Erin Brockovich: storia di un soggetto. Commento al film di Steven Soderbergh

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2 ottobre, 2012 - 17:57

Tratto da una storia vera e interpretato da Julia Roberts, Erin Brockovich racconta del successo —almeno parziale— di una donna la cui vita aveva iniziato ad andare pericolosamente a rotoli. Senza risorse economiche, senza lavoro, senza amicizie, delusa dal rapporto con gli uomini fino a pensare di metterci una pietra sopra, Erin va alla deriva, pericolosamente esposta al peggio.

Quanto drammatico fosse il naufragio personale di questa donna lo si coglie da alcune sequenze iniziali, soprattutto quando un pericoloso incidente stradale, nel quale risulta involontariamente coinvolta, viene da lei abbracciato come un salvagente, fortunosamente rimediato tra le onde. La speranza di un cospicuo risarcimento economico e la conseguente fine di un incubo, si infrange però in un’aula di un tribunale, complice la svogliata regia del suo legale che le suggerisce una maldestra, quanto patetica, tattica processuale.

Lo sfortunato processo cambia comunque le carte in tavola ed offre ad Erin la possibilità di un rapporto che non si lascerà sfuggire. Non si tratta qui di andare col primo che si incontra, secondo il ritornello di una fortunata campagna pubblicitaria, quanto piuttosto di creare un rapporto attraverso valide obbligazioni. Erin coglie al volo che quel legale si è obbligato con lei: le ha fatto perdere una causa in cui aveva ragione e ha fatto delle scelte sbagliate il cui esito è stato pagato da lei, dunque è sicuramente in obbligo di scuse formali, ovvero efficaci. Quando Erin si auto-collocherà nello studio legale attribuendosi una modesta mansione, non sta elemosinando, come alcune sequenze lasciano intendere, ma sta rendendo efficace la richiesta di scuse che aveva preteso all’uscita del tribunale.

È chiaro infatti che la validità di un atto di scuse non sta in una formula verbale che per essere efficace in sé, dovrebbe anche essere magica, quanto piuttosto in uno o più atti riparatori del danno di cui ci si vuole scusare. La formula verbale non è che il nome degli atti riparatori. Limitarsi a scuse verbali è ancora "farle di M . . . .", secondo la colorita, ma a questo punto anche competente, espressione di Erin.

Il film lascia il sospetto che quanto realizzato da Erin sia, in buona sostanza una sfrontatezza dettata dalla disperazione, quando invece si tratta di un atto competente con cui viene efficacemente sanzionata una mancanza del proprio partner (poco importa che il partner sia, come in questo caso occasionale). Se il rapporto tra questa donna e questo uomo ha poi un seguito non disdicevole lo si deve proprio al fatto che delle sanzioni avranno luogo, in entrambi i sensi (da lei a lui, ma anche da lui a lei).

 

La svolta

A seguito dell’ingresso nell’ufficio legale, Erin inizia un crescendo di iniziative, la prima delle quali coincide con la decisione di non arrendersi al parere dei più, che la vorrebbero ulteriormente calata nei panni di chi è travolto dalle circostanze. Erin si trova al bivio della melanconia, ovvero il punto in cui l’offesa a cui non ci si è saputi sottrarre —anche da parte di coloro che paiono i più prossimi— si tramuta in un sordo programma di vendetta insoddisfacente. Un estremo tentativo di farla pagare al mondo intero, senza che si arrivi mai ad ottenere veramente il risarcimento reale del danno subito. Erin inforca invece l’altro corno del bivio. Senza ancora aver rinunciato a farla pagare al mondo intero, comincia a puntare su una serie ben precisa di risarcimenti reali. Cosa poi le offra lo spunto per intraprendere una strada diversa dalla melanconia il film non lo mostra con evidenza, ma resta il fatto che da un certo momento in avanti la si troverà sempre al lavoro, ovvero non melanconica.

 

Lavoro

Il modo in cui Erin interpreta l’idea e dunque la prassi del proprio lavoro ha qualcosa di interessante: non la semplice ruotine di un impiego, per altro precario e di basso profilo, ma un lavoro di pensiero e di rapporto per un’attività veramente produttiva, il cui frutto non siano le esigue risorse per il sostentamento, ma una ricchezza partecipabile anche ad altri. Occorre riconoscere che su questo punto, la facoltà di pensiero in questa donna è cospicua.

 

Soddisfazione

Nonostante le delusioni Erin continua a puntare sulla soddisfazione: non la generica soddisfazione del raggiungimento di un risultato, ma la soddisfazione di un risultato ottenuto grazie al coinvolgimento di partner: uomini e donne, con un accento di privilegio concesso agli uomini. Erin non si mette in un cantuccio, non fa Cenerentola. Non si accontenta, sa chiedere in una forma che nulla ha a che fare con l’elemosina; sa come ci si obbliga in un rapporto e sa come far obbligare altri con lei. Per molti aspetti si muove come un bambino che per prendere il proprio posto non chiede certo il permesso.

 

Scrupoli

Il tratto forse più accattivante di Erin è l’assenza di scrupoli che poco o nulla ha a che fare con i suoi abiti succinti e con le fantasie di donna frivola che suscita sia sul versante femminile che su quello maschile. L’assenza di scrupoli si riferisce alla posizione di domanda e alla capacità di non porre limiti a ciò che mediante essa un soggetto può ricevere. Non porre limiti è una virtù che ha goduto di chiara fama e ancora è richiamata nel famoso adagio "non porre limiti alla provvidenza". Occorre però una certa competenza per non scandalizzarsi di questa virtù, che per la maggior parte delle volte è scambiata per vizio.

 

Invidia

Chiunque si muova senza scrupoli rischia di scandalizzare e rischia dunque l’invidia, muta o dichiarata che sia. In ragione delle numerose sequenze in cui questo contenuto si mostra nel film do voce con un linguaggio comune, al discorso invidioso che riguarda Erin: "Ma come, prima ottiene un lavoro sfruttando al meglio il debito che il suo avvocato ha contratto con lei; non contenta, invece di servire umilmente tutti gli aventi diritto, si permette di curiosare negli incartamenti che dovrebbe solo tenere in ordine; non contenta si candida ad un lavoro per cui non ha alcuna competenza pregressa; non contenta ritiene che la nuova mansione debba esserle riconosciuta economicamente, con l’aggiunta di benefit; pensa di poter lavorare da libero professionista senza timbrare il cartellino, tratta il capo come se fosse sua figlia, saltando tutti i rituali e le procedure. Ma chi si crede di essere!".

Se si fosse "limitata" a fare la concubina del capo, nessuno si sarebbe scandalizzato e l’ordine del mondo sarebbe rimasto invariato: "Ci sono donne rispettabili e poi ci sono le sgualdrine che non si fanno scrupoli". Ma no! Questa donna pensa di poter ri-scrivere il copione dell’ordine del mondo: "Ottenere il privilegio da un uomo senza neppure infangarsi la reputazione". Per una posizione invidiosa questo è davvero troppo.

Certo l’invidia è un affetto che non si solleva da solo e in certi comportamenti Erin appare ingenua, a volte plateale, a volte sgraziata e rissosa, tuttavia questi tratti del suo carattere giustificano solo in parte l’invidia che la riguarda, la vera sostanza della quale è invece riferita alla sua capacità di movimento nel rapporto.

 

Gli uomini di Erin

Di uomini in questa storia ce ne sono due, gli altri restano decisamente sullo sfondo. Il primo: il legale, è già stato incontrato e ne diremo ancora qualcosa. L’altro è il suo compagno, l’uomo che l’aiuta, soprattutto con i figli (tre), ed anche a rompere il cerchio della solitudine. Proprio da lui verrà l’insidia maggiore quella del ricatto che fa leva sul sentimento materno (ricatto reiterato anche dal figlio): "Perché non pensi ai tuoi figli?". Erin però non cede.

Non posso rinunciare: "Nessuno mi aveva ascoltato così", "Quando entro in una stanza tutti fanno silenzio per sentire quello che dirò", "Ho fatto di più per i miei figli in questi sei mesi (di lavoro) che in tutto il resto della mia vita". Questo passaggio delle storia è sicuramente cruciale perché mette in evidenza una difficoltà in cui universalmente una donna può trovarsi. Molte donne capitolano, ma d’altra parte, come si evidenzia bene nel film, pochi sono gli uomini che sanno proporsi come validi partner in questo genere di cose. La situazione che si profila nella storia è un’inversione di parti: sarà l’uomo a fare il "mammo". Quando in conclusione del film, Erin vorrà che il compagno la segua per notificare ad una cliente l’ingente risarcimento, ottenuto in gran parte per merito suo, gli rivolgerà questa frase: "Desidero che tu veda cosa mi hai aiutato a fare". Erin sembra avere le idee chiare: "Sono una donna non sono una mamma", se vuoi essermi d’aiuto non devi aiutare un ruolo (la mamma) devi aiutare il mio personale desiderio. L’aiuto può essere solo al desiderio, e il desiderio è del soggetto, quand’anche questo soggetto avesse, come nel caso di Erin, tre figli.

La vera storia d’amore di Erin si svolge con l’avvocato: caso riuscito di un rapporto extra coniugale in assenza di adulterio. È lui che la prende sul serio, che accetta di investire sulla sua iniziativa, di impegnarvi lo studio legale e di giocarci la faccia coinvolgendo altri partner. È lui che si lascia corrompere dall’invidia delle altre donne ed ancora lui che torna sui propri passi. È lui che ha imparato la lezione, le scuse non si fanno a parole: ecco l’assegno, ecco l’auto nuova. Ma soprattutto è lui che si incarica di correggerla, sorprendendola in un ostinato errore di pensiero che coincide col sospetto di essere sempre defraudata. Nell’ultima simpatica scena che conclude il film ancora si incarica di una correzione: sii te stessa... non porre limiti.

Si tratta di una eccellente sequenza di atti amorosi che non sfuggono alla competenza di questa donna che infatti ne rilascia formale ricevuta allo sbadato mandatario: "Non è vero che mi odi, tu mi ami".

 

*Tratto dal libro di Luigi Campagner "L’avventira di essere donna. Appunti di cinema e psicoanalisi" APPENDICE 1 pp.69-75, edizioni Odon

 

 

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