PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

IL REO E IL REO FOLLE secondo Leonardo Bianchi

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1 marzo, 2018 - 18:16
di Luigi Benevelli

 

Ne L’uomo delinquente (1876) Lombroso sosteneva essere possibile “leggere” il comportamento criminale sui corpi dei malfattori, tramite un certo numero di tare o stimmate anatomiche e fisiologiche (…), prove irrefutabili delle tendenze criminali dell’individuo in esame. Una delle ragioni a favore di questa ipotesi nasceva dalla notazione che essendo  la maggior parte dei delitti commessa da un piccolo numero di persone, poteva/doveva essere che  tale piccolo numero di persone avesse qualcosa in comune. Di qui una  analisi “olistica” dell’eziologia criminale fra organismi tarati, fattori ereditari, patologici, fisici, prove genetiche, mediche, neurologiche[1]. Di qui l’assunto che non era giusto giudicare un individuo in cui fosse stato dimostrato un nesso di causalità fra la sua biologia e il reato compiuto allo stesso modo di una persona responsabile dei propri gesti.
A documento di quanto fosse  diffuso questo pensiero, porto le riflessioni di Leonardo Bianchi[2] che raccolse le sue lezioni universitarie nel libro Eugenica, Igiene mentale e profilassi delle malattie nervose e mentali[3]. Siamo negli anni successivi alla prima guerra mondiale, in cui, vigente ancora il Codice Zanardelli del 1891, si stava discutendo del nuovo Codice Penale, quello che diventerà nel 1931 il Codice Rocco, un lavoro in cui era impegnato in prima fila Enrico Ferri, giurista di scuola positivista di cui Bianchi è convinto sostenitore. Bianchi parte da alcune affermazioni “canoniche” per le quali:
-  “la degenerazione è l’altra faccia dell’evoluzione ed è inseparabile dalla vita delle collettività umane”;
-  “l’eredità è responsabile di una grande quantità di malattie mentali”;
-  “l’imbecillità, alcune varietà di epilessia, l’alcoolismo cronico, la criminalità abituale o costituzionale, la pazzia cronica, la psicosi maniaco-depressiva, la malattia di Huntington ed alcune altre devono formare oggetto di seria considerazione eugenetica per la difesa sociale. Il matrimonio in questi casi deve, in generale, essere vietato.
Al trattamento dei criminali è dedicato l’intero settimo capitolo[4] in cui perora la causa della riforma del Codice Zanardelli alla luce delle “recenti conquiste della Biologia”; definisce il delinquente “un debole inadattabile alle esigenze civili e morali della comunità che deve essere punito […] nel senso della di lui eliminazione dall’ambiente sociale , le cui necessità e le cui leggi egli fu incapace di sentire  e di rispettare” e afferma che “se la delinquenza dipende in massima parte da difetti evolutivi del cervello o da malattia, dobbiamo rintracciarne le cause e colpirla nella radici”.
Bianchi sottoscrive l’affermazione che si debba sempre sanzionare non il solo reato ma la persona (dal delitto al delinquente) e punire privilegiando il criterio della difesa sociale, più di quello della gravità del delitto. Doveva quindi essere superato il Codice Zanardelli, “un codice che risente ancora della poderosa quanto dannosa influenza […] della ormai tisica concezione del libero arbitrio (sic!!)”: qui in sintonia con le posizioni di Lombroso e Ferri che negavano il principio del libero arbitrio, essendo “la criminalità in gran parte effetto di condizioni morbose ereditarie e di particolari ambienti o prodotta da intossicazione (alcool), o da infezioni (sifilide) o determinata da rivolgimenti politici”.
Enuncia i 3 capisaldi per il vivere civile: difesa sociale, profilassi della criminalità e la redenzione del criminale.
L’insieme del sistema penitenziario doveva “mirare alla terapia degli stati morbosi che danno notevole contingente alla criminalità”. Di qui  “l’omaggio alla densa e geniale opera di Lombroso”, e l’affermazione che l’imputabilità s’impernia sulla conoscenza della struttura fisica e psichica dell’uomo, indispensabile a sceverare se il criminale sia un malato o un anomalo.
Bianchi è critico nei confronti dei manicomio giudiziario come allora esistente[5], che giudica  essere “un povero istituto” , “una ben piccola cosa rispetto alla grande riforma penitenziaria” che auspicava. Il suo giudizio negativo è dovuto al fatto che non si era ancora, come si sarebbe dovuto fare, assegnato agli psichiatri un ruolo centrale nella gestione delle strutture penitenziarie, di tutte le strutture penitenziarie. Al riguardo,  egli propone che gli psichiatri siano posti alla guida di Uffici antropologici da istituirsi nelle principali case di pena, di fatto trasformando l’intero sistema penitenziario in una rete di  manicomi giudiziari.
Egli propone anche, in analogia con quanto accadeva negli Imperi britannico, francese, zarista, la deportazione degli elementi non adatti all’ambiente in colonie penitenziarie in territori scarsamente abitati[6], per gli italiani il Giubaland (Somalia).
La sua conclusione è che “la cura e la profilassi della criminalità sono comprese nel dominio dell’azione dell’eugenica e dell’igiene mentale per la stessa ragione per la quale tentiamo di vietare il matrimonio tra i deboli e i degenerati in generale, tra i tubercolotici e i sifilitici”[7].
Leonardo Bianchi  non era fascista, veniva da lunghi trascorsi politici nelle fila della sinistra democratica italiana, era uno scienziato e uomo politico di grande prestigio, legato alla Corona. La citazione che ho proposto mostra la profonda influenza  del pensiero eugenico delle scienze biomediche  italiane nei Codici tuttora in vigore, quindi,  ben dopo la Liberazione, la fine del secondo conflitto mondiale e la nascita della Repubblica.

 
 
 

[1] Neil Davie, Visualiser le cerveau criminal? Biologie, deviance et la nouvelle phrenologie in Michel Prum ( a cura di) Ethnicité et eugénisme, discours sur la race, L’Harmattan, 2009, pp. 179-201, passim.
[2] Leonardo Bianchi (1848-1927), professore di psichiatria e direttore dei manicomi provinciali a Palermo e Napoli, deputato del Regno nei gruppi della sinistra democratica, relatore della legge manicomiale n. 36 del 1904, ministro dell’Istruzione nel 1905 e ministro senza portafoglio nel biennio 1916-17; fu nominato senatore del Regno nel 1919. Si schierò nella prima Guerra Mondiale fra gli interventisti. Fu candidato per l’Italia al premio Nobel nel 1925, ma Mussolini si oppose e il riconoscimento sfumò. A lui fu intitolato il manicomio provinciale di Napoli.
[3] Leonardo  Bianchi, Eugenica, Igiene mentale e profilassi delle malattie nervose e mentali, Idelson, Napoli, 1925.
[4] Op. cit. pp. 212-244.
[5] Il Codice Zanardelli (1890) non ne prevedeva l’istituzione. Il manicomio giudiziario comparve  nel “Regolamento generale degli stabilimenti carcerari e dei riformatori governativi” (R.D. 1 febbraio 1891, n. 260. v. anche Romano Canosa, Storia del manicomio in Italia dall’Unità a oggi, Feltrinelli, 1979, cap. 7, pp. 136-150.
[6] L’Australia, la Cayenna nella Guyana francese, la Siberia ne erano gli esempi più noti e largamente trattati nella pubblicistica giornalistica; in Italia anche nella letteratura popolare. Fra tutti cito i romanzi del ciclo dei Pirati della Malesia di Emilio Salgari.
[7] L. Bianchi, op, cit., p. 244.
 
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