L’ultimo incidente di percorso di Clara Gallini. Un Maestro un ricordo, una recensione ritrovata.

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24 aprile, 2019 - 12:37
Se credi, Prega
Se non credi, Ammira
Se sei sciocco, scrivi
il tuo nome
sul muro
Paolo Di Paolo. Mondo perduto Fotografie 1954-1968
Graffito su muro. Gargano
Mostra Fotografica - MAXXI Roma, aprile, 2019
 
 
Ci fu un periodo particolarmente fortunato nella mia gestione del SDSM dell’8° Municipio di Roma, subito dopo l’applicazione della cosiddetta “Legge Basaglia” – come ho già raccontato per i lettori di POL.IT Psychiatry om line Italia, la rivista di Giuseppe Bollorino – in cui ebbi l’occasione d’incontrare direttamente molti “Maestri” e di stringere con loro amicizia. Parlo di quel biennio magico 1995-196, in cui tenni il Corso inter-USL "Capire il disturbo mentale della persona immigrata”. Osservazione di un fenomeno emergente attraverso modelli teorici, istituzionali, operativi". Lo dirigevo in quanto Primario responsabile del Servizio Dipartimentale di Salute Mentale dell'Azienda Sanitaria Locale B di Roma in Via di Torrespaccata 157. Tra i tanti argomenti avevo in mente una serie di temi concernenti l’sntropologia medica e la medicina popolare. Invitai, tra gli altri, Clara Gallini – già assurta al rango di caposcuola all’Università di Cagliari – per una conferenza sulle credenze e i miracoli, che tenne regolarmente il 7 novembre 1995, per l’appunto, nel teatro ex-Enaoli di Via di Via di Torrespaccata 157.
 
Successivamente divenimmo amici. Sarà anche stato perchè lei era di Crema e io di Bologna e il Po, non è un corso d’acqa insuperabile tra emiliani e lombardi. Sarà anche stato per il fatto che un neuro-psichiatra, credo sia, tra i più inoffensivi degli specialisti di medicina. Sarà anche stato per la sua vocazione didattica, insomma, divenimmo amici. Ora, dopo il suo ultimo testo, praticamente un lascito intellettuale della sua esistenza (caparbia, si veda il capitolo “Testa dura”), più che dei suoi programmi, lo sono ancora di più, suo amico. Mi aveva onorato della sua amicizia, dicevo, naturalmente ricambiata per reciproca stima. Fatte le debite proporzioni, proprio come fece Ernesto de Martino, con Callieri, mi disse Bruno una volta, andandolo a cercare per quel suo lavoro fatto alla “Neuro” sulla Psicopatologia della Fine del mondo (Weltungangserlebnis). Con Clara, dopo la Lectio magistralis, ci eravamo sentiti al tetefono con una certa regolarità e ci eravamo anche scambiati dei lavori.
 
Mi aveva corretto le mie opinioni su de Martino, illustrandomenne l’insegnamento:
«... quella che nell’etnologia americana si chiama col nome di “osservazione partecipante” e che Ernesto de Martino mi aveva insegnato a praticare, mettendo sotto osservazione critica le mie stesse categorie giudicanti. E poi il piú nuovo concetto di “resistenza” – oggi oggetto di una critica da me non condivisa – avrebbe guidato tale osservazione». (p. 21).
 
Mi aveva accennato al suo carattere acuto, deciso e carismatico. Non mi mi disse, invece, del suo incontro con lui, che ora posso leggere comodamente nel libro, come avvenne, nei dettagli.
«Era il febbraio del 195 ed Ernesto de Martino era venuto a Milano per la presentazione di un suo nuovo libro. Ero con la Marconi. Alla fine della scenica esibizione, scese dalla pedana dei conferenzieri, salutò questo o quello, e mi si avvicinò. Disse che non mi conosceva, ma pensava che fossi Clara Gallini. Era vero. A Roma nel corridoio adiacente alla stanza delle tesi avevo visto passare una figura infagottata in un abito grigio. Fumava e se ne andò bofonchiando ”Non mi hanno detto niente!” Alludeva alla discussione della tesi, e non alla Gallini che ancora non conosceva. A Milano mi fece un discorsetto, esplicito, ancor oggi memorabile. Esordì dicendo che gli avevano parlato di me, mi sapeva molto brava, e anche di famiglia benestante. La famiglia può dunque mantenerla agli studi. Ho vinto il concorso all’Università di Cagliari: le interesserebbe venirci anche lei? Per ora non ho niente da offrirle – disse proprio così – ma in futuro può esere diverso io avevo letto solo il Mondo magico. Non ci avevo capito niente. Avevo capito una sola cosa: che lì dentro cera qualcosa di forte, dirompente, un pensiero vivo e attivo, che coniugava la nostra vita con quella degli altri». (p. 245)
Allora, era un un po’ così dappertutto, per chiunque avesse avuto l’opportunità di una “carriera universitaria”. Mi aveva anche dato informazioni sul fenomeno del «Su Ballu 'e S'Arza, il rituale di guarigione» di Bolotana (Nuoro), dove la Malmignatta, o vedova nera mediterranea, detta anche ragno volterrano, pungeva “La ballerina variopinta” (Liguori, 1988) e bisognava scoprire chi fosse entro tre giorni con danze canti e suoni rituali. Una volta mi aveva cercato al telefono, il 21/09/2008, per chiedermi un estratto di “Se l’altro è un immigrato” (ETS, Pisa, 2001). Mi disse che le serviva per scrivere una riedizione de La terra del rimorso di de Martino. Mi chiese anche, sapendo che anch’io avevo lavorato in Sardegna, anzi proprio a Cagliari, e ne ero rimasto affascinato, per il carattere delle persone, la loro storia, le loro costumanze. Mi domandò se ero disponibile ad un arruolamento per un progetto su lavori in comune, che stava mettendo a punto. Sapevo che de Martino arruolava sempre qualcuno dell’area “Psi”, allora, immediatamente scattò dentro di me, ad inorgoglirmi, quella volta che, alla “Neuro” di  Roma, si sparse la voce tra noi specializzando che Ernesto de Martino aveva chiesto a Gian Carlo Reda di mandargli qualcuno dei giovani allievi del pianterreno (entrando a destra). Partì Giovanni Jervis, senza indugio.
 
Era noto a tutti che Clara Gallini andava ripetendo «Devo tutto a una persona e a un’isola o, forse, a un’isola e a una persona». La Sardegna ed Ernesto de Martino. M’inviò anche un testo, Ernesto de Martino nella cultura europea (Liguori 1998), di cui era curatrice con Marcello Massenzio. L’ultima volta che ci scambiammo gli auguri di buon anno fu il 31/12/2009, poi ci siamo persi di vista. Infine, dopo la scomparsa (22/gennaio 2017) – avvenuta a dieci giorni esatti di distanza da quella di Giulio Angioni, un antropologo di Guasila (1939- 12 gennaio 2017), che fu suo allievo illustre – si è presentato a me prepotentemente il suo ultimo libro Incidenti di percorso. Antropologia di una malattia (Nottetempo 2016). Avevo preparato una recensione che, purtroppo come tanti altri documenti preziosi è finita in quei due-tre scatoloni che le badanti ucraine di mia moglie e di me hanno riempito di “cose”, dove quando vado a frugare trovo sempre alcunchè d’interessante per Francesco Bollorino e i nostri lettori.
 
La malattia, la sua, vi è descritta con una spietata geografia anatomo-etnografia del corpo, il suo. Nessuna concessione alla metafisica. Una limpida, intemerata, esplorazione di organi, distretti e apparati, che sono suoi in quanto li possiede, li abita, li esperisce, ma li travalica per entrare nel mondo, per mondanizzarsi. Ed il mondo, a sua volta, la penetra per la stessa matericità corporea, suscitandole quel miscuglio di percezioni che inverano quel corpo che io sono e che io ho, secondo la più limpida narrazione merleau-pontyana. Questo è in sintesi Incidenti di percorso con un contorno narrativo che è la sua storia personale e quella della sua famiglia. Stupisce come Clara Gallini possa riuscire a tenere lontano e ad osservare il proprio corpo, il corpo proprio, il koerper come se si trattasse di una ricerca sul campo quella si, ma... acrobaticamente impartecipante. (Si legga in proposito l’intervista fattale dalla scrittrice Teresa Ciabatti: «Ho scritto un libro per ricordarmi chi sono (quando non lo saprò più)» [“La Lettura”, Corriere della Sera, 21/02/2017]. L’unico personaggio del libro che suscita pietas, per com’è raccontata la sua storia dalla Gallini medesima, è Abilia la badante peruviana.   
 
Con questo mio scritto ritrovato, ed ora  pubblicato su POL.IT psychiatry on line Italia, mi sento quasi di riparare un grosso debito verso Clara Gallini per almeno due buoni motivi. Le debbo, a titolo di riconoscenza, un ricordo ed anche una recensione al suo ultimo libro. Incidenti di percorso, mi pare un congedo superbo e da protagonista, dalla scena dell’antropologia culturale e medica italiana, da lei molto ben rappresentata in Europa e nel mondo. A Teresa Ciabatti (1975), la giovane scrittrice di Orbetello, ha rilasciato una bella intervista dove campeggia un giudizio spietato «Ho scritto un libro per ricordarmi chi sono (quando non lo saprò più) » (21/02/2017. Il  23 gen 2017 - “La Lettura” del “Corriere della Sera”).
 
Questo suo ultimo testo è, in ogni caso, di una lucidità adamantina. Una sorta di viaggio antropologico verso la corporalità, dentro, fuori e attorno al corpo,” malato” nella testa e “vecchio”, con una serie di verifiche cocciute e impietose. A me ricorda il “Testut” del primo biennio di medicina. Il Trattato di anatomia topografica, ma l’edizione illustrata, però, completamente riscritta da una antropologa, attenta e munita di microscopio.
«... E proprio in questo scrivere, dalla parte pensante della mia testa, mi vengono fuori tutte le scoperte – o piuttosto le verifiche fondamentali, che credo siano arrivate a maturazione durante la malattia e il processo di scrittura. Verifico che la vecchiaia e una malattia possono anche essere considerate occasioni positive, per un radicale ripensamento di se stessi. Verifico che, in sua occasione, fai un duplice viaggio, nel corpo e nella memoria degli eventi che sono stati fondamentali per la formazione della tua persona. Verifico l’artificialità di ogni costruzione che separi corpo e anima. E infine la verifica per me piú decisiva: che la tua persona si viene formando non pensandosi come essere singolo, circoscritto da un orizzonte “chiuso”, ma come essere la cui “autonomia decisionale” sia frutto di un processo aperto, rinnovabile sempre nel rapporto con le altre classi di persone». (p. 14)
 
L’impatto con la sofferenza che inizia da una trapanazione del cranio per un tumore cerebrale, è durissima.
«Sono stata varie volte sotto i ferri (per gli occhi, l’appendicite, il culo, le “parti intime”, il ginocchio…), ma, rispetto al passato, mai come questa volta la cosa sarebbe stata piú rilevante. Concerneva il cervello e comportava quindi l’apertura della testa». (p. 17)
Clara è sola e, diversamente da altri percorsi, non può servirsi di termini di confronto, di comparazioni storiche, di relativismi, della sua mente brillante e curiosa. Insomma non può, perchè sarà addormentata dall’anestesista in camera operatoria.
«Non sapevo che la storia non sarebbe finita lí, destinata a continuare per anni, forse per quelli che mi restano ancora da vivere. Con i successivi interventi, via via è andata scemando anche una memoria che, all’inizio, è stata vivacissima e puntuale, come potranno vedere i lettori, constatando la precisa minuzia dei primi racconti. Quello che ho scritto ho potuto farlo quando ancora gli eventi stavano lí disponibili al ricordo, e a essi mi fermerò, anche perché non ne ho piú altri da ricordare: ora li avrei dimenticati, eventi e scrittura. Ora è come fossi svuotata. Rileggermi è stata una scoperta!» (p. 17)
 
Per quanto mi riguarda, ho scoperto solo ora di avere con lei anche un’affinità sorprendente nella difficolta di usare il mezzo informatico. Un anno appena ci separava. Clara era del 1931, io del 1932.
«Ricorro a un computer, ormai vecchio e malandato almeno quanto me. Ne avevo azzerate nel dimenticatoio tutte le altre possibili operazioni, conservando solo il ricordo delle lettere da battere sulla tastiera, il che mi rinvia a piú di mezzo secolo fa, quando appresi l’uso della macchina da scrivere (una Everest di seconda mano) per stendermi la tesi di laurea». (p. 14)
Clara, era vecchia e malata, come scrive in questo suo ultimo commiato. Sola tra ricordi sempre più rarefatti. Quelli che riesce a richiamare e quelli che non possono più essere evocati dall’emisfero (dal polo) azzoppato, dalla “massa occupante spazio”. Non l’aiutano, nè le fanno compagnia... l’ingravescenza del disturbo cognitivo avanza. Ma soprattutto Clara Gallini era sola e la vita era in salita. Si coglie in questo rendiconto scarno.
«Abilia ha fatto con  me il biglietto per Roma il 26 giugno 2013 dopo circa un mese di lavoro curandomi a Crema. Ha in mente tutte le date della sua vita e anche di quella nostra in comune. La memoria è una delle sue tante doti. Io sto perdendo tanta parte della mia. Ma con Abilia mi sembra di aver vissuto da sempre. Nelle reciproche parti di padrona e badante, ciascuna ha fatto il suo lavoro di adattamento.... Fino a questo punto, i nostri percorsi si sono incrociati e sembrano scorrere paralleli. Tuttee due ci chiediamo quali possano essere – perchè di certo ci saranno – i prossimi incidenti... Il mio, lo conosco già. Il suo, l’ho appreso proprio oggi: sua madre è vecchia e malata, e richiama tutti a casa. Arrivederci o addio, Abilia?» (p. 284)
Abilia ha fatto con  me il biglietto per Roma il 26 giugno 2013 dopo circa un mese di lavoro curandomi a Crema. Ha in mente tutte le date della sua vita e anche di quella nostra in comune. La memoria è una delle sue tante doti. Io sto perdendo tanta parte della mia. Ma con Abilia mi sembra di aver vissuto da sempre. Nelle reciproche parti di padrona e badante, ciascuna ha fatto il suo lavoro di adattamento.
Fino a questo punto, i nostri percorsi si sono incrociati e sembrano scorrere paralleli. Tuttee due ci chiediamo quali possano essere – perchè di certo ci saranno – i prossimi incidenti.
Il mio, lo conosco già. Il suo, l’ho appreso proprio oggi: sua madre è vecchia e malata, e richiama tutti a casa. Arrivederci o addio, Abilia? (p. 14).
Addio, non per dir “pastóce”, Maestro Clara Gallini! Sopra, a conclusione dell’introduzione, ti eri trovata diligentemente anche un finale.
«Sic transit… Eccolo il finale che cercavo e all’improvviso mi vien fuori dalla testa, mentre scrivo quest’ultima riga introduttiva».

 
  
 
 
 
 
 
 
 

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