GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Giugno 2016 III - Freud, Lacan e l'attualità

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14 luglio, 2016 - 07:49
di Luca Ribolini

QUANDO A PARCO LAMBRO FINÌ IL FUTURO. Nel giugno 1976 Milano fu sconvolta dal festival del proletariato giovanile, organizzato dalla rivista ‘Re Nudo’. Un’esaltazione di libertà assoluta, che avrebbe segnato il tramonto della speranza 

di Michele Serra, espresso.repubblica.it, 20 giugno 2016
Sulla copertina de “l’Espresso” di quarant’anni fa ci sono una ragazza ricciuta con i seni nudi e un ragazzo barbuto vestito di arancione. Entrambi con gli occhi socchiusi, in estasi o in meditazione o semplicemente “fumati”, incarnano la declinante anima hippy del movimento giovanile di quegli anni. (Negli Usa era già declinato da un pezzo). Con il senno di poi possiamo dire che quella copertina è un omaggio agli sconfitti. Perché il terzo Festival del Proletariato Giovanile – Milano, Parco Lambro, giugno 1976 – organizzato dalla rivista “Re Nudo”, passò poi alla storia come il grande rito di passaggio dagli anni del sogno (a occhi socchiusi) agli anni di piombo.
Saccheggi, violenze, sporcizia e caos, soprattutto un incontrollabilecaos. Il clima di liberazione collettiva (le danze, i massaggi, il nudismo, la musica, “peace and love”) che cede la scena, almeno in parte, all’arbitrio energumeno delle prime bande autonome, o più banalmente dei cani sciolti che svaligiano i frigoriferi e rubano i polli per giocarci a pallone. Un mondo che si disarticola, un colossale equivoco (tenere insieme la rivoluzione proletaria e il viaggio in India, la canna del fucile e la canna e basta, Mao e Jerry Rubin) che mostra tutta la sua fragilità e vaniloquenza.
acillano uno per uno i punti di riferimento fin lì collezionati dalla vivacissima controcultura giovanile, quella nata nei Sessanta ed esplosa nel subbuglio planetario del Sessantotto. A cominciare daJerry Rubin, leader storico del movimento americano contro la guerra in Vietnam, pacifista, castrista, alter ego (e predecessore) dei nostri Cohn-Bendit e Rudi Dutschke: al Parco Lambro è presente, tiene conferenze, partecipa a dibattiti, ma è quasi totalmente ignorato tanto dai media quanto dai partecipanti.
Le star non sono più i leader politici carismatici, la star autoproclamata e autoconvocata, in quel giugno del 1976, è la massa ingovernabile dei presenti, un magma ribollente, irriducibile alla politica classica, dunque al concetto di “classe”, e perfino alla nuova politica dei gruppi marxisti comeAvanguardia Operaia e Lotta Continua, presenti al Festival con velleità di “servizio d’ordine” subito travolte dalla frenesia di massa. È come se l’oggetto di un esperimento sfuggisse di mano ai suoi artefici: il “proletariato giovanile” è come il mostro di Frankenstein, il creatore soccombe alla creatura.
Segue qui:
http://espresso.repubblica.it/visioni/2016/06/20/news/quando-a-parco-lambro-fini-il-futuro-1.273580

PSICOANALISI E PATOLOGIE SOCIALI DEL NOSTRO TEMPO. INTERVISTA A GIOVANNA LEONE DELL’UNIVERSITÀ SAPIENZA

di Sonia Topazio, ilfoglietto.it, 23 giugno 2016
Giovanna Leone, Psicologa e Professore Associato presso l’Università Sapienza di Roma, attualmente insegna Psicologia sociale e della comunicazione, per gli studenti dei corsi triennali di Scienze della comunicazione; Psicologia della politica, per gli specializzandi in Editoria e nuove professioni della comunicazione; Psicologia di Comunità per gli studenti della Magistrale in Psicologia del Benessere e della Salute. Autrice di numerose pubblicazioni, è full member di diverse associazioni scientifiche, tra cui AIP (Associazione Italiana Psicologia – sezione di Psicologia Sociale), EASP (European Association of Social Psychology), SIPSA (Società Italiana di Psicologia della Salute, membro del comitato esecutivo) SIPCO (Società Italiana di Psicologia di Comunità). La professoressa Leone ha accettato molto gentilmente di rispondere ad alcune nostre domande e per questo la ringraziamo davvero tanto.
Professoressa Leone, perché la psicoanalisi nasce proprio nel centro dell’Europa? Sarà un caso che due guerre mondiali abbiano avuto proprio lì la loro origine?
Credo che all’origine del pensiero psicoanalitico, com’è rintracciabile nei primi scritti freudiani, ci sia stato un incontro fecondo tra varie forme di marginalità sociale, rilette alla luce delle intuizioni di una mente straordinaria. Il primo grande marginale è stato, a mio avviso, Freud stesso: figlio di una famiglia ebraica, non trovò la sua collocazione nell’università della Vienna in cui si era molto brillantemente formato. Il fatto che l’accademia lo respingesse, per motivi che a mio avviso erano anche legati alle origini e al censo della sua famiglia, è stato in fin dei conti la sua e la nostra fortuna. Ho visto in una mostra organizzata nella sua casa-studio viennese, vuota dell’arredamento che Freud portò con sé quando la principessa Bonaparte lo aiutò a organizzare il suo esilio a Londra, la copia di una lettera molto nobile e ironica in cui Freud rifiutava una cattedra che gli era stata offerta molto goffamente e soprattutto tardivamente, dopo che il modo in cui pensiamo alla nostra vita mentale era stato già rivoluzionato per sempre dai suoi scritti e dalla sua prassi terapeutica.
A partire dalla necessità di optare per la pratica clinica, cui lo aveva forzato la chiusura delle speranze in una carriera universitaria, Freud incominciò a incontrare persone appartenenti alle categorie marginali della società dell’epoca: donne “isteriche”, che soffocavano nella gabbia troppo stretta delle convenzioni benpensanti sul dover essere femminile, e uomini che avevano sperimentato la terribile fraternità delle trincee della prima guerra mondiale. I versi di Ungaretti, “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, dicono con meravigliosa concisione di questa attesa impotente della morte, cui la gioventù europea fu costretta. Questa prima guerra mondiale segnò, come Benjamin intuì perfettamente, l’impossibilità per il reduce di narrarsi con semplicità e di venire ascoltato con reverenza al suo ritorno. La necessità di reinventare nella pratica psicoanalitica un nuovo modo di ascolto della sofferenza dei sopravvissuti smascherò per sempre l’illusione di grandezza delle guerre precedenti, che trasfigurava l’esperienza bellica nel mito dell’eroe.
La negazione della sessualità, la comprensione dell’inutilità e della ferocia della guerra, la caduta delle illusioni in una natura falsamente angelicata della vita umana sono state, io credo, alla base del pensiero di questo grande irregolare, che ha inventato uno spazio-tempo speciale, dedicato a chi è spinto ai margini della vita sociale. La sua voce, profondamente immersa nella cultura europea – Freud ricevette il premio Goethe per la qualità della sua scrittura, e arricchì ogni suo scritto di riferimenti continui all’arte, all’architettura, ai miti classici greci – entrava in dialogo con i suoi pazienti attraverso l’offerta di un’interpretazione. Nella sua grande originalità, questa invenzione terapeutica riecheggiava in qualche modo il midrash, il commento che considera i testi sacri come segni inesauribili, da cui trarre atti di significazione molteplici. Né si può dimenticare, dietro alla decisa scelta freudiana della “via regia” dell’interpretazione dei sogni, la saggezza ebraica che compara ogni sogno non meditato adeguatamente da chi lo ha avuto a una lettera che il destinatario ha dimenticato di leggere.
In sintesi, credo che il grande pensiero europeo tra le due guerre mondiali, di cui Freud è un’espressione formidabile, sia emerso contemporaneamente da una grande tensione e violenza, che ha dato vita a fenomeni terribili, e da una altrettanto grande capacità di far dialogare tra loro le diversità culturali, aprendosi all’insegnamento delle minoranze emarginate e creative, quelle che Serge Moscovici ha definito “le minoranze attive”. Credo, inoltre, che questa chiave di comprensione, che Lei suggerisce per spiegare le radici passate del pensiero psicoanalitico, possa essere valida ancora oggi, per cogliere le novità che l’Europa è in grado di esprimere nel contesto storico attuale, gravido di minacce ma anche di potenzialità. Penso ad esempio, da un lato, alla nostra politica estenuata, che inclina con facilità verso il cinismo impotente o il populismo violento, e, d’altro lato, alle migliaia di volontari che accorrono a sostenere i migranti che cercano di raggiungerci, inventando continuamente gesti di comunicazione semplici e potenti, che superano con un’efficacia stupefacente distanze culturali immense.
La psicoanalisi potrebbe definirsi come primo tentativo di rispondere alla malattia del pensiero occidentale: l’individualismo?
Per rispondere a questa domanda vorrei ricordare una illuminante distinzione che un grande storico della psicologia, Robert Farr, tracciava rispetto alle teorie: dicendo che tutte le nostre teorie sono teorie sulla mente, ma solo pochissime sono destinate a diventare teorie nella mente, cioè a trasformarsi in strumenti di riflessione su sé stessi usati dalla maggioranza delle persone di buona cultura, e non solo dai professionisti della ricerca psicologica. Certamente, la psicoanalisi è un esempio preclaro di teoria sulla mente che è diventata anche teoria della mente: se ieri si poteva insultare il proprio ragazzo rimproverandogli di essere mammone, oggi gli si può dire che non ha superato del tutto il complesso di Edipo.
Al di là delle battute, credo che la psicoanalisi abbia aiutato il processo di autoconoscenza che la cultura in cui viviamo ha iniziato da moltissimo tempo, riflettendo sulla propria inquietudine interiore come faceva anche Sant’Agostino nelle sue Confessioni. Più che l’individualismo, penso che un problema che si può imputare al pensiero psicoanalitico è il sospetto che una parte delle proprie azioni non ricada sotto la propria diretta responsabilità. Questo rischio ha due facce. Da una parte, la psicoanalisi ci ha consentito di scoprire l’importanza dei moventi inconsci in molti momenti della nostra quotidianità (gli atti mancati, i lapsus, i motti di spirito, tutte quelle piccole difficoltà che caratterizzano quella che Freud chiamava la psicopatologia della vita quotidiana). In tal modo, ha realizzato quella che è stata significativamente chiamata una salutare “mortificazione” scientifica delle nostre idee su noi stessi. Galileo, rischiando molto, ha mortificato la nostra pretesa che il sole ci girasse intorno. Darwin, incontrando ironie e attacchi, ci ha mostrato che ci sono molte continuità tra noi e quegli animali che ci illudevamo di dominare a partire da un’incomparabile superiorità. Freud ci ha mostrato che “l’Io non è padrone in casa sua” e che deve continuamente venire a patti con processi che in parte sfuggono alla sua consapevolezza. Ma questa salutare mortificazione può tradursi in una giustificazione: poiché non dipende da me, non sono responsabile dell’eventuale danno che provoco nell’altro. Credo che la fuga dalla responsabilità nella vita personale e sociale sia il grande rischio a cui è esposto chi si rende conto, fino in fondo, di quanto la vita mentale sia molto più complessa dei processi che avvengono in modo consapevole. Ma voglio anche dire che quest’ottica auto-giustificatoria non era affatto presente nel pensiero originale di Freud; che anzi, al contrario, descriveva il fine della terapia dicendo che, al termine di una terapia ben fatta (e, in quanto tale, non proseguita in modo interminabile) “là dove c’era l’Es ci sarà l’Io”.
Segue qui:
http://ilfoglietto.it/il-foglietto/4813-psicoanalisi-e-patologie-sociali-del-nostro-tempo-intervista-a-giovanna-leone-dell-universita-sapienza.html

RELAZIONI PSICOANALITICHE

di Vittorio Lingiardi, ilsole24ore.com, 24 giugno 2016
Se non fosse morto nel 2000, Stephen Mitchell oggi avrebbe 70 anni. Psicoanalista del William Alanson White Institute e docente alla New York University e alla Columbia, è tra i fondatori della rivistaPsychoanalytic Dialogues. È stato il motore della «prospettiva relazionale» in psicoanalisi ed è ancora il nume tutelare dell’International Association for Relational Psychoanalysis and Psychotherapy (IARPP), il cui congresso annuale si è appena svolto a Roma (9-12 giugno). Con la sua insistenza sul valore fondativo e curativo delle relazioni e la sua capacità di decostruire il dogmatismo che per decenni aveva segnato, spesso paralizzandolo, il dibattito psicoanalitico, Mitchell è uno degli analisti che più ha contribuito a ridefinire la fisionomia della psicoanalisi contemporanea, rileggendo la teoria delle pulsioni alla luce delle nostre vicissitudini interpersonali e del significato relazionale dei nostri bisogni.
Segue qui:
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-06-24/relazioni-psicoanalitiche-162246.shtml?uuid=ADxtcEg&refresh_ce=1

SE LA PSICANALISI TENTA DI SPIEGARE LA FERITA BATACLAN

di Manuela Zadro, repubblica.it, 26 giugno 2016
Bataclan, la ferita dell’Europa. Il 13 novembre 2015 l’attacco jihadista ha ucciso a Parigi 130 persone e ne ha ferite centinaia, in vari luoghi della capitale francese. Nel teatro nell’XI arrondissement dove si stava svolgendo un concerto, il massacro è stato devastante. Per la generazione Bataclan, per tutti quelli cioè che hanno vissuto l’attacco alla civiltà occidentale, niente sarà mai più come prima. Per questo capirne i motivi diventa così importante. E capirne i motivi non significa giustificare quanto avvenuto ma «comprendere e non giudicare» un momento della storia. Alessandra Guerra, psicanalista che dirige la collana Libertà di psicanalisi della casa editrice Ets, ha intervistato otto psicanalisti francesi. La loro elaborazione dell’attacco islamista riflette i personali percorsi formativi ma anche la loro esperienza di cittadini francesi.
Segue qui:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/06/26/se-la-psicanalisi-tenta-di-spiegare-la-ferita-bataclanFirenze17.html
 

LACAN. CLINICA E ETICA DEL GODIMENTO

di Alex Pagliardini, doppiozero.com, 27 giugno 2016
Nel corso di tutto il suo insegnamento Lacan compie uno sforzo enorme, quello di intendere, sempre e comunque, il come e il dove è presente la causa negli effetti – in particolare in quegli effetti di cui la psicoanalisi si occupa e con i quali ha a che fare, e che prendono via via il nome di sintomo, di soggetto, di inconscio, di desiderio ecc. Che cosa significa tutto ciò? Significa che Lacan ha cercato fin da subito, e progressivamente in modo più radicale e al contempo rovesciato, di intendere la “funzione”, il “peso” dell’incidenza del significante nel funzionamento del significante, della genesi della struttura nella struttura, della costituzione del soggetto nel soggetto costituito, del trauma nel traumatico, del taglio nel dispiegamento dell’inconscio ecc., dunque appunto la “funzione” e il “peso” della causa nell’effetto. Detto altrimenti Lacan sin dall’inizio del proprio insegnamento cerca di cogliere la funzione dell’accadere nell’accaduto, individuando in questo nodo un punto centrale della teoria e della pratica psicoanalitica.
Se si prende come riferimento il testo di apertura degli Scritti, La lettera rubata, si può cogliere come già questo Lacan, nella sua fase più propriamente strutturalista, non è interessato al funzionamento astratto della struttura ma alla sua incidenza, detto altrimenti non è interessato alla struttura ma allo strutturarsi della struttura o, se vogliamo, è interessato alla struttura in quanto modo di strutturarsi della struttura. Quello che nelle pagine di tale Scritto Lacan battezza caput mortum del significante altro non è che la presenza dell’accadere del significante all’interno del funzionamento significante. Il caput mortum del significante è il punto attorno al quale Lacan sviluppa gran parte del suo insegnamento, attribuendogli nomi e funzioni diverse, dal fallo al tratto unario, dal significante padrone al marchio. Proprio per questo è bene non dimenticare che in primis e al fondo, tale punto indica il come è presente nel funzionamento della struttura il suo aver luogo, di come è presente il suo istituirsi nel suo essersi istituita, di come è presente l’accadere del significante nel suo essere all’opera, cioè nel suo essere accaduto, nel suo dispiegamento.
Tutto l’insegnamento di Lacan è dunque piegato a questa esigenza di maneggiare nel funzionamento significante, dunque nell’inconscio, l’atto che ripetutamente lo istituisce – di maneggiare ripetutamente questo nodo. Molte tortuosità del suo insegnamento trovano in questo nodo una delle ragioni di fondo. Il fatto che le tortuosità aumentino nel corso dell’insegnamento è l’indice ulteriore di una radicalizzazione di tale esigenza e allo stesso tempo di un rovesciamento interno a essa. Il rovesciamento consiste nel non intendere più, o non solo, il “piano” dell’accadere nell’accaduto ma nel maneggiarlo e intenderlo, se posso dire così, in presa diretta, nel cogliere in sé il piano dell’accadere, fino a isolarlo nella sua separatezza, nel suo carattere assoluto.
Tra le operazioni più note di Lacan, che trova in questo nodo la sua ragione di fondo, c’è l’invenzione del “concetto” di lalingua, che è appunto il tentativo di cogliere in presa diretta il piano dell’incidenza del significante, il suo puro accadere, e non più e non solo estratto e dedotto dal funzionamento del significante. Allo stesso modo l’insistenza ottusa di Lacan sulla topologia rischia di essere uno sterile esercizio di elucubrazione se non vi si coglie il suo tentativo di frequentare l’accadere in sé e non l’accadere dedotto dall’accaduto, se non vi si coglie il tentativo di cogliere «la genesi in atto» (p. 68) dell’esperienza, del soggetto, dell’Altro, invece di dedurre la genesi, la causa, a cose fatte. In tal senso la topologia di Lacan se utilizzata come spiegazione del funzionamento dell’esperienza, dell’inconscio ecc., a cose fatte, è solo un esercizio retorico.
Segue qui:
http://www.doppiozero.com/materiali/lacan-clinica-e-etica-del-godimento
 
 GAIA E LE ALTRE MINORI VIOLENTATE. COSÌ IL BRANCO SCEGLIE LE VITTIME. La procuratrice dei minori Maggia: sono sempre più giovani e in balia del gruppo. Le cause del fenomeno: la noia e la ricerca di nuove emozioni alimentate dal sesso facile della Rete. Charmet: «Il branco non arretra». Gaia: «Io non riuscivo nemmeno a urlare»
di Andrea Pasqualetto, corriere.it, 29 giugno 2016
Gaia non urlava, non riusciva a urlare. «Ero talmente bloccata che non mi usciva nemmeno la voce». Loro erano in tre, tutti ragazzi, tutti minorenni come lei. Dissero in coro quel che dicono spesso questi giovanissimi che di colpo, una sera, obbedendo alla legge del branco diventano violentatori: «Pensavamo che Gaia (nome di fantasia, ndr) ci stesse».
LA DIFESA DEGLI AGGRESSORI
L’episodio lo ricorda bene la procuratrice capo del Tribunale per i minorenni di Genova, Cristina Maggia, che da ventitrè anni si occupa di ragazzi violenti, bulli, molestatori e piccoli criminali in genere. «Si difendono più o meno tutti allo stesso modo: ma il nostro era uno scherzo, un gioco, non pensavamo che avesse paura…», racconta il magistrato ligure che è anche vicepresidente della Aimmf, l’associazione italiana dei magistrati per i minorenni e la famiglia. Maggia deve confrontarsi oggi con l’ennesimo caso di violenza sessuale di gruppo: tre diciassettenni di Savona, fino a ieri insospettabili giocatori della stessa squadra di calcio, peraltro di buon livello, nazionale giovanile, che decidono di stuprare la fidanzata di uno dei tre girando pure un video. Sconvolta dal comportamento del suo ragazzo, la vittima, straniera diciottenne, ci ha pensato un paio di giorni e li ha denunciati. Scattano l’indagine, i sequestri e gli arresti per tutti e tre. «Rapporti sessuali consenzienti», si sono affrettati a precisare gli avvocati dei calciatori.
Segue qui:
http://www.corriere.it/cronache/16_giugno_29/gaia-altre-minori-violentate-sesso-branco-6d42211a-3d6d-11e6-922f-98d199acd386.shtml?refresh_ce-cp

GOD SAVE THE QUEEN. Funestato dalla Brexit, il regno di Elisabetta rivela tutta la sua impotenza e la sua debolezza

di Umberto Silva, ilfoglio.it, 29 Giugno 2016 
Il primo effetto Brexit è che i londinesi sono improvvisamente diventati antipatici, gente che tutti quanti vorrebbero prendere a pedate. Erano il paese più trendy al mondo, gli si perdonavano gli hooligans e gli equivoci reucci ricevuti dalla grande regina, tutto era glamour ed eccitante, il santo regno dove educare i nostri figli alla forza e alla prosperità, ed ecco al posto del rassicurante Cameron, rivelatosi un folle, la faccia furbo demonio di Farage, quel riso che annuncia la fine dei tempi. Che dire? Che da oggi in poi gli inglesi sono altro da quel che pensavamo? Certo, metà di loro ci vuole bene, ma come dividere il grano dal loglio? La tanto amata regina, modello di coraggio in tutto il mondo, non sarà per caso una di loro, una Brexit, un’invadente ultracorpo? L’abbiamo tutti quanti un po’ osannata, e magari da sempre lei cova mostruose istanze separatiste? Per decenni è stata la regina Elizabeth a sostenere l’Inghilterra, ma ora rivela la propria impotenza: anche se fosse contro la Brexit non può pubblicamente esserlo e resta lì, schiava dell’infero Farage. I suoi anni saranno d’ora in poi celebrati dai buzzurri sotto gli occhi di un mondo ostile, vittorioso Trump ne approfitterà per ricoprire la sovrana di volgarità, e lei per amor patrio dovrà accontentarsi di storcere il naso, occasione per il magnate di digrignare i denti, e così via. Che decadenza, signora!
Segue qui:
http://www.ilfoglio.it/la-politica-sul-lettino/2016/06/29/brexit-regina-elisabetta-god-save-the-queen___1-vr-143803-rubriche_c205.htm

(Fonte dei pezzi della rubrica: http://rassegnaflp.wordpress.com

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