FANTASMI NEL SÉ
Clinica del trauma e dei disturbi dissociativi
di AISTED - Associazione Italiana Studio Trauma e Dissociazione

SONO INVISIBILE, DUNQUE NON SONO

Share this
10 marzo, 2019 - 14:35
di AISTED - Associazione Italiana Studio Trauma e Dissociazione

Un nuovo contributo da parte di AISTED, sulla "questione" psicotraumatologica. La teoria sul trauma è interessante per due ragioni, tra le altre:

  1. Decolpevolizza il paziente: osservare le persone, cercare di fare diagnosi a partire da una lente psicotraumatologica, significa considerare l’"animale" uomo come potenzialmente "integro" per nascita, e successivamente toccato dalla portata dei traumi da esso soggettivamente sperimentati. Una visione di questo tipo ripulisce lo strumento psicoterapeutico delle derive implicitamente o sottilmente colpevolizzanti di cui la psicologia clinica, nel corso del suo sviluppo, si è saltuariamente macchiata, riportando il discorso su un piano totalmente laico, al di là di quanto il paziente possa essere o meno effettivamente "responsabile" della sua sofferenza. Il trauma produce un lascito post-traumatico osservabile in qualunque essere umano sia disposto a riconoscerne i segni

  1. Viene facilmente sottoscritta: la teoria del trauma, in particolare l'idea che l'uomo, adattandosi ai contesti traumatici, si adatti e si modifichi, è insieme lineare e potente. La teoria psicotraumatologica consente, come sosteneva Giovanni Liotti, di rileggere alcune forme psicopatologiche come tentativi di adattarsi a situazioni troppo difficili o dolorose per essere tollerate (per esempio alcune forme depressive da "prostrazione" o resa), oppure come vie di fuga dalla memoria stessa del trauma (pensiamo per esempio alle forme psicopatologiche inquadrabili come “evitamenti”, o il complesso quadro dei sintomo cosiddetti dissociativi).
     

    Raffaele Avico, redazione Psychiatry On Line

     

Sono invisibile, dunque non sono.

di Camilla Marzocchi, psicoterapeuta, psicotraumatologa, segretaria generale e consigliera AISTED
 

 
Molto spesso come clinici siamo concentrati, curiosi e attenti ad esplorare gli eventi di vita avversi che i nostri pazienti hanno affrontato durante la loro vita, indagando gli effetti delle violenze, degli abusi e dei traumi che hanno minacciato la loro sopravvivenza dal punto di vista emotivo o della vita stessa.  La cornice psicotraumatologica aiuta molto in questo. Aiuta ad esempio a non perdere alcune tracce fondamentali della storia dei pazienti, a non dimenticare che la minaccia alla vita lascia delle reazioni di difesa attive (e diverse da tutte le altre), aiuta a non tralasciare che la fiducia nelle relazioni può essere gravemente e stabilmente compromessa da esperienze relazionali precoci di abbandono e minaccia a causa di pattern di comportamento stereotipati e difficili da modificare (modelli operativi interni, MOI, Liotti, 2001) e che questi pattern possono restare inalterati anche quando si diventa adulti e (almeno sulla carta) completamente capaci di difendersi. Ma cosa succede quando il trauma è legato alla trascuratezza? Quando il non essere visti è il danno più grande subìto?
 
Le tracce del trauma da omissione, da “mancanza di” cure, protezione, attenzione, possono essere molto subdole e sottili da rintracciare: se impariamo a diventare invisibili da piccolissimi perché questo ci ha salvato la vita, diventeremo bravi ed efficienti nel farlo anche da grandi e anche (forse soprattutto) quando sceglieremo di chiedere aiuto ad un terapeuta. A volte la paura del confronto con un terapeuta è presente, sentita e discussa apertamente sin dall'inizio, ma se siamo davvero sopravvissuti ad una storia di traumatizzazione cronica è più probabile che rendersi invisibili diventi semplicemente un fatto, un automatismo, una realtà che non sentiremo neppure più il bisogno di raccontare.
 
“Invisibility may be a good protection in some cases, yet have devastating effects in others.” (Dolores Mosquera, in ESTD Newsletter Marzo 2018)
 
Un anno fa circa usciva un interessantissimo articolo di Dolores Mosquera, una delle più conosciute esperte internazionali nella cura del Disturbo Borderline e dei Disturbi Dissociativi, sulla rivista della European Society for Trauma and Dissociation (ESTD), da anni attiva in Europa per formare e fare cultura su questi temi.
La sua riflessione è cruciale nel lavoro clinico: diventare invisibili può essere una valida strategia di sopravvivenza in un contesto violento e minaccioso per la vita, ma come possiamo – come clinici – evitare il rischio di lasciare di nuovo nell'invisibilità le emozioni di quel bambino non visto?
Di seguito alcune riflessioni di Dolores Mosquera, liberamente tratte e tradotte dal suo contributo, “The Effects of Feeling Invisible. Understanding The Connection with Early Attachment Disruptions And Neglect” (ESTD Newsletter Volume 7 Number 1, March 2018).
 
La logica dell'invisibilità in diverse specie animali.
In natura ogni vantaggio evolutivo aumenta la capacità di sopravvivenza. Questo fatto semplice ha permesso a moltissime specie animali di evolvere seguendo varie fasi di adattamento che hanno permesso loro di trovare cibo e di non diventare cibo per i predatori. Uno dei più diffusi e variegati metodi adattamento è il mimetizzarsi, la capacità cioè di un animale di camuffare il suo aspetto e rendersi invisibile agli occhi di un predatore. Nell'oceano ad esempio gli animali hanno due opzioni per nascondersi: le creature che vivono vicino al fondale dell'oceano possono nascondersi e confondersi nella sabbia o tra le rocce o tra i coralli. Inoltre le profondità dell'oceano godono di poca luce e in ogni caso i predatori non hanno una buona vista, quindi essere invisibili non è necessario. Al contrario gli animali che vivono più in superficie quando devono nascondersi generano una luce abbagliante attraverso un processo noto come bioluminescenza che confonde i predatori sottostanti. Gli animali che vivono a mezz'acqua, invece non hanno nessuna di queste opzioni. Questo strato dell'oceano è conosciuto come la zona epipelagica, che è anche il luogo in cui vivono gli animali più capaci di rendersi invisibili alla vista dei predatori: loro sì non hanno nessuna possibilità di protezione, se non quella di diventare letteralmente invisibili. Le specie marine non sono le uniche a mimetizzarsi con l'ambiente. Insetti, uccelli e mammiferi usano spesso il camuffamento come protezione (Art Wolfe, 2005), ma per la specie umana questo ha molte implicazioni e conseguenze.
Gli individui che cercano di mimetizzarsi come le creature della zona epipelagica sin dall'inizio della loro vita, non riescono ad ottenerne gli stessi vantaggi evolutivi, o almeno non nel lungo termine. Gli esseri umani hanno infatti molto bisogno degli altri per crescere e hanno soprattutto bisogno di sentire che esistono nella mente degli altri, che sono visti da qualcuno che li osserva, nutre e protegge.
 
Invisibilità e sintonizzazione.
La specie umana nasce con un sistema nervoso molto immaturo e plastico e questo ci rende molto vulnerabili e bisognosi di cure alla nascita, ma infinitamente capaci di adattarci alle sfide ambientali e di sviluppare strategie adattive nel corso delle esperienze di vita, positive e negative. Questo determina il fatto che lo stile di cure che riceviamo nell'infanzia da parte delle principali figure di attaccamento, determina in modo significativo lo sviluppo della personalità e della nostra identità adulta.
In particolare “una sana relazione di attaccamento è quella in cui gli adulti capaci di sintonizzarsi con il bambino e coerenti nelle loro reazioni aiutano i bambini a modulare le loro reazioni emotive. L'attaccamento sicuro nei bambini genera un senso di sicurezza interiore e connessione con se stessi e gli altri, così come al contrario la mancanza di queste esperienze di sintonizzazione diadica possono creare il devastante vissuto di non essere visti e di non esistere.” (Mosquera, 2018)
Questo può accadere in molte diverse circostanze di vita, anche quando l'intenzione del genitore-caregiver non è quella di ferire, ma in tutti i casi la trascuratezza e il neglect affettivo innescano uno stato di sofferenza acuta e insopportabile per la mente umana: la sensazione di essere invisibile.
 
In quanti modi ci si può sentire invisibili?
I bambini che vivono la loro infanzia in un mondo pericoloso e indifferente ai loro bisogni possono vivere l'invisibilità nel sentirsi non visti dagli altri o al contrario nel cercare di rendersi invisibili agli altri, ma in entrambi i casi vivranno gravi conseguenze nel corso del loro sviluppo emotivo che dovranno essere riconosciute e affrontate. Dolores Mosquera descrive almeno 4 modi legati al “sentirsi invisibili”:
  1. Il “nulla”. Quando un bambino non viene visto, notato o sentito dai caregiver o da nessun altro. Questo può accadere quando i caregivers sono sopraffatti dai loro stessi problemi personali (disturbi psichici, malattie, povertà) o può accadere quando il bambino nasce non desiderato e sviluppa dentro di sé l'idea di essere un peso per gli altri. L'enorme bisogno di essere visto, curato e considerato da qualcuno può renderlo molto vulnerabile allo sguardo dei “predatori”, o perpetratori, che sentiranno chiaramente che quel bambino ha bisogno di uno sguardo amorevole, ma anche che non sarà protetto da nessuno.
  2. “Cecità parziale”. Questo è legato alle situazioni in cui un bambino è visto e curato per alcuni suoi bisogni, ma quello che non viene visto è l'abuso o la violenza che sta subendo. Questo avviene spesso in situazioni di abusi intrafamiliare, in cui si verifica un mancanza totale di realizzazione che il bambino possa essere sofferente o in pericolo proprio all'interno delle mura domestiche. Il risultato sul bambino è di una estrema confusione: le stesse persone che si prendono cura di lui, non riescono a vedere quello che di grave gli accade. A volte i membri della famiglia non riescono davvero a capire cosa sta succedendo a causa dei loro problemi, altre volte potrebbero addirittura scegliere di guardare dall'altra parte. In entrambi i casi l'impossibilità di rileggere chiaramente quell'evento come negativo, nasce proprio da questa invisibilità e genera la tendenza a sviluppare credenze diverse e disfunzionali, ma utili ad uscire dal caos: “sono cattivo”, “sono esagerato”, “merito quello che mi succede”, “se vengo scoperto, perderò le cure e l'affetto”, “sono colpevole e difettoso”.
  3. “Invisibilità come protezione del sé”. A volte il bambino cerca di non essere visto perché l'ambiente è minaccioso: nascondersi e sparire alla vista degli altri semplicemente aumenta le probabilità di evitare un abuso fisico o verbale. Spesso i pazienti che sono stati bambini costretti a nascondersi, raccontano di aver avuto da piccoli un luogo segreto della casa in cui nessuno poteva entrare: un armadio, sotto il letto, una stanza chiusa a chiave, una coperta sulla testa. Tutte queste esperienze vanno cercate e ascoltate in terapia, per permettere a quel vissuto di trovare la strada della visibilità e forse dell'elaborazione. Se quello stile di protezione resta inalterato, come adulti sarà molto difficile per questi pazienti essere compresi dagli altri e spesso susciteranno sentimenti di rabbia e sfiducia che allontaneranno partner, amici o talora familiari.
  4. “Invisibilità come protezione degli altri”. Questo è frequente quando una famiglia si trova a vivere condizioni economiche, di salute o di vita difficili, che fanno sentire gli adulti-caregiver costantemente sopraffatti, nonostante mostrino interesse e provino ad essere presenti per il bambino. Il bambino rischia qui di adattarsi cercando di non essere visto e imparando ad ignorare i propri bisogni per evitare di essere un peso per la famiglia. In questa situazione è il bambino che impara a non aver bisogno di nulla e ad aiutare gli adulti con i loro eventuali bisogni: cucinare, pulire la casa, essere efficiente e autonomo, non esprimere desideri, non piangere, non chiedere, non disturbare. Qui è più difficile lasciar emergere le emozioni dolorose della mancanza di cura, perché si tratta di azioni protettive e apparentemente funzionali che verranno rinforzate nel tempo e che più difficilmente verranno sottoposte a vaglio critico, non senza il rischio di scatenare intensi sentimenti di colpa e vergogna per proteggere l'idealizzazione dei caregiver in difficoltà.
 
I bambini che imparano presto a disattivare alcune risposte automatiche non svilupperanno mai quelle abilità di base legate alla co-regolazione emotiva, alla padronanza delle proprie emozioni e al prendersi cura di sé.  Resterà inoltre un fortissimo conflitto interno, poiché alcune parti di loro continueranno disperatamente a sentire il bisogno di essere viste, altre invece sanno che non è sicuro e non lo permetteranno, ponendo barriere, difese e sintomi per evitare i rischi di una delusione o di una nuova minaccia.
La mancanza di connessione con gli altri adulti nella propria infanzia, diventa dunque una mancanza di connessione con il sé e con i propri bisogni.
Il risultato è una combinazione di attitudini difensive verso il mondo esterno (“Vado bene così come sono”, "Non ho bisogno di niente o di nessuno", “I mie bisogni non sono importanti.”, “Non ho nessuna emozione”, “Solo le persone deboli hanno bisogni”) e di una profonda disconnessione dai propri stessi bisogni, poiché il senso di vulnerabilità che essi generano è impossibile da tollerare. E' più sicuro trattenerli completamente dentro di sé.
 
Questi futuri adulti sono molto bravi nel presentare una facciata apparentemente normale, ma spesso sono portati a vivere delle emozioni e dei sentimenti piuttosto devastanti. Anche quando riescono ad identificare i bisogni e vorrebbero esprimerli, tenderanno a ripetere ciò che hanno appreso da bambino e a manifestare gravi difficoltà nella regolazione dei confini emotivi: "Tollero tutto se sono visto." Essere visto per la prima volta può avere un impatto profondo su persone che non hanno mai vissuto quella esperienza di connessione prima dell'età adulta. Potrebbero sentirsi speciali e tenderanno a minimizzare i comportamenti negativi del partner per "ottenerne di più", rischiando di ingaggiarsi in relazioni disfunzionali e spesso emotivamente maltrattanti. Nell'esplorare situazioni relazionali difficili con questi pazienti, molto spesso emerge come la ragione più radicata e forte che li tiene legati sia il ricordo del primo momento in cui si sono sentiti visti da quella persona, momento che resta idealizzato e cristallizzato nella memoria emotiva per l'impatto enorme con cui è stato percepito e vissuto.
Accanto a questo, spesso le persone con un vissuto di invisibilità tendono a vivere difficoltà legate alla propria identità: “Ho il disturbo più grave di tutti.” In parte questo tipo di esperienze possono esitare in una Disturbo Dissociativo dell'Identità, la cui diagnosi e comprensione può effettivamente coincidere con la prima esperienza effettiva di “non essere invisibile” per qualcuno; in altri casi la manifestazione intensa della sintomatologia può essere più facilmente identificata come un tentativo disperato di ripristinare in modo indiretto un legame di attaccamento con un familiare, o con il terapeuta stesso, per ricevere finalmente le cure e la visibilità adeguate. La presentazione può essere quella di un disturbo istrionico, in cui esagerare la sintomatologia diventa un pattern automatico per diventare visibili, o di un disturbo antisociale, in cui spaventare gli altri diventa un modo per esporsi senza il rischio di essere feriti.
 
In tutti questi casi, la sofferenza mentale che accompagna la sintomatologia superficiale è sempre molto intensa e necessita di una presa in carico attenta e focalizzata sulla grave mancanza originaria di questi pazienti: non essersi mai sentiti presenti nella mente dell'altro e davvero importanti per qualcuno.
 
Il trauma da omissione o da mancanza di protezione è spesso l'ultimo e il più duro da elaborare, poiché rinnova quel senso di impotenza da cui la mente si è allenata a scappare e la rabbia può diventare insostenibile. Il lavoro sul vissuto traumatico dell'invisibilità può passare allora solo dal porre l'attenzione giusta a quello che accade nel dialogo clinico: ricordi passeggeri, immagini sfuggenti, rapidi giudizi o considerazioni assolute sul mondo che la persona lascia gocciolare tra le parole del suo racconto nel tentativo di mimetizzarsi e di restare invisibile agli occhi di chi è lì davanti e potrebbe, di nuovo, distogliere lo sguardo.
 
“Così spero che qualcuno bussi alla porta,
e non solo il vento.” Alda Merini
 
 
Dolores Mosquera (2018) “The Effects of Feeling Invisible. Understanding The Connection with Early Attachment Disruptions And Neglect” (ESTD Newsletter Volume 7 Number 1, March 2018).
 
Art Wolfe, “Vanishing Act: The Artistry of Animal Camouflage” (2005)
 
Liotti G. (2001). Le opere della coscienza. Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitivo-evoluzionista. Milano: Raffaello Cortina Editore.
 

 
> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 1108