L’ideologia del godimento: Pasolini, Salò e la nuova logica del potere.

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3 maggio, 2017 - 00:38
ABSTRACT: The following paper is a short study about the connection between the post-lacanian philosopher Slavoj Žižek’s topic of enjoyment and the thought and work of Pier Paolo Pasolini, in order to emphasize, on one side, how the psychanalytic, critical and Marxist instruments are able to analyze current ideology ad authority, and on the other side to re-mark the modernity of Pasolini’s thought and his extraordinary ability to read the present and to anticipate the future.   
 
RIASSUNTO: L’articolo è una breve indagine sulla relazione tra il concetto di godimento, nella prospettiva di un neo-lacaniano quale Slavoj Žižek, e la riflessione e l’opera dell’ultimo Pier Paolo Pasolini, con il doppio fine da un lato di evidenziare come gli strumenti della psicoanalisi, della Teoria critica e del marxismo siano validi in un’analisi dell’ideologia dominante e del funzionamento del potere nella società odierna, e dall’altro di rimarcare l’attualità del pensiero di Pasolini, e la sua straordinaria capacità di leggere il presente e prevedere il futuro.   
 
Nella recente riflessione filosofica e psicoanalitica di ispirazione lacaniana svolge un ruolo centrale il tema del godimento, la Jouissance, già uno dei nodi sui cui si sviluppava il pensiero dello psicoanalista francese, che assume un’inedita connotazione in chiave politica attraverso il suo legame con la nuova dimensione del potere e dell’ideologia dominante nella società odierna. Lo scopo di questo breve contributo, infatti, è indagare il significativo legame tra Lacan, e in particolare le sue riletture contemporanee, la Teoria critica e Pasolini, nell’analisi di ciò che possiamo definire l’ordine costituito, individuandone i punti di contatto attraverso un percorso che parte dalla teoria psicoanalitica e filosofica, per concludersi con l’analisi del pensiero e dell’arte dell’ultimo Pasolini, in particolare il suo film testamento Salò o le 120 giornate di Sodoma. E la prima fondamentale tappa di questo percorso è un tema a mio giudizio imprescindibile in un’analisi della contemporaneità, ovvero ciò che i neo-lacaniani, su tutti il filosofo sloveno “lacanian-marxista” Slavoj Žižek, chiamano l’istanza di godimento, ovvero una coazione a godere che origina da quello che in Lacan è il concetto di grande Altro, o in altri termini dal Super-Io freudiano. Andando più nel dettaglio sappiamo, difatti, che il Super-Io è nella teoria psicoanalitica tradizionale l’istanza dei codici di comportamento, dei divieti; e in Lacan il grande Altro è ciò che afferisce al registro del simbolico, cioè il campo del linguaggio, delle leggi. Una cifra delle società occidentali contemporanee è tuttavia il capovolgimento di tale logica dovuto al fallimento degli ordini simbolici, con un Super-Io che non ha più il ruolo di porre un freno ai desideri, mettere divieti, installare i sensi di colpa e di vergogna per le pulsioni, ma che al contrario pone un’ingiunzione al godimento, pone il divieto a non godere. È l’inconscio invece, in questa nuova logica, a funzionare da freno, giacché in questo rovesciamento la legge ritorna come imposizione a godere, guastando in qualche modo il godimento stesso. La clinica psicoanalitica, difatti, deve affrontare oggi nevrosi generate da un’incapacità a godere, che va in senso opposto alla tradizionale clinica freudiana. Ciò rappresenta il fulcro della rilettura che Slavoj Žižek fa del pensiero di Lacan e Freud, attraverso Hegel e soprattutto Marx, rilettura che trascende dalla psicoanalisi pura, in direzione di una riflessione politica, e in secondo luogo di un’analisi dell’arte e della cultura popolare. In termini marxiani, infatti, possiamo ricondurre il grande Altro alla sfera dell’ideologia, inteso come complesso di idee che domina e governa una società. E nella logica marxista tradizionale il potere si declinava come apparato repressivo, con caratteristiche analoghe, dunque, all’Altro lacaniano o al Super-Io; si pensi ad esempio a Louis Althusser e alla sua idea di Apparati ideologici di stato, cioè, secondo il filosofo francese, le istituzioni religiose, scolastiche, familiari, politiche, il sistema culturale, mediatico e dell’informazioni. Oggi questo apparato ideologico ha perso però la sua dimensione repressiva, in favore dell’apertura, della tolleranza, infine dell’istanza di godimento. Lì dove questo non è accaduto (la Chiesa), essa ha perso il suo potere sulle masse, come già sottolineava più di quarant’anni fa lo stesso Pasolini. La civiltà occidentale, infatti, e ciò è da ritenersi un dato che trascende l’appartenenza a una qualunque convinzione filosofica, è la civiltà del piacere sfrenato, dell’edonismo e dell’eccesso, di un’ideologia dominante che non reprime gli istinti, ma che al contrario basa il suo potere sul motto Godi!, nonché sulla tolleranza, sull’apertura, sul progressismo nei temi sessuali. Tale rovesciamento della seconda topica di Freud, cioè il nuovo ruolo del Super-Io nella nostra epoca, così come l’idea di leggere il grande Altro come apparato ideologico, è necessariamente legata alla volontà di interpretare in chiave sociale e politica i temi tipici della psicoanalisi, idea che troverà una prima declinazione già a partire dal dopoguerra nella riflessione di due pensatori diversi, ma accomunati dall’appartenenza alla grande area del pensiero critico del novecento, cioè il francofortese Marcuse, ovvero colui che per primo ha fondato la sua speculazione sull’unione di marxismo e psicoanalisi, e il post-strutturalista Foucault, padre della riflessione sulla biopolitica, sull’influenza del potere sui corpi, sui temi della repressione e della sessualità. Ma le origini di un’analisi di tale natura possono essere fatte risalire già al lavoro dei due esponenti di maggior rilievo della Scuola di Francoforte, Horkheimer e Adorno, che in Dialettica dell’Illuminismo ponevano involontariamente le basi alla futura riflessione di Pier Paolo Pasolini, attraverso la critica all’illusorietà dell’Illuminismo e della razionalità scientifica, cioè il fondamento della civiltà occidentale moderna, la cui volontà di dominio razionale della natura (che si declina, infine, anche nel contemporaneo edonismo e progressismo ideologico) è all’origine del pensiero borghese e, in conclusione, del dominio dell’uomo sull’uomo.
È in questo contesto culturale e filosofico che si inserisce il poeta, scrittore e regista friulano, e più precisamente l’ultimo Pasolini, quello più pessimista e critico degli anni settanta, che ha l’enorme merito di interpretare con grande lucidità e intuizione, probabilmente influenzato anche dalla Scuola di Francoforte (anticipando cronologicamente, invece, il Foucault della biopolitica e naturalmente il contemporaneo Žižek), questa nuova dimensione del potere, in un percorso speculativo e artistico che passa attraverso gli scritti pubblicati sulle pagine di quotidiani e riviste tra il 1973 e il 1975, e successivamente raccolti in Scritti corsari e Lettere luterane, e soprattutto attraverso il suo ultimo film, il controverso capolavoro Salò o le 120 giornate di Sodoma. Già negli scritti, Pasolini dedica grande cura al tema del conformismo e alla riflessione antropologica sul nuovo italiano della società tardo-capitalista, rimarcando come il conformismo ideologico e l’imborghesimento del proletariato si riflettessero anche sull’aspetto fisico, sulle caratteristiche estetiche e corporali dei giovani. È un Pasolini profondamente critico e invaso dal pessimismo di chi intravede la fine delle differenze sociali (in chiave di omologazione), e quindi della prospettiva della lotta di classe, perdendo inoltre quella che è stata a lungo il suo ambiente di riferimento, quello delle periferie romane e delle borgate, in cui non riconosce più quei tratti di purezza pre-capitalistici. È il Pasolini del notissimo articolo sui capelloni (Il "discorso" dei capelli), in cui sottolinea come un tratto apparentemente di ribellione giovanile quale i capelli lunghi fosse divenuto in realtà un elemento di omologazione che accomuna borghesi e proletari; delle analisi del nuovo fascismo, della critica al vuoto culturale della borghesia, dello Studio della rivoluzione antropologica in Italia, in cui troviamo righe illuminanti a proposito del tema qui in discussione:
 
“L'omologazione «culturale» che ne è derivata riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. [..] La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c'è più dunque differenza apprezzabile [..] tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili. Nel comportamento quotidiano, mimico, somatico non c'è niente che distingua [..] un fascista da un antifascista[1]”.
 
Ma accanto a ciò, Pasolini coglie con grande lucidità anche la nuova logica del potere, tollerante e progressista, che non è altro che un’anticipazione di quella dimensione del godimento che oggi riconoscono i neo-lacaniani come Žižek. Sono articoli per un certo senso controversi, giacché coincidono con la discussa presa di posizione antiabortista di Pasolini, ma è indubbio che lo scrittore avesse intuito la nuova declinazione del potere e dell’ideologia dominante, soprattutto nei numerosi articoli dedicati al referendum del 1974, o ancora in Studio della rivoluzione antropologica in Italia, in cui a proposito del cambiamento dei valori della nuova borghesia dice:
 
“I «ceti medi» sono radicalmente - direi antropologicamente - cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori [..] dell'ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano. É stato lo stesso Potere - attraverso lo «sviluppo» della produzione di beni superflui, l'imposizione della smania del consumo, la moda, l'informazione (soprattutto, in maniera imponente, la televisione) - a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo[2]”.
 
L’ideologia dominante, dunque, nelle società occidentali contemporanee esercita una doppia funzione, da un lato di omologazione non solo culturale ma anche fisica, quasi biologica, dall’altro di rovesciamento dei valori attraverso un’apparente tolleranza, un’apertura verso la modernità e la cultura edonistica del consumo, abbandonando quindi i valori tradizionali e privando istituzioni come la Chiesa del loro potere sulle masse. La nuova Chiesa è la televisione, la cultura del cristianesimo è soppiantata da quella americana, il feticismo delle merci diviene religione del consumo. La nietzscheana morte di Dio trova il suo compimento. È proprio in queste pagine che si colloca quel legame tra Pasolini, Lacan, la Scuola di Francoforte, nel comprendere la dimensione biopolitica del potere e la svolta edonistica della cultura occidentale, nel riconoscere nel progressismo ideologico che si diffonde negli anni settanta un’ultima declinazione di quei principi dell’Illuminismo, già smascherato e criticato in una prospettiva marxista da Horkheimer e Adorno.
In Abiura della Trilogia della vita, infine, Pasolini rinnega i suoi ultimi tre film (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte), riconoscendo che l’utilizzo che vi fa del corpo umano e dell’erotismo, in nome della liberazione sessuale, ha perso di senso a causa della nuova ideologia della tolleranza, che ha finito per svuotare di ogni carica politica la ostentata libertà sessuale. Nello stesso articolo dichiara il suo odio nei confronti dei corpi e degli organi sessuali dei giovani contemporanei, la cui rappresentazione cambierà radicalmente in Salò. È proprio alla luce di tali riflessioni, infatti, che nasce Salò o le 120 giornate di Sodoma, che capovolge la Trilogia della vita (e difatti sarebbe dovuto essere forse il primo episodio di una Trilogia della morte), rovescia la rappresentazione dei corpi, che diventano merce, portando (purtroppo, poiché il poeta sarebbe morto di lì a breve) a compiuta conclusione un percorso di pensiero che è tutt’ora di enorme attualità.
In Salò, infatti, Pasolini rielabora sotto forme di finzione le sue riflessioni sull’omologazione, sulla rivoluzione antropologica, sui nuovi valori borghesi e sulla manipolazione dei corpi, attraverso un’estremizzazione funzionale del presente, riadattata nel contesto della Repubblica di Salò per esaltarne i tratti sadici, violenti e rituali, caratteristica dei regimi nazifascisti.  Il sesso, la possibilità di usare il proprio corpo e quello altrui a piacimento non è più un atto deliberato in nome della libertà, ma lo squallido gioco del potere, un potere che ha la sua forza nel godimento, nella mercificazione e nell’uso del corpo umano. Laddove i quattro padroni usano la forza della coercizione, i mezzi dell’ideologia dominante sono in realtà più subdoli e da ricondurre in buona parte al potere dei media. Ed ecco che i padroni appaiono infatti come dei teatranti, dei burattinai che organizzano uno spettacolo macabro, fatto di racconti scabrosi, falsi matrimoni, concorsi “di bellezza” decisamente sui generis. Salò o le 120 giornate di Sodoma è in questo senso da considerarsi come un vero e proprio film-saggio, in cui il Pasolini degli scritti porta a termine la sua riflessione, al contempo estremizzando i caratteri del presente, e profeticamente prevedendo quelli del futuro; si pensi agli scandali sessuali che coinvolgono leader politici di tutto il mondo, alla cosiddetta spettacolarizzazione della politica, alla mercificazione del corpo vista negli ultimi trent’anni nelle televisioni, negli eventi di attualità, nella quotidianità di ognuno di noi. Un saggio di antropologia, politica e psicoanalisi sull’essenza del male e sulla carica anarchica del potere che diventa degenerazione, godimento sfrenato. Quello dell’anarchia del potere era difatti un tema cruciale per Pasolini, che interpretava il rapporto tra il potere e i sottoposti nella società contemporanea al pari di quello che i nazisti avevano con gli ebrei: la manipolazione dei corpi fisica e sessuale nel film è metafora della manipolazione delle coscienze che avviene nella realtà.  Ma trascendendo dalla sua personale scelta etica riguardo l’aborto, è necessario evidenziare che una riflessione di questa natura non va ingiustamente tacciata di conservatorismo, laddove Pasolini non si opponeva certamente a una maggiore libertà sessuale, ma alla logica di un potere solo apparentemente libertario e tollerante, e a un’omologazione del pensiero, che andava di pari passo a quella estetica e dei costumi.
Alcune righe di Žižek ci permettono, infine, di rileggere in una diversa chiave la morte di Dio, la perdita dei valori e il loro rapporto con il tema della Jouissance. La famosa frase di Dostoevskij «Se Dio non esiste allora tutto è permesso» merita un rovesciamento, che può far assumere un senso inedito al film di Pasolini.
 
“Quel che caratterizza la modernità non è più la figura tradizionale del credente che nutre in segreto dubbi sulla sua fede e si dedica a fantasie trasgressive; oggi abbiamo, al contrario, un soggetto che si presenta come un tollerante edonista impegnato nella ricerca della felicità, e il cui inconscio è il luogo delle proibizioni […] «Se Dio non esiste allora tutto è proibito» significa che più percepisci te stesso come ateo, più il tuo inconscio è dominato da proibizioni che guastano il tuo godimento.[3]
 
Posto che il categorico divieto posto ai giovani schiavi di pregare simboleggia in Salò quella perdita dei valori cristiani che caratterizza la nostra epoca, allora se Žižek ha ragione nel dire che la costrizione al godimento ne guasta il senso, trasformandolo da frutto proibito a pure coazione e collezione di piaceri, Salò diviene anche una metafora sulla reale impossibilità di godere dell’uomo moderno, e sulla necessità del male di spingersi sempre più verso l’eccesso, in un estremo tentativo di provare piacere.


[1] Pier Paolo Pasolini, “Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia”, in Id., Scritti corsari, Aldo Garzanti Editore, 1975.
[2] Ibid.
[3] Slavoj Žižek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, Torino, Bollati Boringhieri, 2009, p. 265.
 
 
Bibliografia
 
  • Antonio Di Ciaccia, “Il godimento in Lacan”, maggio 2013, reperibile sul sito http://www.lapsicoanalisi.it/psicoanalisi/index.php/per-voi/rubrica-di-a...
  • Sigmund Freud, L’Io e l’Es, 1923; ed. it., in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1976-1980, Vol. IX.
  • Max Horkheimer, Theodor Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, 1947; ed. it., Torino, Einaudi, 2010.
  • Jacques Lacan, Libro II. L'io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, 1954-55; ed. it., a cura di Antonio Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2006.
  • Herbert Marcuse, Eros e civiltà, 1955; ed. it., Torino, Einaudi, 2001.
  • Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1976.
  • Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti, 1975.
  • Slavoj Žižek, Il grande Altro, Milano, Feltrinelli, 1999.
  • Slavoj Žižek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, Torino, Bollati Boringhieri, 2009.

 
 
 

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Commenti

Concordo in pieno con la lettura di Andronaco, che ho letto con vivo interesse!

'Sai cosa farebbe la gente se non credesse in Dio?
Le stesse cose che fa ora solo alla luce del sole'
( True detectives)'

Come ho cercato di dire, in due brevi articoli su questa rubrica, al tempo dell'avaporazione del padre, le istanze perverse godono di una maggior libertà di azione, una ribalta non richiesta, pur rimanendo vincolate al loro strutturale modo di essere, quello cioè di non tollarerare del tutto la luce, e di avere necessità di una lex, seppure debole, da infragere, per poter esistere.

http://www.psychiatryonline.it/node/5599
http://www.psychiatryonline.it/node/5756

E' tipico degli stati totalitari e assolutisiti, 'svegliare' bestie sadiche e dormienti le quali, con la scusa dell'obbedienza all'ideologia vigente, esercitano le loro peggiori nefandezze, riconscendo in quell'Altro dominante quei medesimi istinti di esercitare un potere sadcio sull'altro inteso come oggetto.
a psicoanalisi oggi può essere di aiuto anche nel leggere eclatanti fenomeni sociali, come i fondamentalismi religiosi e le azioni violente che questi partoriscono. Come Eichmann ha dimostrato, il perverso sadico meglio di tutti declina la sua vita come soldato obbediente alle direttive dell’Altro, senza volontà che non sia quella del sistema di valori verso il quale si pone come docile strumento. Dunque capace di atrocità inaudite per le quali non prova alcun senso di colpa perché, come un Golem, percepite come ordini da eseguire

‘Il sadico occupa egli stesso il posto dell’oggetto, ma senza saperlo, a beneficio di un altro, per il cui godimento egli esercita la propria azione[8]’

Attingendo a diverse fonti in rete sappiamo che : Oskar Paul Dirlewanger. Fu combattente e reduce della Prima guerra mondiale e ufficiale delle SS nella Seconda guerra mondiale.
Dal giugno 1940 al maggio 1945 a capo della 36. Waffen-Grenadier-Division der SS, meglio nota come Brigata Dirlewanger. Fondata principalmente con compiti di lotta ai partigiani, finì per combattere contro l'Armata Rossa.
La sua unità è tristemente nota per essersi macchiata di alcuni dei peggiori crimini di guerra dell'intero esercito nazista.
Nata nel 1940, venne formata principalmente da ex detenuti per reato di bracconaggio (si riteneva fossero abili esploratori) ma col passare del tempo iniziò a reclutare anche detenuti militari così come criminali comuni, come ladri o aggressori. Nel 1943 venne aperto il reclutamento anche ad autori di crimini gravi, come assassini e stupratori. A capo di questo particolare e perverso "progetto di riabilitazione" venne posto Oskar Paul Dirlewanger, alcolista e, si sospetta, anche tossicodipendente, già condannato per "offesa al buon costume" (si sospetta per un caso di pedofilia) nel 1934, quando era ancora un semplice docente, episodio che gli costò anche l'espulsione dal partito.
Rientrato in Germania dopo aver combattuto nella guerra civile in Spagna, riabilitato per aver preso parte alla battaglia di Madrid, entrò come volontario nelle SS e ne scalò la gerarchia. Fu posto poi a capo della nuova divisione grazie all'intercessione di ex comagni d'arme della Prima guerra mondiale.
Questo reparto, formato dai peggiori scarti della società tedesca del periodo, si dimostrò nei fatti un mezzo per i suoi membri per continuare a commettere crimini e a restare impuniti. Pure i dirigenti stessi della Wehrmacht si espressero più volte contro questa unità e il suo capo, spesso infastiditi dalla fama che la circondava o dalla sola presenza dello stesso Dirlewanger.
La prima missione dell'unità fu in Polonia nel 1941 col compito di condurre attività contro i partigiani locali. Le accuse di stupri, furti, saccheggi e massacri ai danni della popolazione civile non si contavano, tanto da spingere i suoi superiori a chiederne l'allontamento. Venne ricollocato in Bielorussia nel 1942, per una nuova missione anti partigiana. Anche qui i crimini erano praticamente quotidiani. Si stima che tra il 1942 e il 1944, anno del ritorno in Polonia, circa 200 villaggi siano stati dati alle fiamme e circa 120.000 civili furono uccisi.
Ripiegò in Polonia dopo la controffensiva sovietica e si trovava a Varsasia nell'estate, quando scoppiò la rivolta nella città. Secondo le cronache, il comportamento di Dirlewanger e dei suoi uomini fu talmente spietato e bestiale che lo stesso Himmler, preoccupato di perdere il controllo sull'unità, inviò un battaglione della polizia militare delle SS per cercare di porle un freno.
Operò poi in Slovacchia e in Ungheria, dove i suoi membri non persero occasione di rimarcare la loro fama. Rientrò in Germania nel febbraio 1945, per poi arrendersi ai soldati americani il 3 maggio successivo.
Nel suo momento di massima grandezza l'unità arrivò a contare anche 4.000 uomini.
Il 1 giugno 1945 Oskar Dirlewanger venne preso in consegna da soldati polacchi inquadrati nella forza francese di occupazione, che picchiarono e torturano il gerarca fino ad ucciderlo dopo circa due settimane di prigionia.
Storici e ricercatori diranno di lui che era un sadico, un killer psicopatico, un pedofilo, un necrofilo, un uomo crudele e profondamente disturbato.

Leggiamo così, oggi, il diffuso utilizzo della ‘religione’ come strumento per dare forma all’odio personale. La ‘professione di fede’ oggi è un autobus sul quale trovano un passaggio feroci e lucide personalità perverse, capaci di tramutarsi in micidiali macchine di morte qualora scorgano in qualche Dio, o qualche cattivo maestro eletto a guida spirituale, quegli stessi inconfessabili desideri di dispensare morte e infliggere dolore a terzi che non avevano trovato diritto di cittadinanza in alcun luogo, se non nei meandri del loro animo.
Una lettura preliminare della vita di Omar Mateen, l’autore della strage di Orlando nella quale vengono uccisi 49 uomini scelti per il loro orientamento sessuale, ci consegna un uomo livido e manesco che gode nel picchiare la moglie. Per costui era la femminilità , ma anche l’uomo che bacia un altro uomo, quell’indicibile enigmatico che ha fatto crescere per anni un odio omicida stoccato in profondità. Nella notte tra l’11 e il 12 Giugno, poco prima di imbracciare le armi, chiama il 911 e dichiara fedeltà allo stato islamico, di fatto diluendo la sua azione in un disegno piu’ ampio e assolvendosi. In realtà lui aveva ben chiaro da tempo quale fosse l’oggetto da sottoporre a tortura, da tenere in scacco e angosciare ( è ‘ l’angoscia dell’altro che il desiderio sadico sa far vibrare[9]’), ma solo quando incontra un’investitura religiosa i suoi istinti possono finalmente passare all’atto.
La psicoanalisi può oggi, in un tempo di violenza massimalista e derive xenofobe, privilegiare il proprio sguardo clinico, costatando che in molti casi di fanatismo religioso Dio è quell’invenzione grazie alla quale l’odio del sadico si affaccia sul mondo, passando dalla porta della fede.
Questo perché il perverso è in sé un uomo di fede, un essere che cerca, edifica, installa e venera un Dio al quale votarsi, immedesimarsi. Il sadico è ‘ Un difensore della fede (…) un singolare ausiliare di Dio[10]’
Consiste in questo la natura golemica del sadico che oggi accorre ai richiami del reclutamento terrorista. Dormiente, adagiato sulla volontà del violento padrone, il cui desiderio di morte è preso come legge. Un padrone che, a differenza del rabbino Low, non lo rimette a dormire per sempre nel soffitto della sinagoga, ma lo incita e rinforza nella sua posizione di seminatore di morte.'


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