Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

Il degrado dell’ambiente e della memoria

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1 febbraio, 2020 - 20:29
di Sarantis Thanopulos

Due fatti apparentemente estranei - la diffusione del Coranavirus, col rischio concreto di una pandemia, e il piano di pace tra Israeliani e Palestinesi ideato da Trump, che penalizza così palesemente questi ultimi da diventare un esplicito intento di imposizione - possono darci, se assumiamo la loro connessione logica, un’idea appropriata della realtà in cui viviamo.

Il tecno-ambiente in cui progressivamente ci stiamo imprigionando, ci mette in comunicazione non tra di noi, impresa impossibile restando nel suo interno, ma con la produzione incessante di immagini sterilizzate sul nascere che ci rendono incontaminabili dall’esperienza del mondo. La permanenza in una realtà artificiale, virtuale favorisce enormemente l’incuria nei confronti della realtà naturale, sempre più ridotta in luogo della nostra immondizia materiale e psichica, dei detriti degli oggetti, dei sentimenti e dei pensieri che produciamo in modo seriale e consumiamo senza farne uso vero.

La medicina è in difficoltà perché i batteri e i virus prosperanti nell’immondizia non riconoscono le barriere virtuali che ci separano dalla realtà, e perché poco o nulla può fare contro le condizioni di stress psicofisico a cui il nostro modo di vivere, insieme performante e autistico, ci condanna. Inoltre, il suo attuale modello di ricerca che tende a vedere gli esseri umani come macchine genetiche da riparare o modificare, le impedisce di seguire la strada di un giusto equilibrio tra corpo, psiche e natura.

La cecità nel presente che rende un azzardo il futuro, ha la sua origine nell’accorciamento, declino della memoria. I ricordi non sopravvivono se il nostro desiderare, sentire e pensare diventa agorafobico e respira al chiuso, isolato dal suo ambiente naturale, trattato, di fatto, come landa desertica e minacciosa (i paesaggi/cartoline non cambiano la prospettiva). Così l’umanità smemorata è passata dal difendersi dalle catastrofi naturali a provocarle attivamente.

La memoria non ha come suo vero oggetto i fatti accaduti, ma i fatti come potrebbero accadere. Le distruzioni di per sé non ci insegnano niente e il loro ricordo appassisce nel tempo tanto più in fretta quanto più sono intollerabili e impensabili, peggio degli incubi dei nostri sogni di cui il giorno dopo non vogliamo saperne. Ciò che possiamo ricordare, perché ci insegna molto e crea un pensiero/sentimento trasformativo, vivo dentro di noi, sono le condizioni che le hanno determinate, il come le abbiamo favorite e il come avremmo potuto evitarle.                     

I ricordi mantengono vivi i fatti accaduti nella loro potenzialità. Interrompono dentro di noi la linearità fatale del loro accadere che, lasciata a sé, ha distrutto ieri, incombendo oggi, e rendono pensato e sensato il nostro agire. Il progetto di pace di Trump coincidente con il giorno della memoria della Shoah e dettato dalla logica del potere del più forte (spietato), mostra che il passato giace morto negli aspiranti padroni del mondo, e nei loro sempre più numerosi seguaci, e nessuna retorica lo può resuscitare. La reclusione degli ebrei di Israele in un fortino, avamposto dell’Occidente, ripropone la stessa mentalità che (prima e dopo lo sterminio) li ha sradicati dalla loro vita, dalle loro città e dai loro paesi (gli stessi di noi). Una mentalità che in Medio Oriente distrugge da tempo le possibilità di una convivenza pacifica e di scambi fruttuosi e trasforma le pianure, le montagne e i fiumi in terreni di battaglia, gli insediamenti urbani in rovine e le rovine in insediamenti urbani putrefatti. Disfatta ecologica, psichica e materiale, che “allora” ci ha portato in un buco nella storia della civiltà nel quale “ora” immemori  rischiamo di ricadere, perché dissociamo i fatti dalla potenzialità, dal loro “potere” e non “dovere” accadere.                                   

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