DOGMAN DI MATTEO GARRONE: una riflessione

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29 maggio, 2018 - 11:44
di: Francesco Bollorino
Anno: 2018
Regista: Matteo Garrone
A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza.
(Fëdor Dostoevski)

Con lo splendido DOGMAN, Matteo Garrone torna, dopo una lunga gestazione durata 12 anni di stesure e riscritture della sceneggiatura, ai temi cari a due film dei suoi esordi “L’imbalsamatore” del 2002 e “Primo Amore” del 2004, il tutto condito in salsa “Gomorra”, senza tralasciare il neo-neorealismo dei fratelli Dardanne.
Dopo l’ambizioso “Racconto dei Racconti” Garrone ritorna (per fortuna) al suo miglior cinema, che non è una “festa per gli occhi” ma un tetro e realistico (merito di una fotografia volutamente virata alla sottrazione del colore) pugno nello stomaco per lo spettatore, in una tensione narrativa che non viene mia meno e che coinvolge senza alcuna concessione alla spettacolarizzazione della realtà dei fatti narrati.
Il film il cui protagonista Marcello Fonte ha vinto il premio a Cannes quale miglior interprete, al di là dei riferimenti puntuali, come era accaduto per i film sopra citati, ad una vicenda vera di cronaca giudiziaria, quella dell’efferato omicidio di un bullo di quartiere da parte di un mite tosatore di cani nella Magliana della fine degli anni ottanta, è infatti una rivisitazione del tema del sadomasochismo che era appunto il centro delle vicende, diverse ma in questo accomunate, dei due film precedenti.
La storia di quest’uomo piccolino angheriato da un omone becero e violento da cui non sa né vuole staccarsi è mirabilmente rappresentata da Garrone al pari della periferia degradata e degradante in cui entrambi vivono.
Ciò che mi ha colpito è la raffinatezza con cui il regista racconta non tanto la violenza prima subita e poi perpetrata da parte di Marcello “Er Canaro” ma la molla che fa a un certo punto scattare la vendetta su cui vorrei soffermarmi in questa breve scheda.
E’ il tema dell’identità di gruppo violata: Marcello era membro di una micro-comunità con cui condivideva tutto comprese le angherie del bullo ma da cui era accettato ed accolto, comprese le partite a calcetto della sera, collante identitario di appartenenza.
Marcello non ha altro che il gruppo e la passione silenziosa coltivata con l’amata figlia per il silenzio fatato delle immersioni con le bombole, in un mondo capovolto, unico in cui è possibile fare esplorazioni, “uscire”, tenendosi per mano.
Nel momento in cui, a causa della sua dolorosa connivenza con il suo persecutore, la comunità in cui si identificava completamente lo emargina e lo rifiuta scatta in lui il meccanismo della rivalsa sanguinosa ed efferata, che avrà un epilogo struggente nel finale dove Marcello fantastica di recuperare il suo ruolo “sociale” portando “in dono” agli amici, proprio mentre celebrano il rito tribale della partita serale a calcetto, il cadavere del bullo e si accorge, invece, di essere completamente e definitivamente solo, in una solitudine assoluta, perchè privata anche del suo ambivalente oggetto sé persecutorio, seduto nel degrado del povero campo giochi in attesa del suo destino.
Ecco io trovo che questo film racchiuda nel finale la sua cifra migliore: la ferita narcisistica può “curare” la perversione, ma non porta altro che regressione ulteriore e non emancipazione verso un rapporto più maturo con la realtà.
 
Per tutti i Marcello che da qualche parte abitano in ognuno di noi.. davvero imperdibile.

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