L'ARABA FENICE

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4 luglio, 2019 - 09:55
“Qua ogni realtà sarà una lavanda gastrica
Chi ne mastica avrà un boccone amaro
Se la ricetta classica ha il sapore di curaro
Ora lascia che sia chiaro, 'sta roba non ritorna
E l'ombra dietro al sipario mi sembra che ancora dorma
Si informa che lo scenario sta cambiando
E di norma gira al contrario e non ti sta aspettando
Prova a dirmi quando vediamo se procedere
Manco me lo domando cos'altro ci può succedere
Se una fenice risorge dalla cenere
Se la fenice risorge dalla cenere"

 
Colle Der Fomento  "La Fenice"
 
 
È notte, sono sdraiato nel letto di un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dove lavoro da pochi mesi.
Chiuso dentro con i pazienti: chiusi dentro dalla stessa porta con serratura magnetica. Chiuso nella mia stanza, coperto da un lenzuolo. Chiuso di giorno nei rituali che scandiscono il tempo dell'istituzione e rassicurano tutti che si sta facendo qualcosa di buono.
Niente più passi rapidi nella notte di Trieste per raggiungere il luogo dell'Incontro.
Da qualche mese vivo a Roma, sono tornato alla base.
Mi sono lasciato alle spalle un SPDC con la porta aperta, i Centri di Salute Mentale aperti 24 ore, e quella sensazione di appartenere a una famiglia allargata, la mastrioska, una città nella città: il Dipartimento di Salute Mentale, le Cooperative Sociali e gli utenti.
Il rituale della sospensione del giudizio prima scandito da una strada, da un sotterraneo e da un ascensore ora si risolve in due serrature e nello strisciare di un badge - tre porte - qualche passo, e il corridoio del Pronto Soccorso. Percorso rapido verso la sala del codice rosso o verso il triage: è da lì che chiamano per una consulenza ed è lì che devo andare, ogni volta solo, lasciandomi alle spalle il reparto, gli infermieri e i pazienti.
Il reparto - così viene chiamato il servizio da queste parti, sottolineando la sua appartenenza all'ospedale - questa notte è tranquillo.
In serata ha citofonato un uomo che conosciamo, Vladimir, un uomo adottato di origini bielorusse, con alle spalle due passaggi in SPDC per situazioni di emergenza che hanno avuto risonanza sui giornali locali.
Mi ha chiesto di essere ricoverato perché non è contento del luogo dove abita, una sistemazione temporanea, pare, ma quanto il tempo è relativo, mi chiedo.
Sono convinto e gli spiego che non può essere il ricovero ospedaliero una soluzione adeguata. Tenta di convincermi dicendomi che la settimana passata ha distrutto il parabrezza dell'auto della sua ex ragazza e minaccia di fare qualcosa di grave.
Puzza di alcool per cui gli propongo di passare al Pronto Soccorso in modo da poterlo accogliere, anche solo un ricovero di una notte, per smorzare la sua rabbia.
È andato via dicendo che si sarebbe diretto al triage del Pronto Soccors.
É l'una quando squilla il telefono dell'SPDC. Chiamano dal Codice Rosso dicendo che c'è uno straniero che ha distrutto tutto, che è molto agitato, che sono riusciti a bloccarlo e che serve lo psichiatra con le fasce di contenzione.
Mi vesto rapidamente e infilo il camice, lo infilo per farmi riconoscere in territorio nemico, lo infilo perché dall'altra parte troverò le forze dell'ordine in divisa, lo infilo perché da straniero sto entrando in terra straniera e in quella terra riconoscono la divisa, in quella terra non l'hanno mai visto un medico in servizio senza camice. A Trieste non lo portavo mai e anche qui sono riuscito spesso a non indossarlo dentro l'SPDC senza che nessuno, per questo, mi abbia mai ripreso.
La questione del camice, alla luce dei fatti, lo considero come l'ultimo problema su cui impuntarmi, dopo  il fallimento delle pratiche territoriali, servizi-ambulatori che difficilmente riescono a declinare le loro pratiche a domicilio, nel vero territorio; dopo la questione degli invii nelle Strutture Psichiatriche private e accreditate come risposta precostituita, dei ricoveri infiniti, della stratificazione dei trattamenti farmacologici, delle fasce di contenzione, della porta chiusa, delle pratiche ospedaliere e dei tempi istituzionali anteposti a tempi e bisogni delle Esistenze che qui pazientemente transitano: pazienti.
Tento continuamente, a volte con difficoltà, di discutere di buone pratiche, passo notti intere a parlare con gli infermieri del servizio di quanto sia disumanizzante, per me, la pratica della contenzione meccanica, di quanto sia necessario, e auspicabile, per me,  modificare alcune modalità di lavoro, di quali siano i fattori che portano a legare. Sono cosciente che questa non sia una pratica che dipende solamente dal contesto chiuso dell'SPDC ma anche da molti altri fattori esterni al servizio: dipende dalle culture del territorio,  dall'organizzazione dei dipartimenti, dalle culture dei sanitari e delle forze dell'ordine, dalle culture dei capi, dalle culture politiche, dalle culture della cittadinanza e della magistratura.
Mi sento una specie di Don Chisciotte.
So che fino a ora mi è andata bene. Sono riuscito a mostrare che si può lavorare senza legare, ma anche so che finché non si modificherà il sistema nella sua globalità mi troverò prima o poi in difficoltà e anche a me sarà chiesto di farlo. Sto aspettando questo momento con angoscia.
Sto riflettendo su tali questioni con gli infermieri, i miei infermieri, quegli stessi infermieri che poi non mi seguiranno mai in Pronto Soccorso, un po' perché sono pochi, un po' perché sembra che non siano assicurati una volta usciti fuori dalla porta chiusa, un po' perché sono stanchi e demotivati.
Prendo le chiavi, apro la porta, chiudo la porta, dieci passi, prendo la chiave magnetica e apro la porta, chiudo la porta e il servizio è alle spalle, passo il badge e si apre la porta del Pronto Soccorso.
In fondo al corridoio vedo un tappo di persone stazionare di fronte alla stanza del codice rosso, mi affretto e quando arrivo non mi piace affatto quello che vedo.
Non ho con me le fasce di contenzione.
A terra c'è Vladimir a petto nudo, ammanettato dietro la schiena, che si dimena con sopra, a bloccarlo, almeno quattro carabinieri.
Attorno a lui tutte le cose, che prima erano su un carrello, a terra: aghi, mascherine, farmaci, guanti. Vedo una stampante rotta a metà e il tavolo dove prima stava il computer ribaltato.
Mi inginocchio subito all'altezza della sua testa e gli metto una mano sulla fronte.
<Cosa cavolo hai fatto, Vladimir?>, gli chiedo, un po' arrabbiato, un po' deluso, un po' dispiaciuto di vederlo in quelle condizioni. Le braccia strette forte sotto il peso del suo corpo devono fagli male.
<Spacco tutto, io ammazzo quel bastardo!!> dice lui. Lo dice biascicando, la bocca è impastata, le congiuntive iperemiche, rosse e gonfie, credo parli del carabiniere che gli blocca la gamba con il corpo, tra le parole che riesco a capire parla dei figli, so che domani, oramai oggi, sarà il suo compleanno, forse questo apre alcune questioni calde, forse apre ferite, sicuramente apre la coscienza a ricordi passati.
Ha il braccio sporco di sangue e la cannula infilata in vena. I sanitari del 118 mi dicono di averlo trovato in coma per strada, poco vicino all'ospedale, e di averlo portato in PS, quindi di avergli praticato dell'anexate e di lì, immediatamente, si è scatenato il putiferio. Mi dicono di avergli già somministrato del midazolam, senza risultato.
Provo a chiedere al carabiniere di togliere le manette, di posizionarle davanti o, quantomeno, di allentarle. Alla fine, dopo una trattativa veloce, mi concede di allentarle di poco ma sembra continuino a procurare dolore a Vladimir.
<Se togliamo le manette dovete legarlo> aggiunge il carabiniere, dandomi del Voi: mi mette con le spalle al muro con tono riverente.
<Lo mettiamo sul letto e lo portiamo di là?> mi chiede un infermiere, alludendo anche lui, subito dopo, alla possibilità/necessità di legare Vladimir al letto.
<Prepara una fiala di talofen e una fiala di EN da 2 intramuscolo e una flebo con due fiale di metadoxil e un'altra di EN da 2>, dico all'infermiere cercando di velocizzare il processo di tranquillizzazione rapida per diminuire il livello di angoscia di Vladimir e la tensione che si percepisce nell'aria.
<Ascolta Vladimir, ora ti facciamo una puntura, così ti tranquillizzi> dico al paziente,  mantenendo una mano sulla fronte e una sulla spalla sinistra, per tenerlo a terra e al tempo stesso per trasmettergli col corpo che ci sono, che sono lì con lui, che sono lì per lui, che anche se non sono d'accordo con quello che ha fatto non lo abbandonerò in questa situazione di merd, che mi sbatto comunque per i suoi diritti perché, dal momento che ha spaccato un Pronto Soccorso ed è arrivato lo psichiatra, da psichiatrico ha il timbro appiccicato addosso.
Ma sbattersi per i suoi diritti significa anche sbattersi perché si confronti con il suo agito, con la sua responsabilità; alla fine l'azione è sempre comunicazione di qualcosa per chi riesce a coglierne il senso, ma l'azione, a differenza della parola, porta con sé la responsabilità delle conseguenze.
Le guardie sono lì con me, non muovono un ciglio, siamo tutti chinati su Vladimir e lo stiamo tenendo a terra: le manette sono strette dietro la schiena e le braccia schiacciate tra il corpo e il pavimento, e credo sia il dolore che  questo comporta che continua farlo incazzare.
Viene portato un letto e noi lo alziamo mentre continuiamo a tenerlo, in cinque, e dopo averlo sdraiato lo portiamo nella stanza d'isolamento, la stanza che generalmente viene utilizzata per le persone infette o moribonde.
Continuo a somministrargli terapia sedativa e insisto nel tentativo di tranquillizzarlo con le mie parole, ma il dolore delle manette e la posizione scomoda, sommata alla pressione dei corpi, nostri, che bloccano il suo, di corpo, non gli permettono di lasciarsi andare del tutto.
La frequenza cardiaca aumenta: sono almeno due ore che il cuore viaggia a più di 120 battiti e mi preoccupo.
Chiedo nuovamente di togliere le manette e ottengo la solita risposta: "Se lei dottore non lo lega noi non togliamo le manette".
Penso che la pressione dei corpi sia relazione, che la relazione che stiamo utilizzando Vladimir la sente, siamo alla pari nell'utilizzazione dei corpi, o almeno, penso che Vladimir si lascerebbe andare se sentisse solo i nostri corpi e le nostre parole, quello che lo rende irrequieto credo in parte sia la disposizione dell'oggetto meccanico: è quello che lo umilia, è quello che sta contrastando, è quello che lo tortura.
E mi chiedo come sia possibile che questi uomini non si rendano conto che mettendosi in gioco con il loro corpo stanno prendendosi cura?
Quale legge disciplina la contenzione meccanica? Quale legge autorizza queste persone, o meglio, quale cultura le spinge a chiedere di legare un essere umano, seppur agitato, e non altrimenti pensare che questo possa profilarsi come un reato?
I manicomi sono stati chiusi e ciò significa che i soggetti scomodi, i devianti, i miseri, i folli non stazionano più al loro interno, ma l'apertura delle mura ha fatto uscire non solo i matti ma anche le pratiche manicomiali: queste sono sopravvissute nel quotidiano, queste sopravvivono, nel migliore dei modi, nella convinzione che abbiano un qualche valore terapeutico, nel peggiore dei casi come pratiche punitive o educative.
Sistemi sanitari assomigliano a manicomi più piccoli, manicomi dalle lenzuola pulite, dalle camere con bagno, dai pasti caldi, dai camici puliti e stirati, dalle porte chiuse, dal continuo rumore di chiavi che aprono e chiudono, da stanze invalicabili e da medicine di ultima generazione.
Ad ogni modo con Vladimir il tempo scorre e devo decidere per il danno minore per cui vado in reparto e torno con le fasce di contenzione.
Si tratta di due fasce che si dispongono orizzontali all'altezza dei piedi e del bacino, e si fissano al letto, alle quali vengono agganciate altre fasce che si posizionano come bracciali agli estremi degli arti del paziente. Tutto viene bloccato con meccanismi controllati da una calamita.
Chi ha la calamita ha il potere di disporre e legare.
Ultimamente mi è capitato più volte di leggere di Pinel, padre della psichiatria moderna - così si dice - che nel 1793 fece togliere le catene ai malati mentali a Bicètre e quindi, nel 1795, alla Salpêtriére di Parigi. La psichiatria moderna nasce, quindi, con l'eliminazione della pratica della contenzione meccanica e con l'istituzione del manicomio e della cosiddetta terapia morale.
Quindi tra porta chiusa, contenzione meccanica e funzione educativo/punitiva in alcune realtà italiane siamo tornati a poco prima di Pinel.
Ho preso le fasce, sono tornato al letto di Vladimir e ho confessato a tutti che non le so mettere.
<Non le ho mai usate, io> dico, timido, quasi mi vergogno perché credo non ci sia nessuno attorno a me a cogliere la mia fierezza. A considerare che non si tratta di perbenismo.
Io non lego. Io, uno Psichiatra, il massimo esponente, l'esperto, secondo alcuni, della  terapia contenitiva. Lo Psichiatra che custodisce il folle e lo porta "di là", ovvero in SPDC: al di là della porta chiusa. Ma lo psichiatra, penso, così facendo diventa custode e non è più terapeuta. Si può essere custodi e al tempo stesso terapeuti? Lo psichiatra è un custode, è il custode della pericolosità. Lo psichiatra è l'igienista mentale, quello al quale viene richiesto di ripulire il corpo sociale dai difettosi pericolosi.
Vladimir in realtà è un povero-cristo, lui proviene dall'istituzione-orfanotrofio, abbandonato successivamente anche dai genitori adottivi perché non corrispondere al figlio-raffigurato-sul-davanti-della-confezione, già internato nell'istituzione carcere, Vladimir è il Cristo-in-croce che ha capito che una volta passato per matto se fa danni finisce dritto in ospedale dove mangia, forse scopa, sicuramente dorme e attende che qualcuno si accorga che esiste, che qualcuno si accorga della sua esistenza di merda; se questo avviene è perché, nel migliore dei casi, un cristo-in-croce abbandonato da tutti, in gran parte dei sistemi sanitari, entrerà nel circolo di transistituzionalizzazione e passerà per tutta la vita da un'istituzione all'altra senza mai riuscire ad avere una vita vera. E il primo passo di tutta questa storia, spesso, è la sottrazione da parte di qualcuno, e per sempre, della possibilità di confrontarsi con la propria responsabilità.
E un soggetto non responsabile è un oggetto da gestire e quindi, quando serve, da custodire e da legare.
Quindi ho le fasce in mano e sono terrorizzato mentre vedo lo sguardo soddisfatto delle guardie che sanno che tra poco se ne potranno andare perché la custodia sarà delegata al sanitario.
E io sono terrorizzato perché sto per fare qualcosa che giudico opaco, sporco, violento, immorale e che non so fare. Sono terrorizzato perché mi sento solo in questa faccenda, perché tutti si aspettano che io faccia un qualcosa che per loro è l'unica cosa che è giusto che faccia, e non solo giusto, ma professionale, che non farlo corrisponderebbe, per loro, a omettere una mia responsabilità, delineare così un mio profilo di colpevolezza.
E quindi, scherzando con gli infermieri, inizio la pratica di contenimento e, in modo goffo, assicuro -  come si dice -  gli arti inferiori di Vladimir al letto.
<Ora per legare le mani dovete togliere le manette>, dico ferito alle guardie.
Detto questo loro iniziano a togliere le manette e, appena le sganciano, Vladimir si tranquillizza e si addormenta.
E io quindi termino la mia contenzione, perché sono io insieme a Vladimir a essere contenuto, obbligato a un movimento forzato, obbligato a una limitazione del mio movimento, a un movimento che non mi appartiene, a una pratica non mia e che condanno; mi sento sporco, complice e carnefice.
L'ho fatto per evitare qualcosa che ho decretato essere peggiore. L'ho fatto perché mi sono sentito obbligato, con le spalle al muro.
<Stai tranquillo, Vladimir>, gli sussurro.
<Puoi star tranquillo adesso, che ti slego, mentre dormi, ma quando ti sveglierai vedi di non fare cazzate>.
Nel frattempo le guardie se ne vanno, salutano soddisfatti, contenti di aver terminato il loro intervento.
Ora loro se ne vanno e per me comincia un'altro capitolo, quello del confronto con i colleghi del Pronto Soccorso, quello dell'assunzione di responsabilità, la mia, quello dove tenterò di restituire a Vladimir la responsabilità dei suoi gesti.
Dico ai colleghi di chiamarmi appena si sveglia per slegarlo, perché Vladimir avrà bisogno di riflettere su quel che è stato, a caldo, perché Vladimir quando aprirà gli occhi si troverà immobilizzato e potrà angosciarsi, perché fino a quel momento io, in qualche modo, sarò legato con lui.
Nelle ore che seguono mi chiamano diverse volte appena si muove: il mostro incute timore.
Nessuno si è fatto male, Vladimir ha distrutto le cose che gli sono capitate a tiro, l'ha fatta grossa certo, e così si è guadagnato il biglietto da visita per il Servizio Psichiatrico, la patente di non imputabile, perché il diritto a essere giudicato non è scontato e tantomeno ogni soggetto è valutato sempre nelle sedi e nei tempi giusti; spesso è la cultura o l'ignoranza del sistema, la cattiveria, lo stigma, la malafede, il pressappochismo a decidere e selezionare rapidamente il contenitore dove il soggetto viene gettato o, in questo caso, accolto, ricoverato.
Torno diverse volte in Pronto Soccorso e pian piano, con dolcezza, lo slego.
La mattina successiva è tranquillo, sorride mentre varca la soglia del servizio dove passerà i tre mesi successivi, per poi essere trasferito in una clinica dove lo riempiranno di farmaci, inutilmente o forse per fargli sopportare un'altro istituto, per altri due mesi.
Mentre lo vedo sorridere un po' sono incazzato perché mi ha fatto passare una notte d'inferno, perché mi ha fatto usare le fasce. Mentre penso questo mi rendo conto che lo sto colpevolizzando, sto restituendo a lui totalmente la colpa del sistema tutto, la responsabilità del corpo sociale che lo ha emarginato, che non gli ha dato alternative, che ora non gli permette di confrontarsi con le sue responsabilità e che, etichettandolo come matto, lo fa entrare a senso unico nel circuito della psichiatria e delle fasce, quel corpo sociale di cui faccio parte anch'io.
Che lo voglia o no, penso, è questa la cornice dove si svolge la mia esistenza e la Fenice risorge dalla cenere... la Fenice risorge dalla cenere.
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