In extremis Prefazione a VERITA' NASCOSTE di Sarantis Thanopulos

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10 marzo, 2018 - 15:23
Autore: Sarantis Thanopulos
Editore: GRENELLE EDITORE
Anno: 2018
Pagine:
Costo: €20.00
E adesso come faremo senza l’Isis, ora che a Raqqa e a Mosul lo Stato islamico, il “cancro” e il “diavolo” che  hanno insidiato la nostra tranquillità di cittadini cristiano-occidentali, sembra essere stato estirpato, bruciato,  in una parola sconfitto? Come faremo senza quel nemico comune, per tanto tempo creato, cercato e poi infine trovato che, da scheletro nell’armadio e alleato fantasma lontano, è stato capace di inverarsi per raggiungerci in una vicina scia di terrore? E’ la domanda provocatoria che la ricerca di Sarantis Thanopulos, lancia come un sasso nello stagno con questa cronaca dal profondo “Il diavolo veste Isis. Lo straniero di casa nostra”. E’ questa una raccolta selezionata e rielaborata, suddivisa in quattro capitoli (La crisi dell’Europa; prigionieri dell’estraniazione; il diavolo veste Isis; l’ospite ingrato) della sua testimonianza di scavo tra le viscere dell’attualità che prende il titolo di “Verità nascoste”, la rubrica che settimanalmente compare da molti anni sulle pagine de il manifesto in una originale e sferzante presa di parola che si propone come specchio delle nostre estraniazioni. Offrendo un “trattamento” che sceglie ogni volta di leggere la cronaca più minuta e l’attualità delle crisi internazionali attraverso l’indagine delle psicopatologie individuali e collettive.
Il periodo prescelto va dal 2014-15 alla fine del 2017, non a caso quello che mostra i sintomi della perdita di senso dell’Europa, che veniva ideologizzata come “felix”, mentre  emerge  la paura come sentimento dominante, riflesso negativo delle difficoltà che incontra il cambiamento necessario, e che sfocia in una situazione di instabilità duratura e improvvisa, rendendo il futuro imprevedibile.
L’autore fa appena in tempo a tranquillizzarci  “…ai nostri occhi appare come ovvio che il cancro Isis vada estirpato”, per restituirci subito un’amara verità che emerge, dopo anni di consumata e rassegnata stagione di guerre “nostre”: “…Che poi si pensi che la chirurgia possa da sola eliminare il pericolo di recidive o di metastasi, l’esperienza ci dice che non sia prudente. Soprattutto se il cancro situato ai confini tra Iraq e Siria è la metastasi di un tumore primario che alloggia nell’Occidente”.  Perché, in quale emisfero è nato e viene coltivato davvero l’odio per l’altro, per il diverso? Quali e quante guerre lontane abbiamo alimentato con mostruose economie di scala, per  vedercele tornare a profitto? Quante stragi hanno cancellato-destabilizzato Stati, terremotato equilibri storici etnico-religiosi,  e soprattutto azzerando generazioni, perché poi tornassero tutte a chiederci ragioni sotto forma di umana furia, non tanto vendetta, ma fuga e migrazione? Quante strumentalità violente e terroristiche abbiamo armato in giro per il mondo a tornaconto della nostra progettuale ed economica serenità occidentale?
Le domande sono infinite e infinitamente cogenti. Proprio ora che l‘ossessione del bombardamento mediatico annuncia  che è la guerra ad essere finita. Che in realtà finita non è mai, perché si riproduce a mezzo di odio e di pregiudizio. Si alimenta in quella radicata volontà di esclusione dell’altro e del diverso che sempre più viene proposta ormai come fondamento della nostra civiltà. Dove i fantasmi interiori hanno preso consistenza e forma politica nello spazio pubblico con la dilagante xenofobia e  si alimentano a vicenda. Ricorda  l’autore: “Secondo i dati della polizia di Londra e della stessa Fbi, i crimini dell’odio (legati al pregiudizio nei confronti della diversità) hanno avuto una forte impennata dopo il referendum sulla Brexit e l’elezione di Trump. Insomma una correlazione innegabile con due vittorie elettorali della xenofobia. Una sorta di autorizzazione all’aggressività verso ogni diverso, una legittimazione del pregiudizio…sempre con l’aiuto dell’esposizione informativa”.
La psicopatologia del tempo presente, propone l’analisi di Sarantis Thanopulos, sta nella cronaca distratta se non nascosta, oscurata, del misfatto razzista. Così, nemmeno è finita la guerra all’Isis che abbiamo da tempo attivato la guerra ai migranti. Scatenata dalle viscere di un’ Europa diventata mostro. Con l’ideologia oligarchica dell’austerità ad ogni costo; con il fallimento schizofrenico della Germania, tra relativa apertura ai migranti e politica espulsiva del Sud europeo; con la secessione della Brexit; con la Francia tornata con Macron a rivendicare la primazia militare e tardo-coloniale; con la deriva spagnola; con l’Est-Europa in mano a regimi xenofobi d’estrema destra. E l’Italia della sponda mediterranea che sposta i confini europei in Niger avviando, dopo il disastro della guerra in Libia – dove alla fine abbiamo armato milizie contro i profughi -, una nuova  guerra confinaria da ‘deserto dei tartari’ per tenere, ben lontano da noi, racchiusi in nuovi mega-campi di concentramento i coraggiosi in fuga da guerre e miserie da noi prodotte, per i nostri interessi geostrategici. E se non bastasse questa terrori fica irrazionalità generalizzata contro i profughi che hanno la guerra alle spalle e davanti le fosse comuni in mare e nei deserti, ecco che si aggiunge l’automutilazione del negare lo ius soli a 800mila ragazzi senza cittadinanza. E questo solo grazie alla nostra arroganza sempre più arrogante perché   “dalla parte dei più”.
I barbari che temiamo ed evochiamo non arriveranno da lontano ad occuparci ma sono dentro di noi, dice Sarantis Thanopulos; convivono con noi,  incapaci ormai allo scambio desiderante, dentro le forme quotidiane dell’esclusione e della diseguaglianza occidentali che accompagnano la globalizzazione selvaggia alla quale siamo sottomessi.
Una sola certezza emerge da questi amari e preziosi sprazzi di luce che ci vengono dati in dono da Sarantis Thanopulos, ma come in extremis. Come fosse davvero l’ultima possibilità. La crisi nella quale sempre più andiamo isolando la nostra esistenza si sta allargando fino a proporre l’apatia, l’astensione,  un “Oblomov diffuso” che sta a guardare, fino alla rinuncia autistica alla relazione con l’altro. Proprio mentre l’intero pianeta, l’intera umanità vuole raggiungerci per trovare invece esistenza e consistenza, e nuove ragioni fondanti che tengano insieme, fuse fra loro, libertà e differenza, parità- eguaglianza e fraternità.  In extremis, perché siamo ancora per poco consapevoli - come ha scritto Luciana Castellina  - che la nostra idea occidentale di libertà non è un approccio valido nel rapporto con un mondo in cui la grande maggioranza degli esseri umani vive in condizioni di assoggettamento al diritto del più forte.
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