LO PSICOANALISTA E LA CITTA'
Riflessioni sulla vita contemporanea
di Massimo Recalcati

IDEOLOGIA DEL VITTIMISMO

Share this
13 maggio, 2017 - 17:05
di Massimo Recalcati

Esistono le vittime di abusi, sopraffazioni, sfruttamento, violenza e ingiustizia sociale. Esse subiscono soprusi dei quali non hanno responsabilità e che violano la loro dignità. Ma esiste anche la tendenza a “fare la vittima”. Si tratta di una tendenza che non riguarda solo la psicologia individuale ma ha assunto, nel nostro tempo, il carattere di una vera e propria epidemia di massa. Il nostro tempo sponsorizza l’inclinazione a farsi vittime. Per certi versi la spinta alla lamentazione distingue l’essere umano. Solo l’uomo tra gli esseri viventi ha la caratteristica di interpretare il ruolo della vittima.
Le vittime si moltiplicano insieme ad i soggetti che ne devono assicurare la rappresentanza e la difesa. Il vittimismo è l’effetto di una manovra particolare: si tratta di supporsi come innocente rivendicando il diritto pubblico o privato al risarcimento. Accade nei ricorsi al TAR di molte famiglie di fronte alle ingiustizie subite dai loro figli dalla Scuola, di scrittori che si sentono incompresi dall’industria culturale che criticano ma dalla quale si attendono di essere finalmente riconosciuti, accade ai figli che anziché sciogliere il legame con la loro famiglia continuano a rivendicare perennemente i torti subiti, accade a gruppi, movimenti sociali e politici che anziché assumersi le responsabilità delle proprie azioni sono alla ricerca costante di capri espiatori, accade nelle coppie che di rigettano l’uno sull’altra le ragioni del loro fallimento, accade nei social dove l’odio delle “vittime” colpisce più di ogni altro coloro che ce l’avrebbero fatta senza effettivo merito… Accade sempre più diffusamente come se il vittimismo fosse diventato la cifra psicologica di una nuova ideologia qualunquista. Rarissimo trovare qualcuno in grado di riconoscere pienamente le proprie responsabilità senza fare la vittima di congiure, accordi segreti, malvagità o dell’ambizione sfrenata dei suoi avversari.
Si può pensare che la matrice di questo fantasma sia di tipo sacrificale: scegliere di occupare la posizione della vittima assicura una nobiltà d’animo e il diritto ad un risarcimento illimitato. Si tratta di accusare l’Altro di un torto irrimediabile per identificarsi col soggetto innocente. Se il soggetto si identifica alla vittima innocente, l’Altro è identificato alla cattiva volontà che deve risarcire i danni fatti. La seduzione del vittimismo è quella della critica senza fine e senza sosta. Anzichè assumere le proprie responsabilità il vittimista impone che sia sempre il suo interlocutore a doverlo fare. E’ una manifestazione passiva dell’aggressività. Hegel descriveva questa tendenza attraverso la figura dell’”anima bella”: ella giudica dall’alto della sua innocenza gli eventi che la circondano senza considerare che essa ha sempre una parte nell’alimentare, come direbbe Lacan,  “il disordine di cui si lamenta”. E’ la radice comune ad ogni forma di populismo: elevare la lamentazione vittimistica a metodo. Mai riconoscere una propria colpa, una qualche forma di responsabilità, mai ammettere un proprio errore, una propria mancanza. E’ sempre l’Altro che non comprende, che non è adeguato alla sua funzione, che si è macchiato impunemente di responsabilità irrecusabili.
In passato il vittimismo coincideva con l’emulazione sacrificale. Nelle società religiose essere una vittima significava vivere all’ombra del sacrificio di sé per guadagnare la propria ricompensa in un altro mondo. E’ lo sguardo risentito della vittima descritto da Nietzsche in Genealogia della morale che, anzichè assumere responsabilmente la propria difficoltà a vivere, rinuncia alla vita – si sacrifica – per gettare gli altri nella colpa. E’ la dimensione ricattatoria del sacrificio: privarsi di tutto per colpevolizzare chi sa vivere con soddisfazione.  
Questa natura masochistica e religiosa del vittimismo ha oggi cambiato di segno. Prevale la rivendicazione ostinata dei propri diritti corporativi. Il vittimismo agisce trasversalmente, implica l’adesione ad una ideologia, quella, secondo la quale, il colpevole è sempre l’Altro. Liberatosi dalla camicia di forza della morale del risentimento, il vittimismo è divenuto una micidiale polvere da sparo per tutti coloro che, anzichè riflettere sulle proprie responsabilità, si mobilitano per rintracciare un colpevole. L’enfatizzazione della propria innocenza e della propria purezza contro la malvagità dell’Altro è il carattere ipermoderno del vittimismo. Non è più la coscienza religiosa che affronta il peso della propria colpa ricavandovi una risentita superiorità morale, ma è la denuncia gridata  dei soprusi illegittimi dell’Altro al centro della scena. La vittima non gode più masochisticamente nel suo essere vittima, ma esige che la sua condizione sia pubblicamente riconosciuta, sostenuta e difesa.  
La vittima ipermoderna reclama i suo i diritti offesi senza voler mai confrontarsi con le sue responsabilità. Piuttosto che affliggersi col senso di colpa – come accadeva alla vittima sacrificale della morale reattiva del risentimento – agisce screditando coloro che avrebbero dovuto garantire la sua mancata soddisfazione. Sconsolato e rabbioso il vittimista ipermoderno ruggisce come un leone contro coloro che sarebbero responsabili delle sue disgrazie o di quelle del suo paese. La denuncia urlata ha preso il posto del risentimento trattenuto della coscienza moralistica. Ma dov’ero “io” quando accadeva tutto quello di cui oggi mi lamento? Al posto di questa domanda cruciale che lo inchioderebbe alle sue responsabilità, il vittimista preferisce chiedersi sempre quale è la colpa dell’Altro. Il fantasma della vittima è quello di esercitare il fascino irresistibile dell’innocente colpito malignamente dall’arrogante volontà di potenza dell’Altro. Il vittimismo è una postura dell’uomo ipermoderno che non sa più affrontare l’urto scabroso col proprio destino. Se qualcosa va storto bisogna trovare un colpevole e bisogna che questo colpevole non coincida mai con se stessi. Bisogna che sia sempre l’Altro: il governo, il genitore, l’editore, il professore. Il vittimismo è una proclamazione di innocenza di se stessi e un atto di accusa permanente verso l’Altro. Un mio paziente diceva di sé di essere un “fachiro” per come sopportava carichi continui di frustrazione che lo rendeva ai suoi occhi una vittima innocente. Togliersi questo abito di dosso non è stato facile perché gli garantiva una identità solida. “Se non sono più un fachiro come farò a sopportare l’idea di essere libero?  Odio che non ci sia più nessuno con il quale lamentarmi”, dichiarava, non senza una certa ironia, alla fine del suo lungo percorso analitico. L’esperienza dell’analisi recide la spinta alla lamentazione alla sua radice mostrando che il soggetto non può delegare a nessun altro la responsabilità della propria vita, che la sua condizione è quella – come la nostra, come quella di tutti -, di essere, come scriveva Sartre, “soli e senza scuse”.

> Lascia un commento


Commenti

Un mio analizzante, invece, sosteneva che il suo 'fare la vittima', 'godere della posizone di perseguitato', non era altro che una modalità incontrata, in ambito analitico, allorquando il suo terapeuta si disfò di lui visto il fallimento della terapia, culminata con un aggravamento della sua sintomatologia.
In questi anni di indagine e di ricerca, sul caso non ex libriis, il 'Godere dell'essere una vittima', 'gioire del proprio ruolo sacrificale', 'essere intrisi di godimento rivendicatorio', 'rivestire i panni del querulomane', sono solo alcuni degli epiteti che ho raccolto da parte di pazienti, o analizzanti, che hanno pagato gli effetti distorcenti e deleteri di analisi, o psicoteoterapie, malcondotte. Nei confronti delle quali hanno osato dire la loro parola dissonante, uscendone con diagnosi o di psicosi, o di vittima . L'abuso del termine 'vittimismo', in alcuni ambiti analitici che ho indagato nasconde in molti, moltissimi casi l'estrema difesa pilatesca di clinici che non hanno saputo tenere il loro posto.
E che , a suon di diagnosi, hanno ottenuto l'effetto di invalidare la parola del malcapitato paziente, nascondendo de facto il loro marchiani errori.
'Non sono io che ho commesso corbellerie, è lei che è vittimista'
O, peggio, pazzo.

Anche Giorgia Walsh, autrice di 'Psicoanalisi in Rosso', ha subito questo degradamento della sua persona, per aver osato indagare ' responsabilità collettive, culturali, degli abusi sui pazienti. Quella che sembrava una banale storia di privata violenza, da rielaborare in segreto, diventa il necessario pretesto per una riflessione pubblica e radicale sull'omertà e sull'aggressività dei sistemi di cura, che agli occhi ormai disincantati della protagonista si rivelano molto più impegnati a tutelare la loro immagine, contrastando in silenzio chi cerca di far emergere la scandalosa questione, che ad arginare il fenomeno'.

Fai la vittima , dicevano piu' o meno anche a lei.

Ci sto lavorando da molto, molto, e sempre piu' spesso vedo persone che sono state licquidate come 'affette di vittimismo', o 'grave senso di persecuzione' dopo aver patito dei veri e propri macelli clinici.
Posto che non potevano esser tutti folli, o tutti isterici, ho toccato quelal verità della quale anche Deleuze e Guattari parlano, rispetto a ‘quelli che non si lasciano edipizzare’ , potrando come conseguenza che ‘ lo psicoanalista è li pronto a chiamare in aiuto il manicomio o la polizia. La polizia con noi!
' l’utilizzo del concetto lacaniano di forclusione tende all’edipizzazione forzata del ribelle' . (
Continuano D e g (…) ‘Quelli che non riconoscono l’imperialismo di Edipo sono pericolosi devianti, dei gauchiste che devono essere affidati alla repressione sociale e poliziesca, parlano troppo’
O, appunto, sono vittime che non ammettono le loro corresponsabilità.


Totale visualizzazioni: 109