COME GODE UN CORPO?

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14 maggio, 2018 - 11:18
NDR: Intervento al seminario COME GODE UN CORPO? Università di Roma La Sapienza, Villa Mirafiori, 4 maggio 2018.

Quale tema è più psicoanalitico di quello del godimento?
E’ vero che decenni fa la psicoanalisi di derivazione lacaniana parlava per lo più di desiderio, mentre oggi essa parla per lo più di godimento. C’è una svolta in questo senso? Perché oggi gli analisti godono di più nel parlare di godimento anziché di desiderio? Accennerò poi a una risposta.
            La verità è che, nella sua essenzialità, la psicoanalisi – intendo quella originaria, freudiana - è una teoria e una pratica che punta tutto su die Lust. Termine ambiguo, dato che significa sia desiderio, sia piacere o godimento. Freud in Tre saggi sulla teoria sessuale evoca questa ambiguità per la sua scelta del termine latino libido: voleva usare Lust per dire la stessa cosa, ma Lust significa appunto anche piacere. Nel Motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio Freud dice “L’uomo è un instancabile ricercatore di piacere”, “unermüdlicher Lustsucher”, . Per Freud, l’essere umano è un organismo che soprattutto desidera godere, e spesso gode del proprio desiderio (come accade soprattutto nell’isteria). Desiderio e godimento sono due facce della stessa moneta, e la moneta è quel che è essenziale dell’umanità – libido e pulsioni da una parte, soddisfazioni e godimenti dall’altra. E’ la fondamentale economia freudiana.
Il punto però è che la psicoanalisi si focalizza essenzialmente su sofferenze. Ovvero, questo desiderio-godimento fondamentale che costituisce l’inconscio umano risulta all’io umano per lo più sofferenza. Sono la sofferenza del sintomo nevrotico o psicotico, quella degli atti mancati, quella degli incubi notturni. Certo la psicoanalisi analizza anche esperienze di piacere: il motto di spirito ad esempio, il comico; e le perversioni, che sono casi di plus-godimento sessuale, potremmo dire. Il fatto che il godimento così essenziale all’umanità secondo Freud venga vissuto come sofferenza illustra una distinzione fondamentale: che da una parte c’è l’Io, das Ich, e dall’altra parte il vero soggetto del godimento, Es.
            La psicoanalisi di ascendenza francese tiene a distinguere piacere e godimento, anche se Freud usa raramente il termine Genuβ, godimento. Direi che quando Io partecipo del godimento di Es, allora ne traggo piacere. Il caso opposto è quello della malinconia o depressione maggiore, una delle esperienze più devastanti che un Io umano possa attraversare. Ebbene, persino nella malinconia Freud trova del godimento! Di contro alla sofferenza abissale dell’Io, il Super-Io gode. Non sono io a godere, ma è l’Altro sadicamente a godere tormentandomi.
            E’ notevole quanto le traduzioni italiane di Freud siano timide e in fondo maldestre. Es tedesco, terza persona neutra, non è stato tradotto, o è stato reso con l’Id latino, imitando la prosopopea latineggiante della traduzione inglese. I francesi si sono sforzati un po’ di più e hanno reso Es con ça, “quello, questo”. E in effetti, se il traduttore italiano fosse rimasto più fedele allo spirito di Freud – ovvero preferire il linguaggio comune al linguaggio paludato della scienza – avrebbe reso Es con Quello. Quindi, per Freud non è l’Io a godere ma: Quello gode. Es genieβt. “Non sono io a godere – anzi, spesso e volentieri soffro – è Quello a godere”. Ma chi è, appunto, questo Quello?
            Possiamo dire che Quello è il corpo? Ora, si dà il caso che in tedesco corpo si dica in due modi, Leib e Körper. Se questo seminario fosse stato fatto in un paese di lingua tedesca, gli organizzatori avrebbero dovuto scegliere uno di questi due termini, scelta non irrilevante. Leib è il corpo senziente, vissuto. Körper invece è il corpo come oggetto, il corpo-cosa; e non a caso da esso deriva l’inglese corpse, che significa cadavere. Il corpo oggettivo è già, potenzialmente, cadaverico, è il corpo che non desidera e non gode. Ma la psicoanalisi di quale corpo si occupa, del Leib o del Körper?
            Tempo fa a questo stesso seminario Massimo Recalcati ha detto che l’accento messo sul corpo vissuto, sul corpo sentito come proprio, è una passione della fenomenologia filosofica. La fenomenologia ha sempre tenuto a fondere anima e corpo, per dir così, ma non la psicoanalisi. Concordo con Recalcati. La psicoanalisi non si occupa tanto del corpo vissuto, del corpo animato e dell’anima corporea, quanto proprio del Körper, del corpo come oggetto degli e per gli altri, e del corpo che mi resiste, che se ne va per conto suo, che vuole cose che io non voglio, o del corpo che mi perseguita. Che mi perseguita, per esempio, attraverso le malattie da cui è affetto e con cui si affetta, ancor prima che lo affettino i chirurghi.
            Alcuni, uomini e donne, ricordano la loro adolescenza come funesta perché erano obesi. Ridicolizzati dai coetanei, esclusi dai flirt e dal gioco della seduzione, si sentivano dei paria. Grazie all’analisi si rendono conto che l’obesità era da loro inconsciamente scelta, proprio per escludersi dalla vita sessuale e dalla normalità sociale, per affermare la loro eccezione. L’orrore del loro corpo grasso era dovuto al fatto che offrissero all’altro un corpo disforme, gonfio, una materia senza forma direi. Per mantenere la loro forma soggettiva, dovevano abbandonare alla de-formità il loro corpo, come materia che non prende forma per gli altri.
            Certamente non c’è solo il corpo ma anche la mente, che non è l’anima. La nevrosi ossessivo-compulsiva, ad esempio, è una sofferenza della mente più che del corpo. La mente è ciò che in filosofia si chiamava la funzione intelligibile. Sia il corpo che la mente godono e soffrono, godono o soffrono, anche se, come è noto, Freud dà una sorta di precedenza, diciamo logica, al corpo; una precedenza che molta psicoanalisi successiva ha vanificato.
            Ci sono poi alcuni sintomi, che oggi vengono messi sul conto soprattutto dei borderline, in cui la mente sembra servirsi del corpo per disalienarlo, diciamo così. Mi riferisco al cutting, a quelle pratiche che consistono nel ferirsi e tagliarsi, ad esempio le braccia. Sembrerebbe che tagliandosi il soggetto voglia riappropriarsi del proprio corpo: lo punisce e, così facendo, lo assoggetta. E’ il cutting un assoggettamento del corpo? O una sua soggettivazione? Come è noto, c’è sempre oscillazione tra assoggettamento e soggettivazione.
 
 
            Per far intendere il rapporto di bisticcio, che può diventare spesso burrascoso, che il soggetto godente ha con il proprio corpo, vorrei intrattenermi un po’ sull’ipocondria. L’ipocondriaco è una delle figure più venerabili, diciamo più classiche, della tipologia europea. Esso appare spesso nelle commedie e nelle satire, per esempio è protagonista de Il malato immaginario di Molière, il quale peraltro morì rappresentandolo. Nella tradizione dei caratteri di teatro, l’ipocondriaco è sostanzialmente una persona convinta di essere malata, di una malattia fisica ovviamente. Una convinzione che spesso trova – questo punto è importante – una certa complicità dei medici, i quali finiscono col sostenere, per ragioni non solo di sfruttamento economico, quel cullarsi ipocondriaco del soggetto. Questa complicità medica – che fa dell’ipocondria sempre un gioco a tre, ‘soggetto malato-malattia-medico’ – impedisce comunque di riconoscere in ogni ipocondria una angolatura delirante, nella misura in cui il delirio è assecondato, diciamo sostenuto, dal medico. Ma qui vorrei dare a ipocondria un senso più vasto, e direi anche più moderno: è l’incapacità di un soggetto di leggere le sofferenze del proprio corpo, certamente vissute come tali, come sofferenze soggettive. In questo senso possiamo dire che l’ipocondria è la nevrosi in assoluto più diffusa, forse è la nevrosi caratteristica del nostro tempo, al pari dei disturbi alimentari e delle tossicodipendenze. E’ quella che, probabilmente, fa aumentare a dismisura la spesa sanitaria dei paesi occidentali, e che porterà probabilmente, prima o poi, all’esplosione del sistema sanitario dei nostri paesi e quindi alla crisi del welfare. Un’esplosione che vede la collaborazione di medici e pazienti, appunto.
            Continuamente siamo confrontati – non solo nella pratica clinica, ma anche nei nostri rapporti con amici e parenti – con questa convinzione: che il soggetto soffre di sintomi corporei, i quali non vengono mai riconosciuti come versante fisico di un malessere più generale, che chiamerei soggettivo, se non etico. E’ incredibile, ma ho conosciuto anche psicoanalisti ipocondriaci, nel senso che do a esso. Ora, quel che colpisce in questi casi è la rabbia che coglie questi soggetti non appena si profili, anche se da lontano, una diagnosi di tipo psichiatrico piuttosto che di ordine organico e fisiologico. Ad esempio, una psicoanalista lamentava da anni una fatica cronica, la sindrome della chronic fatigue, di cui però, malgrado la massa di analisi e test, non si riusciva a trovare la causa originaria. La mia impressione è che fosse un modo di declinare quel che si chiama una sindrome depressiva; in effetti, molte fasi depressive si annunciano come disturbi squisitamente fisici. Un ciclotimico, ad esempio, aveva capito che la fase depressiva si inaugurava in lui sempre con grandi diarree e disturbi intestinali, ancor prima che vivesse un dolore mentale. In ogni caso, la psicoanalista di cui sopra era convinta, spalleggiata da qualche medico, che l’origine fosse virale. Ma quale era il virus? Non si sapeva. L’importante per lei è che fosse un virus, anche se anonimo. Se si suggeriva la sola possibilità di una diagnosi depressiva, questa suscitava in lei furibondi attacchi di rabbia. La proposta di una diagnosi psichiatrica piuttosto che virale appariva al soggetto quasi un’offesa personale, una provocazione nei suoi confronti. Un atteggiamento comune, del resto, a molti tossicodipendenti, ad esempio a chi ha una dipendenza nei confronti del tabacco o dell’alcool. Se qualcuno, medico o no, gli ricorda che fumare o bere alcool fa male, questo scatena un’aggressività puntuta che può portare anche alla fine dell’amicizia con quel grillo parlante. Qui però il caso è più semplice: il soggetto sente l’opposizione alle sostanze tossiche di cui abusa come un attacco sadico al proprio godimento. Egli crea perciò una serie di teorie mediche strampalate secondo cui il tabacco o l’alcool non fanno affatto male, e che chi ne sconsiglia l’uso o l’abuso è, lui sì, un malato mentale pernicioso.
            Il bisogno, direi quasi fisico, di diagnosi medica non psichiatrica è più complesso. Dopo tutto, distinguere malattie psichiatriche da malattie puramente organiche è una questione alquanto accademica. Se pensiamo che alla base di ogni malattia mentale ci siano processi organici, in particolare del cervello, la distinzione tra patologia organica e mentale dovrebbe, se non cadere, comunque risultare secondaria. Dopo tutto, che cosa importa il cartellino “malattie di origine virale” oppure “malattia di tipo mentale o cerebrale”? Sembrano disquisizioni quasi filosofiche. Che differenza può mai fare, per un soggetto – ci si dice – il prendere delle pillole anti-virali o anti-infiammatorie piuttosto che delle pillole anti-depressive o ansiolitiche? Ma qui non si tratta appunto di questioni filosofiche. Si tratta di una certa imago inconscia del proprio corpo, attraverso cui il proprio corpo è vissuto come persecutore. “Ammalandosi, il corpo mi perseguita”. Il corpo incarna, insomma, la figura dell’Altro. L’importante è che il corpo sia radicalmente Altro da me, diciamo che, ancora da vivo, è il mio cadavere.
            Questa separazione netta tra il corpo come Altro e “me stesso” è probabilmente acuita nella nostra cultura, che punta tutto su questa separazione. E’ come se ci si lamentasse di sudare freddo e ci si facesse curare per un disturbo di essudorazione, senza rendersi conto che si ha paura: non si ha paura, si suda freddo. Non si ha vergogna, si arrossisce e si pensa che sia un problema di vasi sanguigni. Non si ha un’eccitazione sessuale, si ha una secrezione vaginale inspiegabile. E così via. Si dirà: nell’isteria di conversione accade la stessa cosa. In effetti c’è una analogia tra questo tipo di ipocondria e l’isteria. La differenza sta però nella caparbietà con cui il soggetto sostiene il carattere corporeo del proprio malessere. Non vuol sentire ragioni. Ha bisogno di una malattia del tutto de-soggettivata a cui il medico deve dar ragione.
            Un’analisi più approfondita, caso per caso, ci svela però, quasi sempre, che questa sofferenza del corpo rinvia a un godimento del corpo inteso come godimento dell’Altro: il corpo, facendomi soffrire, gode a mie spese.
            Emerge qui un’analogia profonda tra ipocondria e quel che chiamerei rancore sociale. Quel che oggi si chiama populismo – e che una volta si chiamava in Italia qualunquismo – si basa sull’idea che la casta politica sia all’origine di tutti i mali sociali, che insomma Loro godono a discapito di noi popolo, e di me singolo. Cito qui il titolo dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, Loro appunto. Loro sono i potenti, quelli che contano… Il Quello (es) di Freud proiettato sullo schermo sociale diventa Loro da cui sono separato, loro che godono. Possiamo dire che i politici sono l’equivalente del corpo per il campo sociale; sono il nostro corpo, nella misura in cui li abbiamo eletti noi, ma un corpo che sfugge completamente al nostro controllo, come nell’ipocondria. Come è noto, per gran parte della gente comune i politici – identificati ai potenti godenti – sono tutti dei magna-magna. Mangiare, la passione orale, diventa cioè la metafora onnicomprensiva ed elementare del godimento di Loro, cioè dell’Altro. Loro mangiano, ci derubano… e noi non godiamo, soffriamo. Se si dice alla donna e all’uomo comuni che se i politici sono quelli che sono è perché loro li hanno eletti, che insomma loro stessi hanno una qualche complicità con lo stato delle cose presente, si otterrà da lei o da lui un rigetto iroso che ricorda molto quello dell’ipocondriaco a cui non si può dire “se questo corpo ti fa soffrire tanto, è perché c’è una tua sofferenza che così si esprime”. La donna e l’uomo anti-politici, così come l’ipocondriaco, aborriscono l’idea di essere implicati nella sofferenza che denunciano. L’importante è denunciare che il politico magna-magna gode a mie spese, così come il corpo che mi assilla gode a mie spese.
            In che senso il corpo malato gode? Un caso che sto seguendo può forse illustrarlo.
 
            Franco è un giovane di 22 anni che da un paio d’anni ha avuto un figlio da una ragazza ed è andato a vivere da solo con lei e il figlio. Da allora, ha cominciato a subire attacchi virulenti che oggi chiama attacchi di panico, ma che all’origine interpretava come crisi cardiache, o di pressione sanguigna altissima. Gli sembrava che il cuore gli scoppiasse nel petto, ragion per cui non poteva più guidare l’auto da solo, e passava intere giornate chiuso in casa. Andare fuori per strada, soprattutto in luoghi affollati, anche stare in casa tra una folla di parenti, gli procurava questi attacchi. Si è fatto fare una miriade di test cardiaci, si misurava la pressione anche 30 volte al giorno. Tutti questi test non hanno mostrato alcuna patologia cardiaca, né irregolarità della pressione sanguigna. A un certo punto un suo amico, leggendo le prescrizioni mediche che gli aveva dato il medico di base, esclamò: “Ma ti rendi conto che tu sei in cura psichiatrica?” In effetti il medico di base, esasperato, gli aveva dato degli ansiolitici. A questo punto Franco ha dovuto cedere: non aveva alcun problema cardio-circolatorio, aveva attacchi d’ansia. Per cui è venuto da me. Ma per mesi ha continuato a misurarsi la pressione e a fare altri elettrocardiogrammi.
            Non era la prima volta in vita sua che aveva avuto questi attacchi, talvolta li aveva vissuti in precedenza. Il primo di cui si ricorda era quando aveva sei anni, in auto: suo padre e sua madre discutevano, senza litigare, e la madre aveva detto al suo uomo che aveva inflitto danni psicologici al figlio. Psicologici, questa parola dal significato oscuro lo devastò. Allora ebbe un attacco di rabbia e di angoscia, si gettò fuori dall’auto… Questo termine, psicologia e psicologico, divenne per anni una sorta di bau bau psichico: il solo sentire questi termini lo metteva in allarme. Ma occorre ricostruire il contesto.
In effetti il padre per i primi sei anni non aveva accettato di andare a vivere con suo figlio e la madre, non se la sentiva. Franco, rimasto sempre figlio unico, aveva dormito sempre con la madre, sostituendo di fatto la presenza paterna nel letto materno. Poi, a sei anni, il padre si era deciso ad andare a vivere con madre e figlio, e poco dopo Franco ebbe questa crisi in auto. Il punto è che Franco continuò a dormire nel letto materno, in mezzo ai suoi due genitori, e questo fino a 11-12 anni, dopo di che… passò a dormire a lato di uno dei due, nello stesso letto. In occasione di quel viaggio in auto la madre rimproverava, anche se blandamente, il suo compagno di aver lasciato solo il figlio con lei, da qui i danni psicologici. Il punto è che Franco si diceva felice del fatto che il padre fosse venuto a vivere con loro, eppure…
            Evidentemente Franco era tornato a subire i cosiddetti attacchi di panico, in forma di paura ipocondriaca per un cuore malato, quando fece quel che suo padre non aveva fatto a suo tempo: quando, seguendo la volontà della sua compagna, era andato a vivere con lei e col bambino. Aveva così seguito il desiderio dell’Altro, della sua donna. La causa del panico era insomma il suo cambiamento discreto di ruolo simbolico: da figlio viziato, a padre e uomo di casa. Prima lavorava, ma non appena divenne padre smise di lavorare… Insomma, regredì a una posizione infantile: la sua donna doveva occuparsi ora non di un bambino, ma di due. Comunque, perché questa regressione infantile aveva assunto la forma di attacchi a sfondo ipocondriaco? Perché proprio la forma di angoscia per il cuore o il sistema circolatorio malati?
            L’analisi sta andando avanti, e non sappiamo a che cosa porterà. Ma la prima ipotesi che ho formulato dentro ci me è che quegli attacchi di panico mettessero in qualche modo in scena una situazione di coito. Nell’orgasmo il cuore batte forte e la pressione sale. E’ una pura ipotesi, che rimanda a quella che Freud chiamò Urszene, scena originaria. Questa, come è noto, è l’aver assistito a un coito di adulti. Ma come poteva avervi assistito se per anni ha dormito sempre, nessun giorno escluso – a quel che si ricorda – tra i suoi genitori, così separandoli? Non è forse un caso che proprio a sei anni abbia avuto la sua prima memorabile crisi: quando il suo letto si è affollato, per così dire, con la presenza di un terzo. Questo farebbe scattare in lui un’angoscia che solo superficialmente sembra agorafobica, dato che è in realtà una fobia della folla, una pletofobia direi (da πλήθος, folla). Una nostalgia furibonda di tornare solo con la madre. Certo la scena originaria è una congettura, sarà difficile corroborarla. Eppure il presupposto della psicoanalisi è che dietro ogni sofferenza psichica, come nel caso di Franco, c’è un godimento. Non del soggetto, ma dell’Altro. In questo caso, dei due genitori che tornano a copulare… Il batticuore è comunque un segno di emozione, di qualcosa di straordinario, di eccitante, di esaltante. La sensazione del cuore che scoppia evoca l’espressione di un cuore che scoppia di piacere… Ancora una volta, il sintomo appare come modo di godimento dell’Altro.
            Colpisce il senso fobico che ha per molti – persino per persone colte, come abbiamo visto – il solo termine psicologia, come del resto psichiatria e psicoanalisi. Da dove deriva questa sorta di timore che tanti hanno nei confronti della figura e del supposto sapere dello psicologo, dello shrink, come dicono, in modo derogatorio, gli americani? Perché per un bambino di sei anni il solo termine psicologia – dato che il senso non è chiaro – provoca rigetto e terrore? Forse proprio perché il senso dei termini “psic” non è chiaro. Si intuisce che questi termini rimandano a un’implicazione sottile del soggetto con l’Altro che tutta la nostra educazione, tutto il nostro modo di pensare, escludono come pensabile. Tutti pensiamo che le nostre sofferenze o sono mentali consce o sono fisiche, non si dà intersezione tra loro. La mente è ciò che controlla, il corpo è ciò che ci controlla – non si dà zona grigia tra le due sfere. Psicologia è lo spettro che si aggira per l’Europa, è divenuto cioè per molti il significante di una colpevolezza segreta e incognita del soggetto, lo smascheramento di sé come anime belle. Hegel aveva parlato dell’anima bella come di chi, nel denunciare il mondo che lo circonda, non si rende conto di quanto egli stesso sia parte e con-causa di questo disordine. L’importante è che il male, il persecutore, venga da fuori: i politici magna-magna, il mio corpo che fa quello che vuole. E’ quella che chiamerei una sorta di paranoia generalizzata del nostro rapporto al mondo e all’altro, forse una paranoia ordinaria: il godimento dell’Altro, del corpo, mi perseguita. In questo modo io mi colgo come vittima passiva, come patimento querulo che rivendica guarigione e risarcimento. Nell’ipocondria il mio corpo diventa Es, Quello che gode a mio discapito.
            La posizione vittimista, in politica come nella vita vegetativa, per molti è assolutamente vitale: non possono tollerare la vita senza lamentarsi di essere vittime di Esso o di Loro. E senza chiedere una sorta di riparazione, in senso di risarcimento, per il male che hanno subito – ma una riparazione potenzialmente infinita (è la reparation kleiniana, se volete). Questo ruolo dolente e piangente della vittima che rivendica è un sostegno essenziale per l’Io. Ogni sospetto “psicologico”, ogni allusione al fatto che la posizione della vittima sia una costruzione comoda ma vana ha il valore di un attacco alla stabilità e consistenza del soggetto. Il soggetto non vuole saperne dell’Altro. Lo può tollerare solo come corpo disfunzionante.

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