Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

Festival Nyansapo: la diffidenza degli offesi non è razzismo

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12 giugno, 2017 - 08:28
di Sarantis Thanopulos

Dal 28-30 di Luglio si terrà in un centro culturale a Parigi la prima edizione del festival Nyansapo, organizzato dal collettivo afro-femminista Mwasi. Il collettivo riunisce donne, anche transessuali, di origine africana, nere o meticce. Persegue  la lotta collettiva al sistema razziale, etero-patriarcale e capitalista.
L’organizzazione del festival ha scatenato forti polemiche perché l’80% degli eventi è rivolto a gruppi “non misti” in cui non sono ammessi i bianchi di entrambi i sessi. Una parte di questi eventi escludenti è destinata alle sole donne. In pratica il festival è organizzato secondo due linee di esclusione: il colore e il sesso. La solidarietà di sesso sembra contare meno della solidarietà di colore: le afro-femministe si sentono più vicine agli uomini neri che alle donne bianche.
Anne Hidalgo, sindaco socialista di Parigi, ha chiesto la messa a bando del festival, sostenuta da tutte le organizzazioni antirazziste. Successivamente è stato raggiunto un compromesso: le organizzatrici hanno dichiarato che tutti gli eventi pubblici saranno aperti a tutti e i gruppi “non misti” saranno tenuti in spazi privati. La “privatizzazione” di gran parte degli eventi non annulla, tuttavia, l’atto di esclusione.
La tendenza a un rigetto generalizzato dei gruppi discriminanti, che non distingue i buoni dai cattivi, è da sempre presente tra i discriminati. Ha preso forma concreta nei Black Panthers, in alcuni gruppi femministi, negli omosessuali che affermavano che non si potesse fare l’analisi con un’analista eterosessuale. L’idea che le donne possono essere capite solo dalle donne è, forse, la sua manifestazione più abituale.
La diffidenza, pur fondata, degli offesi è controproducente. Non si può sviluppare una coscienza di sé in assenza dell’altro: anche quando ci è odioso, resta un oggetto potenzialmente desiderabile ed è nel nostro comune interesse che non diventi estraneo, inumano. La sua assunzione sperimentale nel nostro mondo interno, tanto più fruttuosa quanto più è reciproca, mette dentro di noi in tensione due modi di essere, rende estensiva e significativa la nostra esperienza soggettiva. Perciò una parte della nostra verità è nelle mani dell’altro e solo nella relazione con lui possiamo raggiungerla.   
Nonostante la sua chiusura identitaria, omologa a quella riscontrabile tra le vittime di qualsiasi forma di discriminazione, il collettivo Mwasi non è razzista. Questo lo può pensare solo chi si convince che l’apertura all’altro debba essere sentita come valore sicuro anche da chi è stato gravemente ferito nella propria fiducia nella vita.
Il razzismo non è solo un movimento di esclusione. Implica sempre una volontà di asservimento, di sfruttamento del soggetto discriminato, che espulso dal campo del diritto, in quanto essere subumano di inferiorità costitutiva, viene riammesso come strumento di eccitazione (anche sotto forma di esercizio sadico del potere) o di scarica impersonale dei propri bisogni. Se si dimostra inadatto a tal uso, è avvertito solo come fonte di fastidio ed è eliminato (anche fisicamente).
L’umiliato e offeso, può incorrere in un eccesso di legittima difesa: fare di tutta l’erba un fascio. Discrimina, in realtà, la parte di sé curiosa e desiderante, la più vulnerabile all’umiliazione, ma -al contrario del suo offensore che uccide il proprio desiderio distruggendone l’oggetto- pur prendendone le distanze, la mantiene viva. Con il suo ritirarsi dal legame con noi, ci comunica che ci percepisce come potenziali offensori. Un invito a confrontarsi con la nostra responsabilità nella genesi di questa percezione.    

   

   
 
 

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