Recensione a "Due o tre cose che so di lei. Ricettario per la salute mentale"

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6 giugno, 2018 - 08:08
Autore: Giovanni Rossi
Editore: Edizioni Sometti
Anno: 2018
Pagine:
Costo:
Giovanni Rossi è un medico psichiatra, psicoterapeuta, ma, soprattutto, un “attivista per la salute mentale”, come si definisce nella terza di copertina.  Il  titolo dell’ultimo suo libro, Due o tre cose che so di lei, è  lo stesso del film di Jean Luc Godard del 1967, dai cui dialoghi  è tratta anche la citazione di apertura: Il linguaggio è la casa entro cui abita l’uomo. La seconda parte del titolo, Ricettario per la salute mentale, designa il “cuore”della trattazione. Molti capitoli sono rielaborazioni dei suoi interventi sul blog Salute Rock del quotidiano “La Gazzetta di Mantova” di cui è titolare. Il Ricettario si compone di:
9 “Antipasti”: Assolutamente no; La metafora come protezione; Stigma, ovvero psichiatra morde paziente; Diagnosi, ovvero l’aratro degli psichiatri; Schizofrenia? No, grazie; Alieni, alienati, esaurimenti nervosi e mal di vivere; Ci vuole l’esperto, conflitto d’interesse; Depressione; Antidepressivi;
13 “Specialità della casa”: Che cos’è la salute mentale? con una Pars destruens  ed una Construens;
“In cucina con me”, 18 persone importanti incontrate in una vita di lavoro;
“Assaggi”, con 39 sfumature di salute mentale, fra cui “Accoglienza e accessibilità”; “Advocacy”, “Impazzire (si può)”,  Radio (la voce di chi sente le voci);  “Sanità pubblica”; “Violenza e psichiatria”; “Vulnerabilità”.
La  trattazione del tema “Salute mentale” si snoda con brio, ironia, vivacità. Nei capitoli  si susseguono e articolano ragionamenti, appunti, ricerche, richiami storici, disquisizioni, resoconti, approfondimenti, esperienze, incontri, polemiche.  Ne sono motore dubbi,  interrogativi, intuizioni di una vita professionale intera spesa nei servizi pubblici di assistenza psichiatrica, di Mantova e Modena in particolare, negli anni del  varo e della attuazione della legge 180, dell’avvio del Servizio sanitario nazionale quando si chiusero gli accessi al manicomio e bisognò  fare in modo di farne senza, ridurre al minimo i ricoveri ospedalieri, imparare a lavorare  e muoversi anche nell’Ospedale Civile con gli altri colleghi, andare a esplorare, conoscere direttamente il “territorio”, le  sue culture e gli assetti del potere locale, le famiglie, le persone. Senza  indossare il camice, bussando alle porte delle case, rispettando la dignità delle persone, cercandone il consenso e di farle vivere meglio la vita quotidiana.  
Non solo medici, ma anche infermiere, infermieri, assistenti sociali e sanitarie,psicologi, gli stessi vigili urbani addetti all’esecuzione del t.s.o. ,  hanno dovuto imparare a lavorare in squadra, a verificare con rigore quanto ciascuno andava facendo mentre si misurava con le angosce delle persone che fanno fatica a vivere, il dolore e spesso la vergogna delle famiglie, contando sì sulle “cure farmacologiche” da prescrivere e monitorare, ma soprattutto una nuova intelligenza delle cose e delle situazioni da affinare attraverso l’empatia, lo scambio relazionale in dimensioni nuove, inedite.  
La legge 180, a designare il lavoro di cura delle persone con disturbi mentali,  non usò più le parole “psichiatria”, “assistenza psichiatrica”, col loro corredo della “incapacità di intendere e di volere” e della “pericolosità sociale”. Al loro posto fu introdotta la locuzione “salute mentale”: un cambio che è stato tutt’altro che banale quando ha significato mettere in discussione fini,  etiche, ruoli professionali, gerarchie, saperi della tradizione, pregiudizi, oltre al valore delle stesse  diagnosi.
Nel corso del Novecento, prima della 180, fino ai primi due decenni del secondo dopoguerra, l’assistenza psichiatrica pubblica aveva previsto, oltre al manicomio, attività extra-ospedaliere per lo più di scarso impegno e rilievo che erano chiamate di “Igiene Mentale”, gestite dagli stessi medici che lavoravano in manicomio. Nel 1968, la riforma psichiatrica della legge 431 del ministro Mariotti che obbligò i manicomi a darsi un assetto ospedaliero moderno, rilanciò, ridefinì il ruolo e il funzionamento dei Centri di Igiene mentale  (CIM), ambulatori esterni diffusi sul territorio, con compiti soprattutto di monitoraggio delle dimissioni. A Reggio Emilia agli inizi degli anni ’70,  Giovanni Jervis tentò di fare del CIM una opportunità di  cura alternativa al ricovero in manicomio, attivando reti territoriali, valorizzando le risorse, il ruolo e il protagonismo dei Sindaci dei Comuni. Ma fu un’esperienza che rimase isolata.
Ma cosa si intendeva per igiene mentale? Era una attività diversa dall’assistenza psichiatrica? Nel 1924 in Italia era stata fondata la “Lega Italiana di Profilassi e Igiene mentale” che nello Statuto dichiarava di voler stimolare nell’opinione pubblica del Paese , negli studiosi e nelle classi dirigenti, l’interesse “per tutti i problemi che si riferiscono al miglioramento dell’assistenza psichiatrica degli adulti e dei fanciulli”.
Nel 1961, Mario Gozzano, nell’introduzione al manuale L’igiene mentale[1] scriveva:
Anche la mente è esposta, come il corpo, a fatiche, a strapazzi, a traumi, a contagi. […] Questa tensione nervosa, questa inquietudine ci espongono più facilmente all’azione logorante e nociva di quei fattori che minano il nostro equilibrio mentale, così nascono le nevrosi, e, quando la struttura costituzionale della personalità non è ben robusta, e intervengono fattori organici fisici, la malattia mentale è alle porte. Bisogna impedire, bisogna prevenire questi danni che l’ambiente, le condizioni di vita, i rapporti fra gli uomini recano alla nostra salute mentale. Questo appunto è il compito dell’igiene mentale. […] L’igiene mentale, dunque , è quell’insieme di norme di vita, individuale e collettiva che servono a mantenere sana ed equilibrata la nostra mente- cioè la nostra vita psichica- a prevenire le malattie mentali e ad attenuarne i danni.
Dieci anni dopo, nel 1971, uscirono gli Appunti di igiene mentale di Luigi Frighi, un testo più complesso nell’argomentazione  e nei richiami bibliografici, nel quale si affermava:
L’igiene mentale non si occupa della salute mentale degli individui (concetto del resto privo di significato- sic!!), ma dei rapporti tra individuo e società laddove la sofferenza e l’angoscia, il viluppo emozionale dei singoli maggiormente indicano le linee di frattura e scismatiche proprie di quella collettività.
E si citavano la “carriera del malato mentale”, i suoi rapporti con le istituzioni psichiatriche, la politica del settore, la psicoterapia di gruppo, l’ospedale di giorno, le equipe multi professionali, insomma, i nuovi assetti assistenziali che si andavano sperimentando in tutta Italia. Di qui  l’affermazione che:
l’igiene mentale non può quindi configurarsi che come approccio multidisciplinare ai problemi dell’uomo,
per concludere che
(all’igiene mentale andrebbe) conservata per intero la caratteristica di studio comprensivo dei problemi dell’uomo in crisi col suo ambiente sociale e culturale, anche per non perdere […] lo spirito umanitario, terapeutico, da “nuova frontiera” che animò Clifford Beers[2], lui stesso sofferente mentale e, al tempo stesso, capace di progettare per i suoi simili nuove soluzioni di recupero sul piano sociale[3].
E qui siamo già dentro quella salute mentale prima denegata come ambito possibile.
Nel suo Ricettario Giovanni prende in mano il filo di questa lunga discussione per mettere a fuoco, capire, dare senso al lavoro del  Dipartimento di salute mentale collocato dentro un Servizio sanitario nazionale che
non si accontentava della cura intesa come riparazione della “macchina umana”, ma puntava a promuovere e a mantenere la salute. Una visione preventiva e proattiva per promuovere, come diremmo oggi, il benessere, cui concorrono tanto la salute fisica quanto quella psichica. La salute mentale […] non coincideva più con l’assenza della diagnosi di malattia. Non dipendeva dal giudizio psichiatrico sulla capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio. Il tempo e lo spazio erano attraversati autonomamente dall’individuo che si avvaleva del servizio pubblico, del welfare per perseguire il pieno sviluppo personale e la partecipazione alla organizzazione politica, economica e sociale del paese. […]
La malattia acquisisce una sua dinamicità. Non è più la malattia a cambiare il corso della vita, ma piuttosto può accaderci che nel corso della vita attraverseremo un episodio di malattia. Da cui usciremo. Certo saremo diversi. Magari modificheremo il nostro progetto di vita, ma ne usciremo. […] Dove prima si vedeva solo il problema, ora vediamo anche parte della soluzione.  Cosa cambia allora alla radice? L’idea che la sofferenza possa trasformarsi in risorsa[4].
Tale acquisizione poggia su un continuo lavoro collettivo e personale di riflessione, discussione, approfondimento, confronto di cui sono protagonisti  operatori, utenti, famiglie, poteri politico-amministrativi aziendali, locali, regionali, nazionali; a partire dalle risposte alle seguenti domande: che cosa sto, cosa stiamo facendo?
Mentre le psichiatrie continuano a mettere l’accento sul “che cosa ha ?”, i servizi per la salute mentale si chiedono prevalentemente “che cosa fare ”[5] insieme alla persona  sofferente, accompagnandola per mano nei percorsi di vita, casa, lavoro, relazioni sociali e famigliari, aiutandola nell’esercizio dei diritti di cittadinanza.
Due o tre cose che so di lei. Ricettario per la salute mentale documenta la complessità del lavoro di ricerca di chi, come l’Autore, non ha pensato che salute mentale fosse una denominazione di legge  meramente sostitutiva di “assistenza psichiatrica”. 
Dopo la riforma del 1978,  in varie parti d’Italia  “salute mentale”, invece, è andata a significare solo una nuova denominazione/organizzazione dei servizi di assistenza psichiatrica (con l’SPDC e alcune comunità al posto del manicomio) nella quale spesso permangono usi violenti e manicomiali come la legatura e l’isolamento sociale delle persone; fenomeni di lungo internamento in strutture residenziali “protette”; elevato ricorso al tso;  centralità del farmaco e del posto letto, ospedaliero e non.  Di  questi giorni sono la condanna a Torino di chi causò la morte di Andrea Soldi nel corso di esecuzione di un t.s.o. e l’assoluzione  a Varese degli operatori di polizia inquisiti per la morte di Giuseppe Uva.
Per rimanere nell’attualità, 1' 11 e 12 maggio scorso a Roma la Conferenza promossa da UNASAM "Diritti, Libertà, Servizi" ha lamentato come a 40 anni dalla 180, siano rimaste aperte in Italia questioni che riguardano “la qualità della presa in cura e l'organizzazione dei servizi, la partecipazione e il consenso da parte di chi utilizza i servizi di salute mentale, il pieno rispetto dei diritti umani e dei diritti di cittadinanza, i percorsi di presa in cura orientati al miglioramento della qualità della vita attraverso il riconoscimento dei diritti fondamentali quali l'abitare, il lavoro, le relazioni sociali e affettive”[6].
Per dire che non vi è quindi niente di scontato e di acquisito.
Due o tre cose che so di lei. Ricettario per la salute mentale, testimonianza, diario del viaggio di un medico insieme a tanti operatori, cittadini, persone “normali e non”, è un libro onesto che rifiuta i trionfalismi, racconta la fatica, le difficoltà, ma anche dà conto della ricerca per superarli, inventando, dando vita a  opportunità come quella della radio Rete 180, “la voce di chi sente le voci”,  che credo sia l’impresa in cui Giovanni maggiormente si riconosce.
Ricche e  aggiornate sono la bibliografia (115 voci) e la filmografia  (28 voci)

 



[1] M. Gozzano, G. Bollea, L. Meschieri, G. Reda, L’igiene mentale, Edizioni ERI, Roma, 1961, pp. 57, passim.
[2] Clifford Beers (1876-1943), americano, fondò nel 1904 il movimento americano per l’igiene mentale.
[3] L. Frighi, Appunti di igiene mentale, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 22-26 passim.
[4] G. Rossi, Due o tre cose che so di lei. Ricettario per la salute mentale, ed. Sometti, Mantova, 2018, p. 99.
[5] G. Rossi, ibidem, p. 106.
[6] UNASAM, Resoconto sui lavori della Conferenza tenutasi a Roma 1'11 e 12 maggio nel quarantennale della Legge 180.
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