PSICOANALISI ETICA
Tra clinica, arte e contemporaneità
di Annalisa Piergallini

QUELLO CHE E' POSSIBILE

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4 dicembre, 2017 - 02:02
di Annalisa Piergallini

Ho lavorato al Girasole di Morrano, comune di Orvieto, per circa due anni e mezzo. Il Girasole era un’Istituzione diretta da religiosi che si occupava di disabilità a vario titolo e con diversi servizi.
Il nuovo direttore, Carmelo Licitra-Rosa, aveva conosciuto la pratica creata da Antonio Di Ciaccia e intendeva applicarla, così mi propose di diventare la responsabile clinica. E di questo lo ringrazio.
Per un giorno a settimana, dalle 9 alle 16, dirigevo un diurno con 2 bambini, un adolescente e 2 adulti, tutti estremamente in difficoltà dal punto di vista psichico. Mi occupavo dell’accoglienza, di incontrare i genitori, formare le altre operatrici e lavoravo insieme a loro nel laboratorio.
Era un laboratorio un po’ surreale. Ma non rifiutai, anche perché, per una volta, le condizioni di lavoro e di retribuzione erano molto più dignitose della media. Per fortuna non ero sola. Stefania, Letizia e Rita erano legate all’ambiente cattolico del volontariato, erano giovani, più di me, appena laureate o sul punto di… rispettivamente in lingue, in filosofia e Rita era una ballerina per passione e aveva studiato da logopedista. A loro si aggiunse per un lungo periodo anche David, studente anche lui e obiettore di coscienza, che chiese di partecipare ai laboratori. E lo fece con la stessa concretezza intelligente delle altre e senza alcuna supponenza, anche se tutti universitari, nessuno di loro brandiva il proprio sapere come un’arma. Così era semplice per me portare l’insegnamento della pratica in diversi che Di Ciaccia aveva estratto da Freud e Lacan. Che io ricordi ci furono solo pochi momenti d’imbarazzo tra di noi operatori, come quando uno degli adulti cominciò a masturbarsi mentre eravamo seduti a tavola per pranzo. Imbarazzo comprensibile, comunque, e superato.
Sono stata molto fortunata a collaborare con queste persone, che ricordo con piacere, anche fuori dal lavoro, in quelle poche occasioni che abbiamo avuto. (Spero non vi dispiaccia che abbia messo i vostri nomi, i cognomi non li ricordo…)
Poi io ero abbastanza serena, perché lavoravamo con un rapporto di uno a uno, che non era quasi mai possibile, nelle mie precedenti esperienze in istituzioni. Seguivano i dettami della pratica in diversi, nello specifico dei bambini psicotici. “Quando il bambino resta fissato ad un solo significante, si parlerà di psicosi” (Virginio Baio, “Bambino, psicosi e istituzione”, ne La Psicoanalisi n°1, Astrolabio, Roma). Quando il bambino non è il sintomo della coppia genitoriale, ma l’oggetto dell’Altro, spesso la madre, occorre occupare la posizione di non-sapere e al contempo svolgere un servizio di segretariato accanto alla costruzione del paziente. Ma prima di questo bisogna difendere il soggetto dal suo altro persecutore, quello che lo fa stare male, anche fisicamente, lo fa urlare, picchiare, anche solo sporcare dappertutto per tutto il tempo.
Con la formazione clinica con Di Ciaccia, Baio e Marcelli, potevo aiutare i miei compagni a giocare nel campo del soggetto, dalla parte del soggetto. Il rimprovero deve essere rivolto all’Altro persecutore e non direttamente al soggetto. Così capitò un giorno che Myškin sbatté forte il cestino di metallo sulla testa di Stefania. Si sentì un gran silenzio dopo il rumoraccio che produsse. Ma lei non fece una piega, nemmeno accennò a togliersi dalla sua mira, semplicemente prese il cestino del pane e lo scaraventò all’altra estremità del nostro spazioso appartamento. Stefania aveva una grande scioltezza nella modalità con cui se la prendeva doverosamente con l’Altro persecutore della psicosi. Sembrava non avere paura.
I casi erano appunto cinque psicosi, di cui 4 autistici con grave ritardo mentale. Mozart di 7 anni, che era anche quasi cieco, cantava e non parlava. Virginia, una bambina di 12 anni, che non faceva praticamente nulla in modo autosufficiente. Myškin aveva 14 anni, menava e diceva solo: I-Dio-Ta! Scopriremo un’altra volta che non lo diceva a caso. Poi c’era Roberto, un adulto di 37 anni, pieno di stereotipie e rispondeva solo con una parola al termine di una lunga ecolalia.
L’altro adulto, di cui oggi vi dico qualcosa in più, era Mickey, aveva 35 anni ed era un bonario schizofrenico, cosiddetto ritardato grave. Non dimentico i suoi intercalare, spesso, qualunque cosa si dicesse, commentava: “bèh, quesso tutti!” E sollevava le braccia sorridendo rassegnato ma rassicurante. Solo per lui siamo arrivati a pensare a come aiutarlo a inserirsi in qualche tipo di lavoro fuori.
Scrive Antonio Di Ciaccia: “L’organizzazione fa perno su due assi, articolati tra loro. Il primo riguarda la parola. (…) Intendo per parola il fatto di parlare normalmente al bambino psicotico, come a chiunque altro. Non certo per obbligarlo a fornire una risposta, ma per significargli che la sua non risposta è una risposta.
(…) Il secondo asse riguarda il lavoro degli adulti. (…) per creare un barlume di relazione immaginaria. (…)
Il bambino psicotico (…) attualizza sempre lo schema di cui soffre - schema in cui è prigioniero dell’altro di cui possiede la chiave del godimento” (da “Un’istituzione per bambini psicotici”, nella rivista Freudiana).
Per evitare che la relazione immaginaria adulto-bambino si cortocircuiti, finendo ingurgitata da questo schema, “abbiamo pensato di rendere operativo un costante spostamento verso un terzo” (Ibidem). Questo può essere un altro adulto presente, oppure meglio la riunione settimanale degli adulti. Ma anche il lavoro stesso.
Ad Orvieto abbiamo seguito l’insegnamento dell’Antenne 110 riunendoci ogni settimana a parlare del lavoro e organizzando il nostro tempo in laboratori ritagliati come vestiti su misura per gli utenti, così, a turno, ognuno poteva svolgere la sua attività preferita, o quello che noi inducevamo potesse esserlo, cercando nelle scarse tracce di desiderio e nelle scarsissime comunicazioni dirette.
Avevamo anche noi il nostro laboratorio della parola, che si possiede solo quando si ha l’oggetto, che va poi passato circolarmente. A parte noi, solo Mickey, parlava, gli altri pochissimo, tracce sintagmi di significanti, che venivano comunque accolti e rilanciati.
Mickey veramente si faticava a farlo tacere. Era considerato ‘il giullare del paese’ ed era molto legato e seguito dal fratello, suo probabile ancoraggio di identificazione immaginaria. La madre “ci ha riferito d’essere molto contenta dell’operato di Mickey al Girasole e dei buoni risultati conseguiti. Ora, dice la madre, è più calmo, racconta cosa fa al Girasole (…) è orgoglioso del ruolo di cuoco da poco assunto, soprattutto riesce a spiegare e narrare i fatti molto meglio. Di questo risultato ne siamo consapevoli pure noi operatrici, infatti se dapprima facevamo fatica a capire cosa volesse o dicesse, ora incontriamo meno difficoltà (…) ci racconta così delle feste del suo paese, delle usanze, dei cibi tipici che si cucinano o di come si fa il vino, l’olio, la raccolta della legna.
(…) “In ultimo la madre riferisce anche che Mickey attende impaziente il martedì per venire al Girasole, tutta la settimana sembra ruotare attorno a questo evento e rimane molto deluso quando accade qualche problema per cui non può frequentarlo.” (Dalle relazioni collettive delle operatrici)
Nei laboratori Mickey prende consistenza, soprattutto all’inizio, svalutando noi operatrici: “Non sei bona.” “Se eri bona non venivi qui.” Purtroppo lo fa anche, continuamente anche con gli altri. Chiama Roberto “il Muto” o “Dormiglione”, Myškin è invece detto: “il Giocatore” o “il Matto”. Deve continuamente svalutare tutti, ma, col tempo, riesce a lasciare un poco di spazio di più agli altri, e si riducono anche i tempi in cui parla da solo, o, come dice Lacan, commenta il suo io e il suo Altro che discutono.
Negli ultimi tempi aveva cominciato finalmente a scegliere cosa fare nei laboratori e non a sottomettersi a ogni nostra proposta. Qualche problema ce l’abbiamo avuto all’inizio dell’atelier di pittura, quando abbiamo dipinto sui muri di una stanza, perché Mickey è precisino e ama pulire e stare nel pulito: “Che fate? Lo sporcate!”. Poi si è rivelato molto bravo e ha dato ai nostri murales potenti uomini con la pancia colorata.
Il laboratorio di cucina è partito con l’insegnare a un’operatrice: “perché se deve sposà”. Si è auto nominato “maestro d’albergo e di cucina” e hanno preparato un’agenda, piena di ricette e consigli utili, chiamata da lui: “Agenda 2000. Quello che non sai fa ora lo sai fa”. 

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Commenti

Grazie ad Annalisa di questa testimonianza. Come padre sono orgoglioso di avere il figlio più grande che ha lavorato in un centro per disabili psichici durante il servizio civile e il figlio più piccolo, come volontario, durante l'università ed ora in una charity a Londra, per aiutarsi a pagare gli studi post laurea. In fondo, aiutare chi ne ha bisogno, aiuta noi a dare un senso alla nostra vita.

Aiutare aiuta. Grazie a te per il commento e complimenti per i tuoi figli coraggiosi.


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