Pratica à Plusieurs per la cura dei bambini autistici

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24 ottobre, 2018 - 06:39
Beh come forse tu sai questo questa terapia diversi, in realtà è stato Miller che l'ha nominata così, pratica à Plusieurs, è stata nominata così da Miller almeno più di dieci anni dopo, anche di più, che l'avevamo inventata. dico l'avevamo inventata perché è stata messa in piedi in quella piccola istituzione che si chiama l'Antenne 110 di, vicino Bruxelles, l'avevamo messa in piedi vicino Bruxelles con Michelle, Michelle mia moglie e ... allora, proviene da dove? l'idea è che io son partito da un semplice fatto. ci avevano consegnato se posso dir così, un certo numero di bambini, all'epoca erano cominciati con quattro poi immediatamente sono diventati otto, poi sono diventati diciotto, eccetera, che non parlavano, che avevano degli atteggiamenti chiaramente autistici ma gravemente autistici. ebbene, precedentemente sia in quell'istituzione sia altrove, si faceva della terapia classica: si portava questi bambini in una stanza di terapia e si faceva la terapia. rapidamente mi sono accorto che era impossibile fare terapia, cioè ai bambini non interessava nulla e lì mi sono veramente basato su Lacan. esiste terapia soltanto quando c'è una domanda, una domanda che proviene da un soggetto.

Lì non c'era nessuna domanda. eventualmente loro stavano tranquilli in mia presenza o non stavano tranquilli in mia presenza. ma non gli faceva ne caldo ne freddo. qualunque cosa avresti detto non gli faceva ne caldo ne freddo. e quindi nella discussione che ho avuto con la mia equipe, ebbene abbiamo inventato quest'altra modalità, cioè non ci occupiamo di terapie, cerchiamo di mettere in moto, cerchiamo di mettere in atto una casa in cui questi bambini vivono, in nostra presenza, e che cos'è che possiamo fare perché qualcosa di loro possa cominciare a, ad avere un certo rapporto con l'altro? ebbene abbiamo giocato sul desiderio. tenendo conto di quello che Lacan ci indica, che il desiderio è sempre il desiderio dell'altro. quindi, fare una triangolazione sui desideri. ebbene, diciamo, per un certo numero di questi ragazzi ha funzionato. quindi è un po' paradossale. abbiamo utilizzato l'insegnamento analitico senza fare nessuna psicoanalisi. quindi in quella casa lì abbiamo abolito le stanze di terapia, era semplicemente una casa di vita e qualunque cosa poteva servire per suscitare, almeno quello che cercavamo di fare, il desiderio di questi bambini. evidentemente abbiamo, siamo stati attenti ad alcune cose. all'epoca eravamo in controllo anche da v, andavamo a Parigi. Françoise Dolto veniva da noi, e ci sono stati anche dei piccoli elementi base, per esempio abbiamo notato che, se si parla a un bambino autistico non risponde ma se si parla a un terzo, rivolgendo, se si può dir così, a lui come terzo la parola, era più capace di rispondere, almeno di essere attento. che la parola parlata e aggressiva, la parola cantata no. piccole cose, piccole cosette. e questo ha permesso, dopo lunghi anni di lavoro, dico tra parentesi che è un'istituzione che ancora funziona, ebbene abbiamo notato che ci sono dei bambini che rimangono fissi nel loro autismo, nella loro mutismo, nonostante che generalmente siano pacifici, altri invece, che si sono come svegliati. e come se la macchina del desiderio rispetto al desiderio dell'altro li abbia svegliati, li abbia rimessi in moto. piccole cose. quando si fa la cucina, di chiedere un qualcosa e che loro te lo danno ma rendendosi conto che parlare direttamente, ebbene, può essere per loro visto come un'aggressività quindi bisogna passare per un terzo. voilà. e questo, questo metodo come vedete molto semplice, evidentemente poi abbiamo cercato di articolarlo, con dei lavori, anche da un punto di vista teorico, con dei lavori uno per uno da un punto di vista clinico dei bambini, ebbene, questo ha dato un certo risultato positivo, almeno considerato positivo da, dal pagante che era lo stato belga tutto sommato, nonostante che noi abbiamo sempre rifiutato di accettare la loro richiesta di riferirci a dei sistemi americani, che tra l'altro sono nati proprio nell'anno in cui noi abbiamo messo in piedi l'antenna centodieci, cioè nel 1974. allora, intanto quando noi ci siamo occupati dell'autismo, quindi, negli anni settantaquattro, abbiamo cominciato negli anni settantaquattro, l'autismo, all'epoca, aveva due grandi correnti di pensiero: una era francese e l'altra era inglese. quella inglese allargava l'autismo a tutte le forme di ritiro della persona, per cui si poteva leggere addirittura dei testi in cui se qualcuno dormiva era in una posizione autistica. quella francese invece è l'autismo classico, del, se posso dire così, del bambino della Veron, al tempo di Pinel si è fatto tutto quel lavoro, siamo al tempo di Napoleone, il primo bambino di cui sappiamo con chiarezza che possiamo chiamarlo autistico. quindi quelli che avevamo noi erano di questo tipo qua, erano bambini che non parlavano, che non rispondevano, che eccetera eccetera. quindi io devo dire che da quando son partito dal Belgio, dall'ottantanove, non è che mi sono occupato direttamente di autismo. ho visto che ci sono stati diversi istituzioni, in Italia e all'estero, che hanno ripreso questa modalità della pratica à Plusieurs, e che la fanno funzionare ognuno, devo dire, con la loro, col proprio stile, col proprio genio, che è una cosa bellissima. bene, ora quindi io sono un po' perplesso, devo dire, su questa specie di, di considerare l'autismo in un modo estremamente vasto. ci sono delle persone che mi dicono, quella persona lì è autistica, non l'avrei detto autistica negli anni settantaquattro, se ora dicono gli esperti, gli scienziati dicono che è autismo beh chiamiamolo autismo. per me l'autismo è il punto di base fondamentale in cui il soggetto ha una rottura del raccordo col grande altro. dell'altro non ne vuol sapere niente. l'altro è pericoloso. poi in questo altro evidentemente entrano disgraziatamente anche i genitori, entrano i familiari, entrano i professori, entrano tutti ma è una rottura a quel livello del grande altro. ed è stato per questo che noi abbiamo cominciato la pratica à Plusieurs. perché? perché per pensare un rapporto terapeutico con l'altro bisogna che l'altro sia in qualche modo istituito. qui invece è al di qua di questa istituzione, e quindi noi ci siamo detti ,, cominciamo dal punto di base e cioè cerchiamo di far passare un desiderio quindi, se si vuole, sia a livello dell'ideale sia a livello di cosa sono loro per noi. io ero molto meravigliato quando con Michelle traducevamo il seminario quinto, di trovare una riga di Lacan dove dice che la parte fondamentale, si trova nel seminario quinto, la cosa fondamentale è le coordinate del soggetto che sono da una parte quelle del simbolico, che è sull'ideale, e quella della realtà, che è quella che ha a che fare con la madre, in cui il bambino si situa come oggetto dell'altro. ebbene, senza saperlo, noi abbiamo cercato di lavorare questi due aspetti. questi due aspetti poi possono andare avanti? certo, posso andare avanti oppure no, non possono andare avanti. quando non possono andare avanti, nonostante tutti gli sforzi, vuol dire che la posizione del soggetto rispetto al grande altro rimanere chiuso, direi forcluso al doppio se posso dire così. mentre invece abbiamo constatato che questo mettere in moto il desiderio tramite il desiderio di un altro, non so, per esempio se io dovevo rivolgermi a D, invece di rivolgermi a lui, mi rivolgo a Michelle dicendo "che cosa penserebbe D se io gli dicessi che sarebbe bene che per esempio vada alla toilette che si vede che ha bisogno di andare alla toilette?". senza parlargli direttamente. ora questa triangolazione mette in moto due cose: il livello dell'ideale e il livello dell'oggetto, senza che nessuno di noi è istituito come grande altro. in altre parole, non c'è per loro soggetto supposto sapere e quindi non si può giocare la carta del soggetto supposto sapere. è chiaro che quando si comincia una terapia, qualunque esso sia, dove una persona parla, il che vuol dire dove una persona può far funzionare il fantasma, ebbene il soggetto supposto sapere è immediatamente la, non sempre nel posto giusto ma è la.

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