INTO THE WILD di Sean Penn

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2 ottobre, 2012 - 18:19

"Le resistenze che la libertà svela nella realtà, lungi dall’essere un pericolo per la libertà, non fanno che permetterle di nascere come libertà .Non ci può essere libertà se non impegnata in un mondo 
resistente. Fuori da questo impegno, le nozioni di libertà, di determinismo, di necessità perdono il loro senso" 

(J.-P. SARTRE - L’essere e il nulla,1943)

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Osannato dalla critica all’ultimo Festival di Roma, Into the Wild ha avuto anche un ottimo successo di pubblico: una quasi unanimità sorprendente, considerati l’argomento, già sviluppato in migliaia di film, e soprattutto le scelte drammaturgiche molto ‘mainstream’ e spacciate come cinema alternativo. Diretto da Sean Penn, tratto dal bestseller di Jon Krakauer, ‘Nelle terre estreme’, ha come attore protagonista Emile Hirsch  e propone un tema, quello del viaggio come strumento di formazione, tutt’altro che nuovo nella  cultura americana: basti pensare a Kerouac e al suo" Sulla strada", manifesto della Beat Generation. Costruito a capitoli come un romanzo di iniziazione 
(Nascita, adolescenza, famiglia, età adulta, raggiungimento della saggezza), tenuti insieme dalle canzoni di Eddie Vedder (Pearl Jam) che assumono un ruolo di collante  tra le varie transizioni, il film racconta la fuga dal mondo e la ricerca di libertà del ventiduenne Christopher.

All'inizio degli anni Novanta il neolaureato Christopher McCandless dona in beneficenza i 24mila dollari di un fondo fiduciario, taglia le sue carte di credito (simbolo fin troppo scontato delle comodità e delle certezze della società occidentale) e parte per un lungo viaggio, nel quale assume un nome d'arte: Alexander Supertramp, cioè Supervagabondo. Questo spogliarsi dei propri  beni  evidentemente rimanda alla spoliazione di San Francesco e non può che riportare alla mente le vicende del giovane professore universitario protagonista dei ‘Cento chiodi’ di Ermanno  Olmi. La differenza fra i due personaggi  è però a nostro avviso lampante e rappresenta il nucleo del film : il protagonista del film di Olmi (lui sì come un moderno San Francesco) si priva di ogni bene materiale rimanendo nel mondo e per il mondo. Sullo sfondo di questi desideri di libertà e anarchismo, i rapporti turbolenti di Alex con i genitori descritti (secondo il nostro giudizio in maniera banale, forzata e senza la minima sfumatura) come persone rigide, ipocrite e superficiali che sanno far passare l’interessamento e l’affetto per il figlio solo attraverso il proposito di regalargli un’auto nuova per sostituire la sua vecchia Datsun.

Procedendo a  piccoli passi tra  Nuovo Messico, Arizona, Sud Dakota, su su fino alle nevose solitudini dell'Alaska, Alex incontrerà personaggi diversissimi tra loro (una coppia di hippy, un agricoltore ricercato dall’FBI, una giovanissima cantante folk, un anziano ex militare che vuole adottarlo) ma accomunati dall’essersi ribellati, seppur con modalità diverse, alle regole imposte dalla società e che vengono ad assumere in qualche modo il ruolo delle figure parentali che il giovane aveva rifiutato: la scena della coppia di hippy che aiuta il giovane protagonista  a superare la paura del mare è un chiaro, per non dire scolastico, riferimento al ruolo delle figure genitoriali in uno dei passaggi decisivi nello sviluppo psicologico del bambino in direzione del raggiungimento dell’autonomia.

L’Alaska, dunque,  come meta ultima. Ma perché proprio l’Alaska con  i suoi paesaggi infiniti ed i suoi, per dirla icasticamente alla Leopardi, " interminati spazi "? La nostra impressione è che il protagonista cerchi una fuga verso un luogo-senza-luogo, dove lo spazio esterno e con esso anche quello vissuto arrivino ad essere così dilatati da dissolversi.

Tappa dopo tappa il viaggiatore s'immerge sempre più nella solitudine, fino a sfidare le stesse possibilità di sopravvivenza. Dopo aver vissuto 4 mesi nella natura estrema dell’Alaska, Alex verrà ritrovato senza vita in un autobus abbandonato di un accampamento isolato.

La grandezza del film è stata da molti individuata nella riscoperta della solitudine come valore, in una società che la vede invece come pericolo estremo e cerca di esorcizzarla con ogni mezzo. L’aspetto  più importante é  secondo noi invece lontanissimo dal concetto di solitudine ed é racchiuso negli incontri che Alex fa durante il viaggio e  in una  frase scritta dal protagonista: "La felicità non è reale se non è condivisa".
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Alla conferenza stampa che ha seguito la proiezione del film al festival di Roma il regista ha affermato: "Due sono gli elementi che mi hanno attratto di questa storia: il primo è la fuga. L’altro, quello dominante, é l’inseguimento, la ricerca di qualcosa. Forse di un posto dove poter essere più liberi".  

L’isolamento dell’Alaska e la sua natura selvaggia come luogo per arrivare finalmente alla libertà. Ma può esistere una libertà che prescinda dal rapporto con l’altro o in altre parole può esistere un 
io che prescinda dal tu della relazione?

Bruno Callieri afferma che la questione della libertà diviene essa stessa la questione dell’incontro inteso come accostamento di due esistenze. Rifacendoci alla cultura fenomenologica si può comprendere che l’Essere nel mondo è presupposto; esso è antecedente a tutte le altre esperienze o modi di essere della presenza. Come Heiddeger e Binswanger  spiegano magistralmente il sé è inerentemente nel mondo, e non può trovare senso se non nell’incontro con l’altro, cioè nella 
sua essenza mondana. Un tratto  tipico dell’uomo è il Mit-sein, cioè l’essere con gli altri: non c’è un soggetto senza mondo e non c’è  un io isolato senza gli altri; oltre al prendersi cura delle cose vi è anche il prendersi cura degli altri.L’essere con gli altri non va inteso con il carattere ontologico di un  essere semplicemente  presente nel mondo ma  con il carattere esistenziale della condivisione.  Merleau–Ponty scrive: "La nostra libertà non deve essere ricercata nelle discussioni insincere in cui si affrontano uno stile di vita che noi vogliamo rimettere in discussione e circostanze che ce ne suggeriscono un altro: la scelta vera e propria è quella del nostro modo di essere al mondo".

copyrights POLit 2008Non si può ridurre l’uomo ad un ente tra gli  altri enti inanimati della natura perché è la natura stessa ad essere visibile al centro della soggettività. I comportamenti discendono dalla natura ma nello stesso vi si depositano. Ancora Merleau-Ponty nella ‘Fenomenologia della percezione’ scrive: "Io non ho solamente un mondo fisico, non vivo solamente in mezzo alla terra, all’aria e all’acqua ma ho intorno a me strade, villaggi, vie…ciascuno di questi oggetti porta inciso il marchio dell’azione umana … nell’oggetto io esperisco la presenza prossima dell’altro...Nascere è nascere nel mondo e al tempo stesso nascere al mondo.Il mondo è già costituito ma non è mai completamente costituito".

Il film lascia in bocca un sapore amaro e questo non tanto per la morte del protagonista quanto per la consapevolezza che la sua (come del resto quella di tutti noi) affannosa  ricerca di se stesso e l’
apertura alla trascendenza  non possono che rimanere incompiute fino a quando pienamente non ci riconosciamo non solo come un essere nel mondo ma anche un essere per l’altro.

"L’uomo non è che un nodo di relazioni, solamente le relazioni contano per l’uomo"
(Saint-Exupery , Pilote de guerre)

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