Recensione di un capolavoro La mia vita da Zucchina: SIAMO TUTTI UN PO’ ZUCCHINA

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4 dicembre, 2016 - 21:41
di: Francesco Bollorino
Anno: 2016
Regista: Claude Barras
Deve essere un destino: tutti i film realizzati con la tecnica di animazione stop-motion mi piacciano da morire.
E’ accaduto con l’americano “Anomalisa”, accade oggi con la meraviglia commovente di “LA MIA VITA DA ZUCCHINA” primo lungometraggio del disegnatore svizzero Claude Barras con la sceneggiatura essenziale per la riuscita del film della regista francese Celine Sciamma, autrice del pluripremiato Tomboy, che ha contribuito in maniera forte alla nascita e alla mirabile riuscita del progetto, tratto dal libro omonimo di Gilles Paris edito in Italia da Piemme.

LA TECNICA DI ANIMAZIONE STOP MOTION
La mia vita da Zucchina è un film d’animazione a passo uno (in inglese stop-motion o frame by frame), una tecnica simile a quella dell’animazione tradizionale, in cui però i disegni sono sostituiti da pupazzi, filmati fotogramma per fotogramma. Tra un fotogramma e l’altro i pupazzi vengono riposizionati per dare l’illusione del movimento: poiché i pupazzi in questione restano immobili quando vengono filmati, la raffinatezza dei gesti, la fluidità dei movimenti, le sottigliezze espressive sono determinati dalla qualità dell’animazione e degli animatori. Sono stati usati pupazzi alti circa 25 cm, costruiti artigianalmente combinando materiali diversi (schiuma di lattice per i capelli, silicone per le braccia, resina per il viso, tessuti per i vestiti) avvolti intorno uno scheletro articolabile adattato alla morfologia di ogni personaggio. I pupazzi vengono quindi collocati in un set realizzato in scala e illuminati dal direttore della fotografia, prima dell’intervento degli animatori.

La storia è quella del decenne Icare detto Zucchina dalla madre alcolista con cui vive dopo l’allontanamento del padre donnaiolo.
All’inizio del film assistiamo alla morte accidentale della madre per una caduta dalle scale causata, involontariamente da Icare nel tentativo di difendersi dalle percosse.
La tranche de vie rappresentata va dall’ingresso di Zucchina nella accogliente e affettuosa casa famiglia (ma pur sempre di un surrogato di casa si tratta) dove verrà ospitato fino all’adozione sua e di Camille la bambina di cui si è innamorato da parte del poliziotto Raymond che aveva preso in carico il suo caso.
In mezzo?
L’amore. Settanta minuti di amore.
“La mia vita da Zucchina” è infatti uno struggente film sull’amore: sognato, perduto, violato, scoperto.
La deprivazione porta spesso altra deprivazione transgenerazionale ma ha come unico antidoto l’amore appunto che i bimbi della Casa Famiglia cercano indagano vivono certo meglio degli adulti che li hanno generati.
Ogni scena del film, ogni dialogo meriterebbe una analisi approfondita tanto nulla è casuale in ciò che ci viene proposto con grazia, lievità ma pure crudo realismo.

Io vorrei soffermarmi sul finale e sul sottofinale per l’emozione profonda che mi hanno suscitato ma credo che ogni spettatore, come accade ai capolavori veri, troverà certamente la “sua scena” da non dimenticare.
Nel sottofinale, arrivati nella casa del poliziotto a Zucchina/Icare e Camille vengono mostrate le camere preparate per loro dal loro nuovo papà: Camille si mette a piangere, Zucchina le chiede perché lo faccia e lei risponde che si piange a volte di felicità, mentre anche gli occhi dell’uomo si riempiono di lacrime di gioia.
Nel finale i bimbi rimasti della Casa attornano la maestrina che ha portato loro a vedere il figlio appena nato e i bimbi le chiedono se non lo/li lascerà mai e, in un crescendo rossiniano così tipico dei bimbi a volte, dicono alla maestra se non lo/li lascerà neppure se il bimbo se la farà addosso, neppure se farà i capricci e dicono, dicono inventandosi le più “terribili potenziali nefandezze” fino in ultimo  a chiederle se non lo/li lascerà mai neppure se gli puzzeranno i piedi.
Cos’è l’amore, infatti, se non l’accettare l’altro anche se gli puzzano i piedi?
Memorabile e sconvolgentemente bello… un capolavoro di film dedicato all’infanzia ma che parla a tutti noi, di noi profondamente.
Realistico ma al tempo stesso caparbiamente sicuro della forza mutativa che l’amore porta con sé.

Scrive Paolo Mereghetti sul Corriere a proposito del film:
Il risultato è un film emozionante e bellissimo, dove anche i temi più duri vengono trattati con sensibilità e pudore, ma soprattutto mai con ipocrisia o superficialità (il che sconsiglia la visione ai piccolissimi). Una messa in scena molto controllata, con pochi movimenti di macchina e una durata media delle scene piuttosto lunga, oltre a quegli occhioni commoventi, innesca l’empatia e permette al film di affrontare temi anche urticanti senza cadere mai nel facile conformismo.

Io aggiungo che ho pianto tanto e mi son divertito tantissimo…. Siamo in fondo tutti un po’ Zucchina.

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Commovente anche la recensione di Francesco. Non sono un cinefilo ma andrò a vedere Zucchina.


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