I Peter Pan della globalizzazione
Dall'adolescenza all'età adulta oggi, nell'epoca del precariato e della globalizzazione
di Leonardo (Dino) Angelini

Nec otium - Il genitore e, più in generale, l’adulto di fronte all'adolescente: problemi derivanti dall’apertura di uno spazio negoziale fra vecchia e nuova generazione.

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4 febbraio, 2018 - 15:53
di Leonardo (Dino) Angelini
di Leonardo Angelini e Deliana Bertani

 

 
 
"Quando avrai diciotto anni potrai fare ciò che ti pare, fino ad allora .. "- Chi di noi non ha mai ascoltato questa espressione all'interno dei nostri ambulatori. Chi di noi non l'ha mai usata, da genitore, in rapporto ai propri figli adolescenti.
La relazione odierna è un tentativo di riflessione sul fastidio che proviamo nell'ascoltare questa frase allorché essa viene profferita da altri, sul senso di sconfitta che proviamo noi allorché ci capita di cadere nella trappola del "quando sarai maggiorenne … ecc. ecc."-
Abbiamo impostato la nostra relazione a partire da un tentativo di analisi dei vari significati che la negoziazione ed il conflitto, che è sempre a monte di essa, assumono in adolescenza sia per il ragazzo ed il giovane sia per i suoi interlocutori, ed in prima istanza per i genitori. Ci siamo proposti in particolare di distinguere la dimensione intersoggettiva del negoziato da quella che esso può assumere a livello intrapsichico. Abbiamo poi tentato di individuare secondo quali linee si formava ieri e si forma oggi dentro di noi l'attitudine e la disposizione a negoziare, in particolar modo di fronte al preadolescente e all'adolescente. Ed infine abbiamo tentato di individuare quali possono essere gli elementi di una dialettica fra psicoterapeuta e adulti che vivono e lavorano con i giovani in relazione alla gestione dello spazio negoziale in adolescenza.
 
 
1.Ozio, negozio e conflitto

 
"Nec otium" etimologicamente significa "non (rimanere in) ozio". Vi è cioè nel termine "negoziazione" una spinta ad uscire da una situazione di passività e di contemplazione per assumere una posizione attiva, dinamica, attenta a capitalizzare sul piano negoziale ciò che nello stato precedente di passività e di contemplazione era stato osservato. Di metterlo a frutto, come si dice.
D'altro canto negoziare, nel linguaggio comune, significa comporre, mediare, risolvere in un accordo due o più posizioni che inizialmente erano o sembravano in\componibili e antagoniste. Il termine negoziato cioè si riferisce ad una istanza seconda, frutto di una elaborazione più o meno matura che, a monte, ha sempre una istanza originaria di tipo conflittuale, più o meno disposta alla ricomposizione.
Nella dinamica fra pari adulti che agiscono in un ambito operativo dinamico e concorrenziale pieno di conflitti e di tensioni negoziare è il pane quotidiano che permette la convivenza e lo scambio.
Così come fra individui e gruppi sociali che operino in situazione di non perfetta parità la costruzione di contenitori di tipo sin\dacale (sùn = insieme + dìke = giustizia), che perciò siano riconosciuti da tutti come capaci di mediare fra le varie istanze di tipo conflittuale e di comporle in un patto più o meno provvisorio, è all'origine della convivenza civile, della pace, della non belligeranza. E d'altro canto l'assenza, anche in una sola delle parti in causa, di una genuina disposizione al negoziato si risolve nell'esasperazione del conflitto, nel mancato riconoscimento delle ragioni dell'altro, nel boicottaggio di ogni possibilità di convivenza e di scambio.
 La mancata dialettica fra istanza conflittuale ed istanza di tipo negoziale spinge poi a varie forme di espressione della conflittualità che possono essere vissute dal soggetto o dal gruppo sociale che ha agito o patito il conflitto in maniera diversissima, ma sempre riconducibile o all'ambito della scissione, della proiezione e dell'identificazione proiettiva tipiche della posizione schizo-paranoidea, oppure, qualora nell'individuo e nel gruppo prevalgano istanze di tipo depressivo, all'ambito del riconoscimento della colpa e della disposizione alla riparazione.
Ora, se noi prendiamo una scena, tipica del rapporto fra genitore e figlio adolescente, quale quella della lotta che solitamente avviene fra di loro nel definire gli ambiti esterni al nucleo familiare in cui l'adolescente può addentrarsi da solo di sera ed i tempi di uscita e di ritorno a casa, noi possiamo riscontrare in essa la presenza, a volte  in nuce, a volte fin troppo evidente, di molte cose che abbiamo fin qui detto sulla natura dell'area negoziale. La stessa cosa avviene in tutti gli ambiti di confronto fra genitori e figli adolescenti, ed in special modo in quelli in cui il confronto fra le due generazioni è più aspro, in tutti i momenti in cui tale confronto si evidenzia, ed in special modo in quelli più significativi che marcano la separazione e l’individuazione.
A ben vedere una palestra in cui tutti i componenti della scena attuale erano già presenti e ciascuno ha appreso a negoziare all'interno della propria posizione acquisita (di genitori e di figli) c'è stata nella storia personale di ognuno - adolescente o genitore che sia - ed è il quadro iniziale in cui si sono innescate le grandi passioni della vita, i grandi amori così come i grandi  conflitti: in una parola la palestra dell’Edipo. Ed anzi, nel caso dei genitori, si può dire che la propria recente esperienza di genitori di bambini piccoli non è stata altro che la replica in termini rovesciati della loro esperienza precedente, per quanto rimossa, denegata, dimenticata, che li vide bambini di fronte ai propri genitori. Così come oggi il loro disporsi di fronte ai loro figli adolescenti non è altro che la replica, solitamente meno rimossa, e perciò spesso più dolente, del loro disporsi come adolescenti di fronte ai loro propri genitori.
E' l'emergere del conflitto che impone la negoziazione: ed il conflitto emerge in maniera virulenta fin dalle origini impastato in maniera personalissima con l'amore, in base alle caratteristiche particolari dell'oggetto primario ed al dialogo che avviene sul piano non verbale e verbale fra il bambino e l’ambiente.
 
Qual è allora l'elemento di novità presente sulla scena attuale dell’adolescenza? Per comprendere ciò occorre partire dai rapporti di forza.  Abbiamo prima accennato al campo conflittuale e negoziale che si determina in un gruppo operativo allorché coloro che sono presenti sulla scena sono degli adulti in una situazione di parità o di quasi parità. Ebbene nel rapporto intergenerazionale vi è una lunga prima fase, che dura tutta l'infanzia e la latenza, in cui la sproporzione di forze in campo, le esigenze di protezione di cui la nuova generazione ha bisogno in questa fase fanno si che per tutto questo tempo non ci possa essere un sin\dacato bensì una diarchia la cui legge risulta istitutiva per l'identità stessa del soggetto più debole e indifeso: i francesi parlano di un desiderio genitoriale che pervade il bambino e tende a con\formarlo a sé in maniera più o meno violenta.
Sul finire della latenza, a fronte di un desiderio genitoriale che solitamente rimane  forte e pervasivo, il fanciullo e subito dopo con maggior determinazione il preadolescente a cavallo della crisi puberale cominciano a mostrare con i fatti e gli agiti la presenza emergente di una forza centrifuga che tende ad abbattere i vecchi idoli, ad allontanare da sé con fare sospetto le antiche figure di attaccamento e di amore,  a pre\tendere ad una nuova distanza dai genitori che testimoni - contro ogni evidenza all'inizio - la loro autonomia (auto\nomia = [darsi da sé] la propria legge).
Ed è questo nuovo e più personale istituto legislativo interno, spesso sostenuto e confermato dal gruppo preadolescenziale - che ora si affianca alla vecchia legge genitoriale, ora la mette in crisi, ora si appella ad essa in termini capziosi, ora ne mostra le crepe e le incongruenze - che evoca nuovi conflitti che non possono essere più risolti nel segno della vecchia legge o secondo i vecchi riti del codice di procedura genitoriale.
E’ sotto l’influenza dei nuovi idoli che i vecchi modelli vanno in frantumi e nascono nuovi ideali, nuove aspirazioni, nuove dipendenze che spingono il preadolescente a vivere con vergogna e a ridimensionare i vecchi idoli, a mettere in crisi la loro pretesa centralità ed importanza, che pure fino a poco tempo fa non era messa assolutamente in discussione.
S'impone così un negoziato, frutto del la più prossima distanza che ormai si va definendo fra genitori e figli, che miri a risolvere il conflitto quando ciò è possibile  e che, prima ancora, testimoni dell'esistenza di una nuova posizione, di una nuova distanza, di un nuovo punto di osservazione del mondo, dell’emergere di una nuova parola in famiglia, di un nuovo abbozzo legislativo che può confliggere con le vecchie norme, di nuovi ideali che si affacciano prepotenti e critici sulla scena familiare.
In questi frangenti l'adolescente che rimane in ozio, che non lotta, che rinuncia all'istituzione di un proprio punto di vista sul mondo, come ci dicono tutti gli studiosi dell'adolescenza e come ci suggerisce il nostro preconscio, è una iattura che, lì per lì, può dare anche una impressione di agio e di sicurezza al genitore,  ma che prima o poi si mostra come sintomo di una difficoltà e di uno scacco.
Così come non aiutano certo il proprio figlio sia il genitore che non tollera l'apertura di questo spazio negoziale e che magari dice: "Quando avrai diciotto anni potrai fare ciò che ti pare: fino ad allora comando io",  sia quello che - al contrario - rinuncia a dare e a darsi tempo per l'ingaggio in questa lotta, eliminando sua sponte dalla scena la propria legge e rinunciando alla illustrazione del proprio punto di  vista sul mondo, che pur restano per il ragazzo ed il giovane punti importanti di riferimento, nonostante le apparenze e contro ciò che a prima vista sembra essere il significato che proviene ai genitori da ogni gesto di ribellione e di fastidio.
 
 

2. Area negoziale interna e disposizione del genitore a negoziare col proprio figlio adolescente

 
Fin dalla nascita del figlio, o meglio, fin da quando il prossimo genitore riscontra la presenza dentro di sé di uno spazio per il suo futuro figlio egli non può fare a meno di riempire questa presenza col suo desiderio, cioè con un insieme, spesso altamente ambivalente, di attese e di proiezioni rivolte verso il figlio che sta per venire o che è appena nato. Come sappiamo, la forza di questo desiderio genitoriale è enorme specialmente nei primi anni di vita del bambino: e a una sua iniziale assenza o a una sua precoce deficitaria presenza sono da ascriversi i quadri più pesanti della nosografia psichiatrica.
Mano a mano che il figlio cresce, come hanno messo in evidenza gli studiosi della genitorialità (Benedek, Anthony, Richter), si determina un ampliamento dell’ambito dei rispecchiamenti reciproci che legano genitori e figli, fino al formarsi in loro di un luogo interno in cui vedono rispecchiarsi nel processo maturativo dei loro figli che è in atto oggi sotto i loro occhi le vicissitudini, i sentimenti e le emozioni che ieri loro hanno provato lungo il percorso del proprio processo maturativo; e nelle difficoltà e negli scacchi del proprio figlio le traversie che durante la crescita loro stessi hanno dovuto attraversare, gli scacchi cui loro stessi sono andati incontro.
La Benedek, influenzata dal pensiero eriksoniano, considera il ‘diventare genitori’ come una tappa del processo maturativo all’interno della quale si verificano identificazioni crociate non solo nella direzione che va dal genitore al figlio, ma anche in quella che va dal genitore di oggi alla propria infanzia ed al proprio ambivalente rapporto con i suoi propri genitori.
Questa camera degli specchi, questo complesso gioco di rispecchiamenti reciproci che investono sul piano fantasmatico tre generazioni, in adolescenza si ripropone in termini nuovi ed in un nuovo clima in cui proprio quelli che erano stati gli elementi di legame e di sintonia intergenerazionale sono messi in crisi dalla improvvisa pretesa del ragazzo a rompere con l’atmosfera endogamica, che prima era stata decisiva per la sua crescita, ma che ora viene vissuta con crescente fastidio, e a volgersi verso l’esogamia ed il mondo. Ed, in base alla drammaticità di questo processo di allontanamento da quelli che furono i primi oggetti d’amore, vengono ri\evocati proprio in questo momento nel genitore tutta una serie di vissuti inerenti il proprio processo di separazione e di individuazione; non ultimo l’immane conflitto che lo oppose ai propri genitori in quel momento e le modalità, gli stili di mediazione e di risoluzione che essi, i suoi genitori, usarono con lui nel negoziato che ne seguì.
In quel negoziato, che lo vide - specie all’inizio - parte più debole e pretenziosa, molta parte del ‘discorso’ che i suoi genitori andavano intessendo fin dalla nascita su di lui, molta parte delle loro attese, della loro fiducia, così come della loro sfiducia in lui non emergeva direttamente, ma attraverso le modalità negoziali che essi usavano per favorirne o inibirne le pretese; non veniva tanto messa in parola, quanto espressa attraverso gesti, posture, elementi comunicativi non verbali che magari correggevano e limavano la parola. Si trattava insomma di una trama indiziaria, i cui contenuti però ricadevano spesso pesantemente sia sulla quotidianità sia nella definizione dell’immagine di sé che egli, allora ragazzo, andava costruendo.
E’ per questo che nella scena attuale che lo vede genitore di un adolescente, coinvolto come allora, ma in termini rovesciati, sul piano negoziale, egli agisce nel negoziato e riattualizza tramite il negoziato tutti i suoi ‘problemi di fase’ che lo videro adolescente alle prese con il problema della separazione con i suoi propri genitori. E lo fa comunicando con lui attraverso la sua attuale e specifica disposizione al negoziato, che in questo modo diventa un dialetto, un lessico familiare, figlio del linguaggio universale della seconda individuazione, lessico che assume un significato particolare e comprensibile solo nell’ambito comunicativo che pone in rapporto oggi lui e il suo figlio adolescente.  Lessico attraverso il quale emerge e si manifesta al figlio adolescente, sotto la forma criptica dell’indizio, il suo desiderio genitoriale, la natura delle sue attese nei loro confronti. E ciò sia che egli si proponga di proseguire nel solco delle modalità assunte dai suoi propri genitori e da lui appreso durante la propria adolescenza, sia se al contrario decida di scegliere nuove strade, sia se egli si proponga di rinunciare a spendersi sul piano del conflitto e del negoziato. Rinuncia che, è bene ricordarlo, è pur sempre una maniera di elaborare il conflitto.
 
Ai fini della comprensione dei significati della negoziazione, un ulteriore passo in avanti possiamo farlo quindi se noi assumiamo le modalità genitoriali secondo le quali vengono gestiti il conflitto e la stessa negoziazione come un insieme di indizi che ci parlano del mondo interno del genitore. Infatti sulla scena della negoziazione si proiettano letteralmente molte parti di questo mondo. E, in particolare, le modalità di dialogo con il figlio adolescente, con ciò che esso rappresenta ora ai suoi occhi, alludono alle modalità di dialogo presenti nel suo mondo interno fra le varie parti, i vari ‘personaggi’ che lo abitano; mentre la sua capacità o meno di adattarsi plasticamente al dialogo allude alla sua capacità di disporre plasticamente queste parti in una gerarchia mutevole in base alle circostanze.
E tutto ciò si rifletterà sul figlio adolescente, sulle sue parti interne, in maniera diversa a seconda delle cose che filtrano attraverso il gioco del negoziato e soprattutto la maniera con cui il genitore si esprime in questo gioco (i messaggi di tipo non verbale che concorrono a dar un senso più preciso alla parola, a costituire un lessico familiare, come si diceva prima): così, cioè attraverso queste modalità espressive, ad esempio, le capacità o le potenzialità del figlio risulteranno inibite se i genitori guardano ad esse sempre e solo con le proprie parti  se-vere o sfiduciate, e al contrario confermate, più realisticamente  dimensionate nei propri confini se i genitori guardano ad esse attraverso le proprie parti riparanti.
E allo stesso modo la presenza di parti interne del genitore capaci di vedere il proprio figlio come forte,  individuato e capace di andare da solo per il mondo traspariranno da mille altri indizi legati alla negoziazione e si rifletteranno in lui infondendogli fiducia, mentre la tendenza, magari introiettata in base alla propria esperienza personale, a vedere nel figlio le proprie parti interne tossiche a proiettare in lui la dimensione dello scacco, del  fallimento o della paura della tossicità del mondo si rifletterà su di lui rendendo più difficile il suo percorso di crescita.
E’ nota - ce l’hanno descritta Blos, Giovacchini  etc. - la dialettica che in questa camera degli specchi si manifesta fra il genitore che non ha avuto una propria adolescenza ed il proprio figlio: si tratta di una oscillazione fra ammirazione e invidia, fra voglia di mettersi nei suoi panni e gelosia per gli ‘accoppiamenti’ che l’adolescente può fare col mondo e che lui, il genitore precocemente avviato al lavoro dal proprio genitore e perciò espropriato della sua gioventù, non ha potuto fare. Ebbene, anche in questi casi gli scenari sui quali si recitano queste commedie, che altrimenti si svolgerebbero nel corrosivo e pesante clima in cui prospera l’invidia, sono spesso quelli della negoziazione: ad esempio il genitore che potrebbe economicamente coronare il sogno di suo figlio di andare all’università e che segretamente boicotta, per invidia, questa opportunità di realizzazione di sé lo fa spesso all’interno di un apparente e leggero minuetto, fatto di parole e di gesti, che in effetti, come un sintomo, nasconderanno e presentificheranno il problema in maniera subdola.
 Così come il timore di rivedere in lui parti dolenti della propria adolescenza, la necessità di distanziarsi dalle immagini più penose e ricattatorie presenti nei propri genitori difficilmente si esprimerà in termini espliciti nella scena attuale, ma attraverso modalità negoziali che nello stesso tempo celano e presentificano il dolore e la fatica a distanziarsi e ad accettare la separazione.
Perciò il negoziato, le sue peculiari modalità riconducibili esclusivamente a quel conflitto che oppone quel padre a quel figlio adolescente, la tonalità affettiva che lo “colora “ rappresentano spesso le forme espressive attraverso le quali si esprime e si risolve il conflitto, il lessico familiare che ne permette l’espressione e, finché è possibile, la sia pur provvisoria risoluzione.
Mentre la rinuncia ad ingaggiarsi nel conflitto, l’elogio dell’assoluto  laisser faire sul piano negoziale, da una parte, l’irrigidimento, la severità, l’annullamento della dialettica negoziale, dall’altra,  e ancor di più la mancata apertura nei fatti di uno spazio vitale in cui l’adolescente possa crescere in direzione dell’autonomia non lo aiuteranno certo nella sua crescita psicologica e nel suo processo di autonomizzazione. Ma anzi nel primo caso lo predisporranno, più degli altri suoi coetanei, alla formazione di caratteri e patologie di tipo anaclitico, nel secondo a scenari incentrati sull’agito (fughe, gravidanze precoci, etc.) o, di fronte alla prescrizione di itinerari di crescita eteronomi, a forme di autosvalutazione e di attacco all’immagine di sé, nel terzo all’innesco di falsi percorsi di crescita e alle dinamiche avvolgenti e ricattatorie del doppio legame.
 
 

3. La gestione dello spazio negoziale ieri ed oggi

 
Se noi facciamo una comparazione fra ciò che accadeva ieri e ciò che accade oggi nella formazione della personalità vediamo che nella società protoindustriale la struttura della personalità prevalente era quella basata sui caratteri nevrotici.
Oggi invece, nella società postindustriale e terziarizzata, si assiste ad una eclissi della struttura della personalità nevrotica ed alla emersione ed alla diffusione, soprattutto fra i giovani, di una struttura della personalità narcisistica di tipo anaclitico (anaklinein, cioè stare sdraiati). Una personalità che per affermarsi, per mettersi in piedi, ha bisogno sempre di qualcuno o qualcosa con cui mantenere il contatto, qualcuno o qualcosa che aiuti, che sostenga, che tiri su. Qualcuno o qualcosa che riempia il soggetto di affetto o di oggetti di consumo che lo aiutino a non sentirsi solo, a non cadere in depressione, a sentirsi compreso e, attraverso questa strada, a definire i propri confini individuali.
Si assiste cioè, come afferma Bergeret, ad un passaggio da una società di tipo anancastico (ananke, cioè dover essere) ad una società di tipo anaclitico.
Vi sono delle ragioni sociali che hanno incubato e prodotto nel tempo questo profondo spostamento, ragioni che in questa sede non è dato di approfondire. Certo è che, come sempre, uno degli elementi che hanno innescato e canalizzato il cambiamento è stata la famiglia, che sul piano della riproduzione sociale ha continuato a svolgere una parte importante di quella complessa opera di introiezione delle esigenze più complessive che vengono dalla società, di selezione fra istanze sociosintoniche e sociodistoniche e di loro trasformazione in istanze di tipo educativo volte, appunto, a fare in modo che la riproduzione sociale sia direzionata in base alle sempre nuove esigenze che, specialmente in una società dinamica come la nostra, emergono mano a mano che essa procede nel suo divenire storico[1] e nella continua opera di ridefinizione del carattere etnico dell’inconscio etnico in essa prevalenti.
In questa sede pensiamo che partire dalla distinzione che Charmet fa fra famiglia etica di ieri e famiglia affettiva odierna possa essere un buon punto di partenza che ci permette non solo di comprendere meglio le ragioni di tipo educativo che sono alla base del passaggio da una società anancastica ad una società anaclitica, ma anche a comprendere come nei due ambiti si gioca la gestione del conflitto intergenerazionale.
Nella società anancastica di ieri e nella famiglia etica che ne era uno dei pilastri l’accesso all’età adulta avveniva in base ad un confronto – scontro con la generazione precedente e con ‘la legge dei padri’ molto marcato, cioè in un’atmosfera negoziale aspra che opponeva e componeva il conflitto fra genitori e figli adolescenti in base all’assunto che diventare adulti implicasse la cosiddetta rottura generazionale[2], e cioè l’uccisione simbolica del padre e il superamento almeno parziale dei valori, dei costumi, delle credenze dei genitori, vissuti come portatori di modelli forti.
In questo clima la separazione dei figli dalla madre durante la seconda individuazione, il loro accesso all’autonomia e alla genitalizzazione, la loro capacità di immaginazione e di progettazione del futuro avvenivano in rapporto ad un  padre forte e superegoico che oggettivamente promuoveva la rottura generazionale e lungo questo percorso, difficile e doloroso per i figli, seminava ‘morti e feriti’ costringendo i più deboli a rimanere almeno emozionalmente come adulti mai nati, nella condizione di dipendenza da se stesso, dalla madre e dalla forza centripeta proveniente dal nucleo originario.
Nella società anaclitica di oggi, intanto, l’accesso all’età adulta, e cioè la genitalizzazione, la conquista dell’autonomia e della capacità di programmazione del proprio futuro, avvengono dopo un lunghissimo percorso in cui non esistono cerimonie di passaggio visibili e riconosciute come tali dalla comunità degli adulti. 
In secondo luogo si determinano in una situazione di non chiarezza rispetto al fatto che, anche nel momento in cui tali traguardi vengono raggiunti, essi lo siano definitivamente in modo tale che il neoadulto possa definirsi in termini di progetto rispetto al proprio futuro. Infatti il persistere forzoso del giovane in una condizione di precariato, quel movimento infinito così ben descritto da Laffi in base al quale un giovane non sa mai se è veramente entrato in pianta stabile nell’area della produzione e del lavoro, mantiene pericolosamente il giovane in una zona d’ombra in cui è destinato a non sapere mai se quell’importante corollario della genitalizzazione che è l’acquisizione della capacità di progettare il proprio futuro è stata raggiunta o meno.
Ma soprattutto l’accesso all’età adulta non avviene più in base ad aspri scontri con la generazione precedente, poiché, al contrario di ciò che accadeva ieri, oggi i genitori, ed in particolare i padri, come dice Charmet, “girano per casa disarmati, non hanno più la cinghia in mano ed il colletto della camicia inamidato”. Il che determina l’emergere in famiglia di una atmosfera negoziale del tutto nuova a basso tasso energetico per quanto riguarda l’area superegoica, ma più capace di influenzare, in maniera discriminata, il figlio e la figlia sul piano della definizione dell’Ideale dell’Io.
Influenza che, come dice Charmet, si determina sotto la forma “di una trasfusione, di un assorbimento per osmosi del padre nel mondo interno del figlio sotto forma di valore ideale di riferimento” allorché il padre non si sottrae a questo compito; e che al contrario, di fronte ad una rinuncia o ad atteggiamenti genitoriali di intrusione nel mondo dei figli o di annullamento della distanza generazionale, dà adito ad una accentuazione dei problemi di fase dei propri figli.
Influenza però, aggiungiamo noi, che si protrae nel tempo fino a ingaggiare il postadolescente nella negoziazione ben oltre la soglia che delimita il suo ingresso emozionale nell’area dell’autonomia con il risultato di seminare, come hanno ben messo in evidenza la Scabini e il suo gruppo di ricerca, non la rottura generazionale ma un pieno di conformismo.
Tutto ciò in ogni caso si riverbera poi in termini discriminati sul giovane e sulla giovane ingenerando un insieme di comportamenti distinti e determinati per genere, poiché diversi sono i modelli e gli introietti che poi emergono sul piano della espressione del conflitto e del sintomo e sui quali si tesse la tela, fatta di vecchie dipendenze e di  nuove pretese di autonomia, che condurranno all’età adulta. Il lavoro di tessitura che i genitori fanno su questa tela è quello che emerge dai contenuti e dalle modalità discriminate di negoziazione che essi tendono ad intraprendere con il figlio maschio e con la femmina, modalità che risultano anch’esse pregne di significati e di attese diverse a seconda del sesso del genitore, della sua storia personale e della natura dei suoi introietti.
 
 
4. Il terapeuta, l’adolescente e i suoi contesti di vita di fronte al conflitto ed alla negoziazione
 
Come afferma Charmet la posizione dello psicoterapeuta degli adolescenti non è quella  di rievocare i conflitti arcaici della prima e della seconda infanzia, non è quella di fare una sorta di archeologia dei sentimenti e delle emozioni per cogliere le loro più lontane scaturigini, ma quella aiutare l’adolescente a considerare ciò che oggi sta avvenendo dentro la sua psiche, all’interno di quel ‘popolo dei Sè’[3] dai quali è abitato, aiutarlo a fare ordine, a determinare, in termini dinamici e non statici, una gerarchia fra i vari personaggi interni ideali che lo sorreggono, a ritrovarli e restaurarli qualora dall’esterno o dall’interno in un recente passato ci sia stato un attacco distruttivo nei loro confronti.
 
Tutto ciò nella speranza che, tramite questo aiuto - che, si badi bene, può giungere dal terapeuta così come da qualsiasi altra componente del suo ‘ecosistema’ - egli riesca a usare meglio se stesso, a separarsi dagli oggetti infantili senza rimanere fortemente ferito dai lutti cui lungo il processo di separazione andrà incontro, a determinare una flessibile strategia in base alla quale i conflitti interni e quelli innescati con gli oggetti esterni siano affrontati e risolti in maniera duttile, ponendo cioè in primo piano quelle parti più adatte alla bisogna in quel determinato momento, e infine a fare delle ipotesi, dei progetti sul suo futuro che siano sorrette da un Ideale dell’Io conscio dei suoi limiti, capace di ispirarlo e guidarlo nelle sue scelte in base alle sue reali potenzialità.
Anche Jeammet allude a qualcosa di simile allorché parla di funzione terza del terapeuta in adolescenza, al suo ruolo di sacerdote all’interno del processo di iniziazione che porterà l’adolescente all’età adulta, alla sua definizione di strumento transizionale che l’adolescente deve trovare a sua disposizione allorché deciderà di farvi ricorso, ed alla definizione dello spazio di incontro con l’adolescente come area transizionale che sia in grado di sorreggerlo finché egli non sia in grado di procedere da solo nell’affrontare i conflitti che il mondo interno e quello esterno ingenerano in lui lungo il processo che lo porterà alla seconda individuazione.
Speriamo risulti chiaro che per ‘spazio di incontro’ sia per Charmet che per Jeammet non s’intende solo la ‘stanza delle parole’ (Charmet), cioè la psicoterapia, ma anche, come vedremo fra un po’, tutte le modalità più laiche d’incontro e di scambio che possono avvenire fra ‘ecosistema’ che in cui vive l’adolescente, l’adolescente stesso ed il terapeuta, o meglio quella determinata entità che in quel momento svolge una funzione terza di elemento facilitatore del passaggio.
 
E noi concordiamo con queste impostazioni in base alle quali il lungo percorso che porta oggi il giovane a separarsi dagli oggetti dell’infanzia e all’acceso all’età adulta è sempre un percorso accidentato, in cui i sintomi originati dai problemi fasespecifici non sono facilmente distinguibili da quelli più schiettamente ascrivibili alla psicopatologia e che in ogni caso è possibile distinguere in essi lo sforzo, a volte immane, che spinge il giovane a ingaggiare una lotta per separarsi e per emergere con ciò che all’origine è solo un abbozzo del Sè adulto.
Si tratta di una lotta fatta di conflitto e di negoziato, che avviene su di una scena in cui sia il sintomo, sia le attitudini e le qualità del negoziato parlano e ci comunicano qualcosa, sia che essi provengano dal giovane, sia che invece siano espressione del disagio degli adulti che vivono con lui.
E’ per questo che, per ultimo, vorremmo spendere due parole sulle possibilità che il terapeuta dell’adolescenza ha di coinvolgere quegli adulti, già ingaggiati sul tema prima che il terapeuta intervenga; sulla possibilità che essi possano essere reigaggiati in maniera proficua di fronte all’adolescente in difficoltà, ma anche e soprattutto di fronte ad un loro proprio momento di difficoltà intervenuto nel rapporto con gli adolescenti.
Nel lavoro del terapeuta con questo ‘ecosistema’ (Charmet), con questa comunità degli adulti in cui l’adolescente vive il tema del conflitto e del negoziato, lo abbiamo visto, è importante ed è riconducibile alla conquista, o alla riconquista di quella posizione terza, dalle funzioni multiple che potremmo definire riassuntivamente come opera di mediazione del passaggio, di acquisizione di una più chiara consapevolezza delle funzioni ‘sacerdotali’ che l’adulto compie nel favorire il passaggio, di definizione di un limite che aiuti l’adolescente a riconoscere la perseguibilità o meno del suo desiderio, di manifestazione della relatività della propria potenza di modo che l’adolescente si senta capace di imitarlo e di non rimanere schiacciato nel confronto con loro, di  aiuto nella individuazione delle vocazioni dell’adolescente che è loro affidato, di un uso non sadico di sè nel negoziato e nell’espressione delle proprie aspettative nei suoi confronti.
Molteplici sono i luoghi in cui tale ‘clinica educativa’ può essere applicata e decisiva l’acquisizione di uno spirito laico che permetta di sporcarsi le mani e contaminare i setting, come ci va insegnando Charmet.
Ciò significa sfruttare tutte le occasioni che i vari contesti offrono per portare, riportare e rendere più consapevole la comunità degli adulti che hanno a che fare con l’adolescenza dell’importanza dell’esercizio delle funzioni di cui si parlava prima, funzioni che fortunatamente a volte sono già giocate per il meglio dalle famiglie e dagli educatori, ma in maniera intuitiva ed inconsapevole dei significati che sono impliciti nell’esercizio di quelle funzioni, fra le quali, come abbiamo tentato di dimostrare, una buona attitudine negoziale non guasta, anzi.
 
 
 
Bibliografia:

 
 
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  • Le Breton D., Anthropologie du corps et modertité, Paris, PUF, 1990
  • Le Breton D., Passione del rischio, Torino, Ed. Gruppo Abele, 1995
  • Le Breton D., L’adieu au corps, Paris, Ed. Métailié, 1999
  • Mitscherlich A., Verso una società senza padre, Feltrinelli, Milano, 1970
  • Scabini E., Giovani in famiglia fra autonomia e nuove dipendenze, Vita e Pensiero, Milano, 1997
  • Laufer M. e M.E., Adolescenza e breakdown evolutivo, Boringhieri, Torino, 1986
  • Mannoni O., Il difetto della lingua, Pratiche Ed., Parma
  • Napolitani D.: "Individualità e gruppalità", Boringhieri, TO, 1987.
  • Pietropolli Charmet G., I nuovi adolescenti, R. Cortina, Milano, 2000
  • Pietropolli Charmet G., un nuovo padre – il rapporto padre – figlio in adolescenza, Mondadori, Mi, 1995
  • Pietropolli Charmet G., Intervista con Fabio Vanni, di prossima pubblicaz. su: Ricerche psicoanalitiche
  • Richter H. E., Fenitori, figli e nevrosi, il Formichiere
  • Van Gennep A., I riti di passaggio, Torino¸ Bollati Boringhieri, 1988
  • Vanni F. Sacchi M., Rappresentazione e costituzione delle identità individuali nelle interazioni di gruppo, Milano, Cortina, 1992
  • Weinstetin e Platt, Sociologia storia e psicoanalisi, Rosenberg & Sellier, 1983
  • Winnicott D.W., Adolescenza: il dibattersi nella bonaccia, in: La famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Armando, Roma, 1968 (cap.10)
 
 
 

[1] Le modalità di analisi di una così complessa opera di levigamento sulla psiche individuale, già individuata da Freud, sono state poi affinate dalla Scuola di Francoforte e, più di recente, da Devereux in ambito etnoanalitico, da Weinstein e Platt che, sulle tracce di Erikson e di Parsons, hanno tentato un’analisi della funzione della società e della famiglia nel definire la psiche individuale ed , in Italia, da Eugenia Scabini.
 
[2] Non in quella di ‘’avant’ieri’ in cui il dinamismo sociale era minimo e l’esigenza di comporre il conflitto intergenerazionale intorno a valori considerati eterni ed universali molto più sentita.
[3] Cfr. l’intervista di Fabio Vanni a Charmet di prossima pubblicazione su “Rivista di psicoanalisi”
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