviso l’integrazione delle acquisizioni scientifiche cui si è giunti dovrebbe essere la base indispensabile per costruire training specifici, contesti interazionali e processi di valutazione e cambiamento divenuti ormai urgenti. E’ davvero arrivato il momento di approfondire la questione, auspicando una rivoluzione culturale che possibilmente tocchi tutti i livelli delle organizzazioni sanitarie.

 
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