PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Aspetti psicologici dei comportamenti criminali dei libici secondo il prof. Tancredi Gatti (1940)

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1 maggio, 2018 - 09:44
di Luigi Benevelli

Tancredi Gatti fu un esponente dell’establishment fascista, avvocato e penalista della scuola positivistica di Enrico Ferri, professore della Libera Università di Ferrara. Il suo testo più famoso è L’imputabilità, i moventi del reato e la prevenzione criminale negli statuti italiani dei secoli XII-XVI, Cedam, Padova, 1933. Si occupò di antropologia criminale, della riforma della legislazione penale della Francia, della Repubblica di San Marino e di alcuni paesi di lingua spagnola (Messico, Repubblica spagnola, Perù), del Codice penale militare aeronautico. Fu tra le personalità che manifestarono pubblicamente il loro sostegno alle politiche razziste del regime fascista. Dell’adesione alle stesse sono documento due articoli a sua firma pubblicati su “La difesa della razza”, il primo dal titolo Ferocia-astuzia-ponderazione degli ebrei  (n. 5, gennaio 1939), il secondo intitolato Libidine, cupidigia e odio di razza degli ebrei (n. 9, maggio 1939).
Egli, dopo una visita agli stabilimenti di prevenzione e pena di Tripoli[1] redasse alcune note sulla criminalità dei libici oggetto del suo intervento al Congresso internazionale di criminologia di Napoli del 1940[2].
Gatti vi descrive i libici come un “crogiolo di stirpi mediterranee, africane e orientali”; la popolazione libica versava in un “profondo stato di degenerazione, di decadimento fisico e psichico”, da addebitare agli effetti dell’amministrazione ottomana, della povertà di risorse, della “organizzazione famigliare” e di una “concezione morale coranica” biologicamente “perniciosa” soprattutto a causa della pratica dei matrimoni precocissimi. Fra le malattie che caratterizzavano il degrado dei libici Tancredi Gatti indica la tubercolosi, la sifilide, il glaucoma; ad esse seguiva l’alcoolismo, imputabile all’assunzione di leghbi, “bevanda fermentata permessa dal Corano”.
La criminalità dei nativi è segnalata in aumento, in corrispondenza del “nuovo e più elevato grado di vita civile” promosso dall’amministrazione coloniale italiana. Predominava la “piccola o minima delinquenza”, ma spiccavano episodi di “tremenda ferocia e gravità”perché “L’arabo non è per natura incline alla violenza; ma quando questa esplode, si manifesta in forma incontenibile e bestiale”[3].
Gatti avanza alcune considerazioni sui reati di lesione personale e rissa i quali risponderebbero “in modo  particolare  al temperamento dell’arabo, in ciò apparentemente contradditorio, se si considera una normale apatia alla quale farebbe riscontro la prontezza e l’impulsività delle reazioni”. Una vera piaga dominante era rappresentata dalla “delinquenza sessuale”, vale a dire la violenza su bambini d’ambo i sessi e l’omosessualità “frutto in parte indubbiamente di fattori biologici e climatici, della atavica ipersessualità delle popolazioni semitiche, e di concezioni morali (coraniche e talmudiche) alquanto elastiche (corsivo del redattore), ma soprattutto portata da quello stato di degenerazione in atto”.
Per quanto riguarda i delitti contro il patrimonio, in particolare le  rapine, essi occupavano un posto di lieve o lievissima entità, risultato di tre fattori di ordine psicologico:  la naturale indolenza e trascuratezza dell’arabo, che lo fa poco adatto e poco disposto al lavoro; la modestia dei suoi gusti e bisogni e l’apatico fatalismo che lo fa vivere alla giornata […] e infine le concezioni  morali  che giustificano in qualche modo il furto in caso di bisogno, stabilendo una sorta di comunione dei beni o quanto meno di accessibilità, se non disponibilità giuridica degli stessi a favore dei fedeli in bisogno. […] Il furto indigeno è caratterizzato sempre dall’assoluta e talvolta puerile  primitività del modo”. A conferma di tale giudizio pesantemente svalutativo Gatti afferma che “Ogniqualvolta si debba rilevare in un delitto contro la proprietà un qualsiasi principio di tecnica, l’autore viene immediatamente  identificato in un europeo”.
Dopo aver citato i delitti di usura, contrabbando, oltraggio, violenza e resistenza a pubblici ufficiali e calunnia, Gatti si sofferma sui delitti colposi da traffico: “L’arabo intelligente, ma supremamente superficiale, apatico e indolente, è un cattivo conducente di veicoli e soprattutto un pessimo pedone: egli non è assuefatto alle esigenze attive e passive del traffico moderno. Come conducente, l’arabo è negligente e imprudente […], come pedone è apatico e disattento”.
 
Buon primo maggio a tutti,  Luigi Benevelli



[1] Francesco De Sisti, direttore degli Istituti di Prevenzione e Pena in Libia, presentava su gli “Annali dell’Africa Italiana”, dicembre 1938, pp. 942-953, le realizzazioni più importanti dell’amministrazione coloniale italiana in tema di edilizia penitenziaria: sullo scorcio della seconda metà degli anni Trenta in Tripolitania erano operativi 9 istituti carcerari ai quali era assimilato anche il manicomio per indigeni fondato e diretto da Angelo Bravi, costituito da 7 padiglioni per 118 ricoverati, con annessa sezione criminale. Si trattava del Centro di rieducazione per minorenni (6 padiglioni, con 20 ettari di campi); la Casa di cura per minorati fisici e psichici; il Sanatorio Giudiziario;  la Colonia agricola per misure di sicurezza detentive; la Casa di lavoro all’aperto, le Carceri  Giudiziarie di Tripoli, Misurata, Garian). In località Gargaresh si trovavano i primi due  istituti e il manicomio, con  servizi comuni, un padiglione per il servizio di lavanderia, rammendo, stiratoria e disinfezione e un altro per le cucine. Completavano le costruzioni le palazzine per alloggio dei funzionari e la chiesa per il culto cattolico per il personale metropolitano.
[2] Tancredi Gatti, Aspetti antropologici e statistici della criminalità indigena in Libia, “Rivista di diritto penitenziario”, 1940, pp. 428-440.
[3] Tale tesi era stata proposta nel 1932 da Porot  per il quale  "L’indigène nord-africain, dont le cortex cérébral est peu évolué, est un être primitif dont la vie essentiellement végétative et instinctive est surtout réglée par le diencéphale". "L’Algérien n’a pas de cortex, ou, pour être plus précis, il est dominé, comme chez les vertébrés inférieurs, par l’activité du diencéphale.

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