IL BELLO DELLA RETE

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26 dicembre, 2017 - 15:05
Perché uno che ha una sua identità ‘istituzionale’ decide, senza mascherare questa sua identità, di stare nei social, attivamente, e quindi di metterla e mettersi a repentaglio di un occhio altrui, quello sì mascherato sovente, e protetto dunque dall’anonimato? Perché personalmente l’ho fatto, da prof (comunque a fine carriera), negli ultimi cinque anni? Tutto questo ha un valore soltanto personale o va al di là della singola testimonianza?
Sono questi gli interrogativi cui ho cercato di dare risposta, nel momento in cui, raccogliendo le tracce di questa mia esperienza, ho realizzato (tramite i servizi di self publishing di StreetLib) l’ebook Social. Diario di rete 2014 - 2017: un libro digitale che oggi è disponibile qui, senza protezione alcuna, e sta comunque da giorni in tutte le principali librerie di rete.
La risposta che (mi) sono dato è duplice: vivere intensamente la vita dei social significa contribuire alla costruzione della propria immagine pubblica, al di là di quanto ad essa è garantito dall’esistenza di un piedistallo, istituzionale o no; farlo attivamente equivale ad esercitare una sorta di impegno professionale, il che comporta assiduità, accortezza, pazienza.
Certo, all’origine di una scelta di questo tipo giocano anche elementi narcisistici. Ma sono elementi, questi, che rapidamente svaniscono quando l’interessato si trova a fronteggiare, dentro lo spazio dell’interazione, la varietà delle reazioni aggressive, non sempre ironiche, che frequentemente provocano, in rete, scritture sapienti e compiaciute, quali quelle che solitamente circolano dentro gli ambienti accademici o professionali.
Il problema è che se vuoi stare nei social non puoi farlo limitando la tua presenza ad interventi rispondenti in tutto e per tutto alla tua immagine istituzionale. Se lo fai rischi l’isolamento: parli solo ai ‘tuoi’ e, soprattutto, ricevi da loro reazioni sterili, in quanto coerenti con quella condizione.
Il bello o (secondo un diverso punto di vista) il dramma della rete sta nel fatto che non hai una rete di salvataggio, lì. Ti esponi e dunque esponi la tua identità perennemente in costruzione ad una tensione continua.
Sì, perché se non sei, se non vuoi essere solo la figura del piedistallo (insegnante, terapeuta o altro) devi metterti in gioco, nei social, e dunque portare alla luce parti di te (interessi, passioni, idiosincrasie) che la tradizionale separazione di pubblico e privato ti ha abituato a tenere al riparo di occhi e movimenti altrui.
In tutto questo puoi guadagnare qualcosa.
Non è soltanto la possibilità di entrare in rapporto con interlocutori che condividono (o osteggiano) i tuoi interessi, le tue passioni, le tue stesse idiosincrasie. C’è anche l’opportunità, che i social al massimo grado di offrono, di ampliare e rendere più densa e partecipata (posso dirlo? più ‘umana’) la tua immagine istituzionale. Dunque ci puoi guadagnare in termini di consapevolezza di quel che sei per come appari. Nei social (ma non solo nei social, riconosciamolo) sei quel che altri vede di te: ecco dunque che partecipare i social e nei social equivale a disporre di uno spazio laboratoriale entro il quale ti costruisci pubblicamente.
Ma, attenzione, sono guadagni, questi, che puoi acquisire solo se non ti sottrai all’interazione, se dunque non cadi nel tranello di contentarti dei like, ma cerchi (talora addirittura provochi) dialogo e nel dialogo, soprattutto, dai ascolto all’altro, non senti solo te stesso.
Non nasconderti però gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obiettivo. Né me li nascondo io, ora che, dopo cinque anni di ‘presenza’ assidua, l’obiettivo che all’origine mi proponevo (presentare ai miei studenti un’immagine diversa di docente) constato di non averlo raggiunto: forse perché non ho ‘lavorato’ bene, forse perché per tutti far riferimento ad una figura istituzionale dà maggiore comodità e sicurezza.
Ne ricavo dunque che la rete è scomoda. Come è scomoda la vita.
Lì sta il bello

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