Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

TRA MORTE E OMEOPATIA: IL DISAGIO DELLA CURA

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5 giugno, 2017 - 08:40
di Sarantis Thanopulos

Un ragazzo è morto a causa di un’otite.
In cura omeopatica, non aveva assunto antibiotici. La sua morte ha scatenato le solite, improduttive, polemiche sul crescente ricorso a forme di cura ribelli ai modelli imposti dalla ricerca scientifica. L’esercizio dell’autorità (il colpevolizzare e l’induzione di paura) vale niente nel campo della prevenzione degli atteggiamenti “scorretti”. Spesso favorisce ripiegamenti difensivi, che senza contraddire apertamente i propositi degli “educatori”,  rinforzano la diffidenza nei loro confronti.
Convergono verso il rigetto diffuso delle cure mediche scientifiche (o “ufficiali”, per coloro che ne diffidano), spinte non univoche che nel loro intreccio assumono una forza notevole. La prima è una concezione purista dell’esistenza: la ricerca della salute come valore a sé stante, la deprivazione per restare incontaminati che tratta malattie e piaceri come sinonimi. Ugualmente importante è la reazione “allergica” all’eccesso di farmaci, all’induzione di abuso e di dipendenza di cui l’alleanza commerciale tra la medicina e le case farmaceutiche è responsabile. In gran parte il consumo di medicinali è superfluo, inutile.
Al purismo e all’allergia psicologica si aggiunge il rifiuto della malattia: la difficoltà di gestire i propri problemi di salute in un mondo che usa l’“essere in forma” come difesa narcisistica  e in cui è sempre più arduo convivere con le limitazioni, il dolore e la paura della morte. Inoltre, lo sviluppo di strumenti diagnostici sempre più sofisticati e precisi è accompagnato dall’aumento progressivo di malattie “non comunicative” (non trasmissibili) gravi (tumori, disturbi cardiovascolari ecc.) che le cure mediche riescono a arginare anche per periodi prolungati, ma non risolvono. Il medico sempre di più incarna il malaugurio, è percepito come sguardo persecutorio, maligno. Diventa l’ospite indesiderato che scova dentro di noi un male incurabile. Così, a un livello emotivo primitivo, sentiamo che sia stato lui a provocarlo.
L’esigenza di sottrarsi alla “tirannia” medica porta al far da sé o alla ricerca di terapie in cui il curante non veste i panni di un sapere severo e distante (ma può essere seduttivo o plagiante). I medici non riescono a dialogare con questa cultura di fuga dalla loro competenza in cui vedono un’assurda negazione della realtà. Ignorano che per i loro pazienti, essendo esseri umani, il mantenimento della propria coesione psichica è più importante degli interessi corporei, materiali, se essa diventa precaria. Si meravigliano dell’autolesionismo e non si chiedono mai perché nella grande maggioranza dei casi coloro che curano sono così refrattari alla prevenzione dei loro mali.
Senza accorgersi e non potendo, di conseguenza, assumerne la responsabilità, la medicina sta dissociando la cura medica dalla cura di sé. Chi soffre è preso negli ingranaggi spersonalizzanti dei servizi sanitari, codificato e collocato da qualche parte, elaborato come dato statistico. Trattare i pazienti in modo umano, nel rispetto delle loro emozioni e della loro dignità, ha importanti ricadute sul piano prognostico, ma non produce guadagni.
In un recente dibattito televisivo Silvio Garattini, rispettato direttore dell’Istituto Farmacologico Negri, ha fatto, a cuor leggero, un’affermazione che suona così: in Italia il dominio letterario-filosofico ostacola il riconoscimento della scienza. La medicalizzazione dell’esistenza non è una cosa buona e gli scienziati non sono tecnici che sanno usare gli strumenti scientifici. Se si allontanano dal sapere del prendere cura dell’altro e di sé, diventano dei religiosi dogmatici.

 
 
 

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