LO PSICOANALISTA E LA CITTA'
Riflessioni sulla vita contemporanea
di Massimo Recalcati

L'eredità in politica: La minaccia della scissione

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4 febbraio, 2017 - 09:50
di Massimo Recalcati

Ormai qualche giorno fa il Priore di Bose Enzo Bianchi ha comunicato ai suoi fratelli di lasciare la guida della comunità che ha fondato e diretto. Lo ha reso pubblico con una lettera  che si apre con una citazione del commento di Agostino al Salmo 41: “Si dice che i cervi quando camminano nella loro mandria appoggiano ciascuno il capo su quello di un altro. Solo uno, quello che precede, tiene alto senza sostegno il suo capo e non lo posa su quello di un altro. Ma quando chi porta il peso è affaticato, lascia il primo posto e un altro gli succede.”
In questa immagine dobbiamo leggere quell’avvicendamento necessario che garantisce la trasmissione dell’eredità nelle generazioni a venire. Enzo Bianchi lascia la testa della fila dei cervi per appoggiare il proprio capo stanco sulla schiena del cervo che chiude la fila. In gioco è una interpretazione efficace dell’eredità: non si abbandona la comunità, non si esce dal branco, né, tanto meno, si agisce contro di esso, non si minacciano scissioni, ma si decide che è semplicemente venuto il momento del proprio ritiro. Nietzsche ricordava che questa è la saggezza più grande nell’uomo: saper tramontare nel tempo giusto.
Da tempo sostengo che uno dei mali della politica italiana è l’assenza di una giusta interpretazione dell’eredità. Basta guardarsi attorno: in quel che resta della Destra abbiamo la sagoma rediviva di Berlusconi che anziché sfilarsi dal suo ruolo di leader lo ripropone incessantemente come sola condizione di aggregazione di un campo ormai sfilacciato, politicamente moribondo e elettoralmente drasticamente rimpicciolito. Nessuno dopo di lui. Nessun erede, nessun figlio legittimo, nessun discendente. I figli che hanno rivendicato una loro autonomia – come Alfano o Fitto – hanno dovuto andarsene. Nella Destra più estrema sembra che più che un passaggio di testimone si sia compiuto un parricidio: Bossi è innominabile, forse rancoroso nel suo isolamento, in ogni caso senza parola, fuori scena. Ma è il movimento grillino a mettere più in evidenza la difficoltà della trasmissione simbolica della eredità :  il vecchio leader  non solo esige di vegliare costantemente sui suoi figli, ma gli impone veri e propri contratti che riducono la loro libertà d’azione trasfigurando quella dipendenza in una vera e propria catena. Per questa ragione quando il dissenso verso il capo si manifesta democraticamente la sola possibilità è quella della scissione. Avviene anche in quelle famiglie dove la voce del padre-padrone vorrebbe dettare sempre la Legge: la sola possibilità di crescita per i figli è quella della separazione.
Il caso più interessante resta ovviamente quello del PD. La salita sulla scena di Matteo Renzi ha squadernato tutte le difficoltà della sinistra italiana nell’interpretare efficacemente la trasmissione dell’eredità. Il conflitto con Bersani non fu e non è solo un conflitto sui contenuti, ma un conflitto generazionale. L’alleanza tra Bersani e D’Alema – due illustri padri del PD – contro il loro stesso partito durante la recente campagna referendaria non ha precedenti nella storia della sinistra italiana.
Renzi ha commesso diversi errori (due macroscopici tra tutti: sulla Scuola è andato troppo rapido, non ha ascoltato come avrebbe dovuto le rappresentanze di quel mondo; sul Referendum non ha colto, come lui stesso ha ammesso, la sua politicizzazione incombente), ma è indubbio che la sua apparizione sulla scena politica italiana è stata una irruzione di vitalità in un campo mortificato. Egli non ha voluto lasciare al solo Grillo l’idea benefica e necessaria di un rinnovamento delle nostre classi dirigenti. Per questa ragione è il solo nemico veramente temuto dal M5S. Non a caso nei suoi rari discorsi post-referendum Renzi ha giustamente avvertito che gran parte della sconfitta elettorale e del destino del PD riguarda il rapporto con le giovani generazioni che gli hanno fatto mancare il loro sostegno. In questo contesto, D’Alema minaccia la scissione. Qui non si tratta di cervi. La marginalità personale appare, come per Berlusconi, insopportabile. Non c’è alcun pensiero sulla necessità vitale di lasciare spazio ad energie nuove, compiere un passo indietro, arretrare. Tutti questi sembrano gesti inaccessibili. La minaccia di scissione, quando avviene tra rappresentanti di generazioni differenti, segnala sempre una difficoltà: il passaggio all’atto della scissione mostra un difetto simbolico della trasmissione. In altri termini: la scissione agisce di fatto ciò che la trasmissione dovrebbe invece simbolizzare, ovvero l’avvicendamento tra le generazioni. Mentre per Pizzarotti e altri dissidenti del M5S, il solo modo per sopravvivere politicamente, è quella di andarsene o di essere cacciati, nel caso della sinistra è il vecchio padre che anziché poggiare la sua testa stanca sul cervo che chiude la fila, minaccia di lasciare il branco. Sono due facce della stessa medaglia.
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Commenti

"Qui non si tratta di cervi" e'il passaggio che piu' apprezzo nel discorso di Massimo Recalcati e che finalmente apre a quelle rappresentazioni, di freudiana e lacaniana memoria, che si fanno uniche vie per una soluzione individuale, quindi civile, a qualunque conflitto e di cui quello col padre non e'certamente il primo. Quale di queste rappresentazioni, con cui il pensiero individuale inizia, agira' una soluzione 'ad hoc' quindi soddisfacente la' ed in quel tempo specifico, resta materia prima su cui tornare ad investire a disposizione di ogni uomo e donna per un successivo profitto. La "separazione, sola possibilita' di crescita" ? Perche' no, se questa e' l'unica soluzione che un feto ha di passare a uomo, o donna ? Ottima provocazione, di cui ringrazio Massimo Recalcati.

Continuare ad osservare l’attuale scenario politico italiano attraverso la lente analitico-edipica del mancato passaggio padri-figli, ingenera dei fraintendimenti, primo tra i quali quello di intendere il fenomeno chiamato ‘renzismo’ come un elemento davvero nuovo. Sana interpunzione vitale in un sistema obsoleto, incapace di generare eredi, preda di pulsioni cannibalesche da parte dei padri intenti a fagocitare i pargoli.
Suona bene, va riconsciuto, ma non regge alla prova dei fatti.
E manco al vaglio teorico, a ben guardare.
Se non fossero bastati i recenti sviluppi referendari per chiarire questo malinteso, che almeno le ultime mosse, e un poco di storia, possano chiarire che insistere in questa lettura è una forzatura estrema.
Vi narrano del Telemaco, colui il quale salta il fossato dei padri immobili e avvinghiati al potere, per segnare una strada nuova. Un ‘innovatore, un Céline del legame sociale, un Platini alla corte del catenacciaro Trapattoni. Una storia, questa, nella quale si favoleggia di una generazione arcigna che ha pensato di fermare il futuro ( quello che prima o poi torna), così che ‘muoia Sansone con tutti i Filistei’, messa alla striglia da chi, in modo legittimo e cristallino, reclama il suo spazio e la sua eredità. Giustamente irrequieto per quel malloppo che papà non vuole mollare.
Insomma, un giusto investito dalla missione di portare ‘il bene’.
E mentre questa narrazione va in onda, sottotraccia si scorge un agire perverso che, fregandosene delle regole alle quali tutti siamo chiamati a rispondere, tentando di forzarle in ogni modo, saltabecca mediaticamante da un luogo all'altro, garantendosi uno stato di perenne intoccabilità.
Telemaco evita e non risponde. Piu’ un SilverSurfer della politica che non l’erede designato. Non se la sente mica troppo di pagare il fio del tubo rotto davanti alla riunione condominiale.
Indice conferenze stampa, parla alla ggente, ma non risponde di tre anni di governo che ci consegna un Italia impoverita, con disoccupazione alle stelle , una generazione umiliata con il jobs act ( arma intelligente che ha puntato, vedi un pò, alle gambe dei giovani, mettendogli in groppa le mirabolanti ‘tutele crescenti’) mance e mancette alla Achille Lauro distribuite a destra e a manca, conclusasi con un conto salatissimo presentato dall'Europa, che pagheremo noi. Euro per euro . Si , perché la titanica lotta pre referendum inscenata contro la Madre Europa ingrata con la faccia della Merkel, ( matrigna malevola che non volevano dare il posto che meritava Italia guidata dal giovane innovatore) celava in realtà una più’ prosaica sceneggiata pre elettorale.
Le leggi Europee ci sono. E chi fa parte della famiglia, è tenuto a rispettarle.Il figlio vigoroso lo sapeva bene.
Il deficit delle sue leggi di bilancio era troppo alto, insomma, il giovane fustigatore dei costumi paterni, spendeva più’ di quel che aveva. Con la nostra Visa.
E oggi, quello che la stampa internazionale ( tutta) chiama ‘il conto di Renzi, ‘arriva sottoforma di tasse e balzelli ( 3,4 miliardi è la stima della manovra aggiuntiva), che pagheremo noi. Noi sfigati, intrappolati nella catena generazionale.
Dopo aver cavalcato la barca, rubata all'amico di partito pugnalato in camera da letto ( non senza avergli augurato l’ormai leggendario ‘stai sereno’), l’uomo solo al timone, ottenuto grazie a patti nemmeno tanto velati con il capo riconosciuto per anni della Destra intrallazzona e puttaniera italiana, promuove una colossale campagna elettorale incentrata su sè stesso e le sue epiche gesta ( come dimenticare il ‘bastaunsi’, panacea neolinguistica per ongi male del paese…)
Piu’ che la lingua dei padri, forzata al proprio destino, una sorta di neolingua.
Dopo di che, il figlio monella sbatte ai 300 all’ora contro un muro, con l’auto di papà.
Non per lo sgambetto dei padri in agguato dietro al porta della camera, e nemmeno per opera del tanto vituperato altro movimento stellato, (il quale comunque la sua leggitmità popolare la possiede, è bene ricordarlo), Ma per l’incontro , mai provato prima , con una strana e fastidiosa forma di espressione gergale poco conosciuta da Telemaco: il voto popolare.
Amaro è stato il risveglio per il figlio che, prese le redini dell’azienda paterna per proiettarla verso orizzonti insperati, si trova a dover affrontare la parola contraria delle maestranze, degli operai, dei sindacati, della città i quali, tutti a braccia conserte, gli comunicano di andarsene.

L’autonominazione, il fasi un nome.E’ questo che invalida realmente la catena trasmissiva dell’eredità, quando il padre lascia detto che non ti vuole come erede, e tu acoltelli il fratello e ti fregi del suo marchio. Altro che Europa cattiva .

Piu’ che il figlio di Ulisse, ricorda il ragazzo che dopo aver rubato la macchina dal garage del padre, gettando il fratello fuori dalla portiera, si schianta contro un muro mentre guidava a 200 all'ora.
E dopo?
Costume, buon senso, padronanza del simbolico, avrebbero dovuto portare ad un rettifica. Un redde rationem con noi, gli italiani, e col suo partito.
Il PD, partito da lui frantumato e diviso, che conserva una struttura e una base. Altre idee, opinioni. Una ritualità del confronto, forse piu’ nei circoli di base che nelle riunioni di elitè, e questo lo può sapere solo chi si è sorbito interminabili riunioni di periferia nelle piu’ sperdute circoscrizioni, nelle quali si metteva al voto anche la scelta di ordinare coca o pepsi.Roba che alla Leopolda non consocono tanto.
Quel PD famiglia, col quale il figlio un po’ bulletto, avrebbe dovuto fare la famosa 'riunione familiare' che si è soliti allestire quando il ragazzaccio torna di notte, con i pantaloni sdruciti e il verbale della municipale.
Al cospetto non solo dei padri, ma anche dei fratelli. Dei cugini, degli ziii.
Invece costui, intravedendo il limite, la sanzione, la reprimenda, si guarda bene dal sottoporvisi. Questo momento lo fugge, lo evita lanciandosi nuovamente ai 200 all’ora. Nessuna congresso, nessuna autocritica, assoluta indisponibilità ad accettare altre idee , altre opinioni.
Di nuovo, di corsa! Per evitare votazioni primarie che, forse, ne metterebbero in pericolo il trono. Corsa contro il tempo, per evitare un secondo referendum popolare sul suo operato, memore del cazzoto in faccia preso quella sera del bastaunsi. Consapevole che , con ogni probabilità, un altro no stavolta lo lascerebbe definitivamente al tappeto. Come ha detto un ministro del suo governo, le elezioni erano una della modalità di non incontrare per la seconda volta quel reale popolare che ha schiantato la macchina presa a nolo.
Telemaco Telemaco, quanto vecchi sono i tuoi metodi….

No, il confronto con le altre anime della famiglia, Telemaco non lo vuole.
Scappa fuori accusandoli di non averlo capito, di essere ingrati!
Si ritaglia un luogo lontano, indenne da critiche, dal quale ricominciare la guerra fratricida, stavolta colpendo basso, bassissimo. Chi? I suoi stessi parlamentari, usando l’ umiliante l'argomento del vitalizio per il quale, a suo dire, essi cercherebbero di tirare avanti la legislatura. Telemaco, troppo ismemorato per ricordarsi di cancellarli quei vitalizi in tre anni (3) di governo, ma abbastanza vecchio da usarli biecamente come arma a pallettoni contro chi va nicchiando alla sua reinconronazione.
E allora di nuovo via!
Dopo un insulto alla compagine avversa, un colpo alle terga dei fratelli, di corsa, verso lo strappo, per evitare un congresso.
Un congresso che sarebbe la cosa piu' naturale, in un Europa nella quale per molto meno leader di partito danno le dimissioni, e lo fanno seriamente.
Di fronte agli italiani si ripresenta , piu’ giovane di prima.
Tremate, padri mummificati.
Come si ripresenta il ragazzaccioi?
Non con un mea culpa per non aver combinato nulla in tre anni di annunci e proclami.Non un rettifica sulle sue leggi orrende, non un senso di imbarazzo verso gli insegnanti. Nulla. Nulla. Nessun senso di colpa per alcune parole pesanti e un po farlocche, prime fra tutti la sua versione rassicurante sul Monte Paschi di Siena .
E’ qua che si verifica la consistenza della parola di un erede. Qua si tocca se fatta di ferro, di stagno o di stagnola. La linea dinastica da percorrere in caso di eredità. Si fonda sulla parola.Nella capacità di rivederla, di sottoporla a falsificazione. Nel farla resistere alla caducità. Essere garantiti dalla legge della parola, assunto inviolabile ( anche se a volte disatteso tragicamente) per chi si siede sul lettino di un analista, cosi’ come per chi affida i suoi beni e le sue cose alle leggi promulgate da un politico.

Il continuo richiamo al figlio che indica la strada al padre, stanco e rassegnato, mi fa venire alla mente le gesta di Pinocchio. Pinocchio il ribelle senza secondi fini, il bugiardo spontaneo che si caccia nei guai, ma alla fine torna dal padre nel ventre della balena. Quel padre Nino Manfredi che commuove quando , di fronte all’orizzonte che il figlio gli mostra a sua portata , allorhcè la balena spalanca la bocca e sotto le stelle si intravede un futuro da persone libere, inizialmente si rassegna, e sprona il ragazzo ad andarsene, chiedendogli di lasciarlo li, in quella posizione nascosta ma alla quale si era ormai assuefatto.
E’ la spinta di Pinocchio che lo strattona e lo prende per mano, facendolo balzare sul tonno che li porterà entrambi al largo, sino alla scena finale nella quale padre e figlio corrono insieme alla ricerca di qualcuno che dia loro da mangiare. Chi non si è commosso guardandola?
Ecco , nulla di tutto questo.
Il Telemaco che vediamo dipinto non scappa dal gatto e la volpe dopo aver capito quali intenzioni avessero. Ma si allea con loro.
Non cerca di tirare fuori il padre dalla bocca della balena, ma fa in modo che ne venga inghiottito. Non cade ingenuamente nel tranello di lucignolo che, a suon di balle, gli promette mirabolanti giornate di bagordi, facendogli dimenticare l’impegno preso con la fata turchina. Egli è lucignolo.

La Consulta sancisce che la legge è 'immediatamente applicabile', e dal suo ritiro operoso, in barba alle parole da uomo che promettevano un addio semidefintivio, e dei suoi fedelissimi, egli di nuovo grida 'al voto al voto'. Da questa posizione, egli può, se corre e trova sponda altrove, riempire le sue liste ( bloccate) di uomini a lui fedeli, scelti col capriccio del ricco figlio dell’industriale che seleziona gli invitati alla sua festa in base alle lodi che costoro fanno della sua sua fuoriserie, regolare i conti interni azzerando le opposizioni, isolando chi ha mosso critiche. Allora li Telemaco, il figlio per niente giusto, ma viziato e furbetto, attuerà in toto quella che la sua dimensione ideale: l'occupazione del potere fine a se stessa, con il capo solo al comando.

Un assaggio del regno del figlio che riprsitinerà la line simbolica dell’eredità transgenerazionale? Si veda il suo blog. Quello che colpisce non è tanto la magniloquenza, quanto l'assoluta certezza, nemmeno tanto celata, di aver operato bene e di essere stato respinto per una chissà quale trama malevola di oscure presenze. Continua a parlare da eletto, autonominato rappresentante di 'milioni di italiani'. Cita tra i suoi 'successi' gli 8o euro(!), cioe' una delle peggiori derive populiste borboniche, e l'Expo (!), grande show oggi sotto la lente della magistratura per una rete di corruttele. Il tutto contornato da una folla che gli va incontro a mano tesa. Nessun accenno alle promesse non mantenute, alle scriteriate twittate ( ‘entro natale casette e contanier pronti’!, ma chi se la ricorda quest’ultima?). D’altronde, perché chiedere la prova del voto quando dentro alla Leopolda tutti i commensali gli battevano le mani? Quando a tavola si sperticavano per acclamarlo capo, dando per buona la sua auto incoronazione? Al grido di ‘E lui! è lui il mio prinicipe! si instillava, tra i partecipanti al banchetto del potere, l’idea che questo potesse essere rappresentativo del mondo. Che là fuori, una massa indistinta di cafoni come quelli di Fontamara, ormai abituata a governi non eletti, avrebbe anche questa volta accettato la delega in bianco.

Se tutto ciò non bastasse a diluire in maniera terminale la figura del giovane vigoroso che , con la forza delle sole mani, mette da parte i padri onnivori e allucinati, rispolverando le trame di simbolico nella catena delle generazioni, resta il voto dei giovani. La loro mobilitazione. Quelli che scrivono si in modo diverso dai padri, ma hanno fermato la sua corsa, percependolo come un vecchio autoritario. Al vetusto e lontano Telemaco hanno gridato il loro dissenso, facendo naufragare il l’idea di essere il comandante in capo.

Telemaco è in realtà un frutto assai genuino del nostro tempo
In questo paese storicamente incline a celare gli ortaggi della propria particolare aia il posto dell’uomo forte è da tempo vacante, assenza che affaccia sul panorama corporativo, individualista e micragnoso dell’italiano, oggi nudo ma, paradossalmente, libero di autorappresentarsi e fare ‘outing’ senza più l’affanno del Grande Padre da seguire.
Il leader oggi degrada sempre più’ nella figura di capo claque di un pubblico preselezionato tra i propri ammiratori, eletto a platea unica di riferimento, sprezzante del fatto che ne esistano altre.
Il leader autofabbricato si contraddistingue per una marcata allergia alle regole, che vuole tuttavia ferree per gli altri. Inadatto ai regolamenti, incline al capriccio personale e sempre in cerca di adepti graditi da arruolare, al momento del redde rationem con la Legge non sceglie la sottomissione e l'inquadramento, preferendo fuggire altrove per garantirsi un ingiudicabilità nel tempo, per poi dedicarsi a ricreare nuovi gruppi con nuovi fans che passino il vaglio della sua adorazione, al posto di quello che era un giuramento in nome della legge, riservando per sè la carica di capo autoincoronato per acclamazione preselezionata, dalla quale impartire il proprio desiderio come legge. Nella ricerca dell'elettorato il nuovo leader, che ama una Legge solo se sottomessa alle sua pruderie, è dunque ben lontano dallo statista del secolo passato, che aveva magari qualche pecca nel privato, ma era interamente dedito a promulgare Leggi per il bene comune, vestendo l'abito di padre della Nazione.
Egli si sintonizza con i bisogni personali dell'uno per uno, ponendosi come risolutore del problema del singolo, domandando in cambio un sostegno al proprio interesse.
Questa situazione è una diretta conseguenza dell’inaridimento delle fonti, del tramonto dei punti di riferimento originari, i grandi campi contrapposti del novecento, che hanno lasciato il posto ai neo personalisimi del narciso, dando forma alla prima campagna elettorale centrata sul ‘mi piace’.

SI tratta di un inabissamento della legge e dell'Altro in nome del quale un tempo ci si intruppava, in favore di piccoli satrapi emanatori della loro personale legge, intenti a circoscrivere il loro in contrapposizione all'altrui, in una logica paranoica ben più feroce e settaria che non ai tempi della contrapposizione DC Pci del dopo guerra. I vecchi leader, come Berlinguer, De Gasperi, Nenni, Togliatti, riconoscevano quell’Altro alle loro spalle, in nome del quale si facevano più o meno esecutori di volontà, portatori di valori dei quali erano ambasciatori. Con pecche, distorsioni, errori. Il patto Atlantico, l’Urss, erano un ‘alle spalle’ che formava l’opinione. Lo sfaldamento di questo legame ha creato una serie di neo leader i quali si pongono come figure gommose che si modellano in funzione del sentire della popolazione, con la barra dritta verso l’opinione media. Il partito di Telemaco rappresenta perfettamente un passaggio degradante, nel quale da forti mani si è passati ad oscuri funzionari vestiti da segretario, che arrancano nella stanza dei bottoni, esibendo una cultura politica assente . Il loro riferimento sono essi stessi, con generici padri di riferimenti disseminati nella galassia cattolica che non era il loro retroterra o, peggio, dello spettacolo.

Dunque, è più’ prosa che poesia


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