Quando la malattia mentale diventa un videogioco

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8 marzo, 2016 - 17:23
di CLAUDIO MENCACCI E BERNARDO CARPINIELLO
a nome della Società Italiana di Psichiatria

Sulla pagina dedicata ai videogiochi del Corriere della Sera online del 16 febbraio è stato presentato “The town of the light”, indicato come “thriller psicologico in prima persona”
 La protagonista, Renèe, è una ragazzina di 16 anni che soffre di una malattia mentale e che “vuole scoprire la verità che si nasconde nel suo passato”.
 Il videogioco, basato sulla ricostruzione di immagini del vecchio ospedale psichiatrico di Volterra, avrebbe lo scopo di  “sensibilizzare il giocatore sui problemi legati al disagio psichico”.
Come viene affermato nella presentazione del videogioco, “si vuole aumentare la consapevolezza dei giocatori nei confronti di queste tematiche così delicate...è di primaria  importanza...mantenere viva la memoria di quello che è stata l’istituzione manicomiale...dimenticare è il primo passo per esporsi al rischio di commettere nuovamente in forme rinnovate e con intenti salvifici gli stessi errori del passato”.

L’intento dichiarato degli autori del videogioco è all’apparenza lodevole, essendo certamente vero che “raccontare una storia ispirata a fatti reali nel contesto di un mezzo di comunicazione moderno e vicino al mondo giovanile come può essere il videogioco” è potenzialmente di grande impatto sugli atteggiamenti dei giovani. I mezzi di comunicazione di massa potrebbero infatti
avere un ruolo fondamentale nella diffusione della conoscenza sui disturbi mentali e soprattutto nella lotta allo stigma, che tristemente lega le persone affette da malattia mentale gravi all’idea - errata come tutte le idee basate su indebite generalizzazioni- di una loro intrinseca violenza, pericolosità e inguaribilità.
Purtroppo è inequivocabilmente documentato dal punto di vista dell’analisi scientifica che i mass media sono di fatto uno dei più potenti amplificatori dei processi di stigmatizzazione del mondo della malattia mentale e più in generale del mondo della psichiatria e delle sue cure. Nessuno oggi oserebbe negare che i manicomi siano stati per secoli istituzioni di segregazione piuttosto che di cura, né si vuole negare o dimenticare la memoria di tanti orrori commessi purtroppo al loro interno. Ma non si può neanche oscurare il fatto che l’Italia è stata la prima e una delle poche nazioni al mondo che con la Riforma del 1978, ben più di trent’anni fa, ha ripudiato il manicomio, istituendo un sistema assistenziale basato fondamentalmente sulla continuità delle cure a livello territoriale, sul principio della loro volontarietà e dunque della libertà di
cura, sul rispetto della dignità e dei diritti della persona, sul ricorso al ricovero solo in caso di reale emergenza ed esclusivamente per esigenze di cura, sull’abolizione della “pericolosità” come condizione per il ricorso ai trattamenti sanitari obbligatori, anch’essi legati solo ed esclusivamente alle esigenze di cura nel contesto comunque di una rigida regolamentazione fortemente legalitaria, con una forte attenzione alla limitazione e alla regolamentazione dell’uso della contenzione. L’Italia è universalmente riconosciuta a livello internazionale come un modello da seguire e come esempio di una legislazione e di una organizzazione da imitare. Il rischio reale e drammatico legato ad iniziative commerciali come il videogioco di cui parliamo è quello di far passare ancora una volta- attraverso il potere evocatore di immagini del passato sapientemente gestite ed enfatizzate- una idea della psichiatria intesa come sistema di cure intrinsecamente violento ed oppressivo, basato su metodi coercitivi, lesivi della dignità delle persona, oltre che privi di effettiva efficacia terapeutica. Siamo consapevoli del fatto che certi episodi della recente cronaca, erroneamente stigmatizzati come “follia o pazzia” e che il mondo scientifico della psichiatria ha prontamente censurato e criticato, abbiano ahinoi contribuito paradossalmente ad alimentare questa immagine, ma ciò non può e non deve oscurare l’impegno, la forte dedizione e l’umanità di centinaia e centinaia di operatori dei dipartimenti di salute mentale italiani che quotidianamente e in silenzio affrontano dei compiti assistenziali che, senza timore di essere sconfessati, possiamo definire immani per la enorme sproporzione fra le forze in campo e le reali necessità. Oggi le problematiche di salute mentale riguardano –dati europei -oltre il 35% della popolazione. Alimentare questa immagine così pesantemente negativa della psichiatria è fuorviante e dannoso, perché amplifica ulteriormente i già troppo diffusi pregiudizi, contribuendo a determinare una sfiducia un allontanamento se non una vera e propria paura delle cure, con la conseguenza- nella migliore delle ipotesi- di un loro tremendo ritardo (attualmente trascorrono dai 2 ai 5 anni prima che una persona riceva cure adeguate) o- nella peggiore- della loro mancanza, con conseguenze spesso irrimediabili per le persone stesse e per le loro famiglie. Le indagini epidemiologiche ci dicono che troppe persone, molti giovani (nel 70% le patologie psichiatriche insorgono entro i 25 anni) che ne avrebbero necessità ancora non accedono alle cure necessarie o lo fanno con estremo ritardo. E il ritardo è uno dei fattori più strettamente legati al decorso negativodi gran parte delle patologie psichiche.
Come Società Italiana di Psichiatria siamo impegnati a stabilire con i media “nuove parole non stigmatizzanti” per la psichiatria attraverso campagne di sensibilizzazione e incontri formativi con i giornalisti.
Non possiamo che augurarci che il mondo dei media possa essere sensibile a questo nostro richiamo ad un maggiore senso di responsabilità in questioni così  profondamente delicate, e che riguardano la salute di molti cittadini .

 
 

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