ZATTERE AGLI INCURABILI
Una Poesia al giorno toglie l' Analista di torno...
di Maria Ferretti

La Dormizione - Requiescat in pace

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4 febbraio, 2020 - 16:12
di Maria Ferretti
 A Matteo
  A Piero
  A Giovanna
  Ad Anna e Tommaso
 

CAMBI DI NOME
Agli amanti delle belle lettere
Faccio arrivare i miei migliori desideri
Cambierò il nome ad alcune cose.
la mia posizione è questa:
Il poeta non rispetta la sua parola
Se non cambia i nomi alle cose.
Per quale ragione il sole deve continuare a chiamarsi sole?
Chiedo che si chiami Micifuz
Quello degli stivali delle sette leghe !
Le mie scarpe sembrano bare?
Sappiano che d’ora in avanti
Le scarpe si chiamano bare.
Si comunichi, si annoti, e si pubblichi
Che le scarpe hanno cambiato nome:
Da questo momento si chiamano bare
Bene, la notte è lunga
Ogni poeta che ha stima di se stesso deve avere il suo proprio dizionario
E prima che mi dimentico
Allo stesso dio bisogna cambiargli nome
Che ognuno lo chiami come voglia:
Questo è un problema personale

Parra

Vivo nonostante tu abbia desiderato la mia morte.
Vivo per sbaglio.
Invado il tuo corpo. Testimonio presenza.
 Entro, scardino tutto, sottosopra.
Vivo facendoti morire, accanto.
Non respiri. Hai la febbre. Ancora sola, sempre sola.
Aspettami.
Di quanto tempo hai bisogno?
Uccidimi perché comprendo l’incomprensibile.
Comprendo il Codice, il segreto, la lingua madre.
Ti ricordo che esiste il Sommo bene.
Esiste e si contrappone al Sommo male.
 Avrei fatto bene a schiacciarti la testa. A non farti uscire da quel buco. Massa informe di cellule senza bocca.
Non sei di nessuno.
Si paga con la vita esserci.
Si paga con l’esclusione con l’intermittenza con la negazione di te.
Non sono sicuro di prenderti tutta.
Chi sopravvive si consegna a Dio e  testimonia un’atto di coraggio,  un’impossibilità strutturale di sottrarsi al dolore.
No, noi non ci riusciamo ma tu si. È il tuo mestiere.
No, la mia è arte. La messa in forma di un residuo bellico.
La solitudine dei forti è consapevolezza dei propri saperi.
Il linguaggio dei linguaggi ha forma e peso e portarlo a tratti è condanna.
I codici segreti sono la traduzione di un sentire che non ha parola corrispondente.
Se uomo avessi saputo parlare la lingua dell’orecchio che sente avresti detto: “sto male da morire non voglio uccidermi”.
Se avessi posseduto il linguaggio del dolore sarebbe stata presa  la mano che ti avrebbe sospeso dalla caduta.
Non vana la tua morte che dice, ancora una volta, l’esistere di Babilonia .
      La parola perfezione è  sapienza poetica forma unica per quel contenuto.
Non è onnipotenza.
Sei perfetto, la tua forma contiene chi sei. Siamo perfetti.
Il corpo esprime chi siamo: coincidenti.
La distanza tra la nostra forma e quel che siamo irrimediabilmente porta alla nostra solitudine, all’esilio da noi stessi. Porta a perderci, a confonderci .
La lingua si rompe, si frantuma. Parla un’altro codice.
Quali i primi segni di questa non coincidenza?
Quando mi consegnasti in alfabeto mors la tua impossibilità alla perfezione, la non corrispondenza tra forma e contenuto?
Il sillabario umano è composto da lettere che arrivano da epoche lontane.
Lettere non masticate consegnano a parole senza un senso compiuto.
L’orrore verrà tradotto nella tua bocca come bolo informe, scisso .
Dobbiamo masticare per far sopravvivere chi ci segue, non possiamo sottrarci alla digestione del dolore.
È Atto dovuto, atto di salvezza.
I sopravvissuti hanno il dovere di pensare,  han colpa di esistere nonostante tutto.
Vorrei esserti accanto, non lasciarti la mano.
Ma sei volato. Lo schianto lega irrimediabilmente le parti irraggiungibili di te.
Lì, la pace. Per terra.
Dentro la bara dicevi il sonno riappacificatore.
Il silenzio finalmente degli idiomi sconnessi. Un’unico linguaggio, quello della morte.
Tutti ora sanno e comprendono il tuo dolore, il suo acme.
La distanza tra ciò che eri  e ciò che non potevi essere.
Disletterato.
Non potevi essere semplicemente Te perché mancavano lettere al  tuo nome.
La Sapienza del linguaggio implica saper far coincidere ogni parola al proprio essere. Costante contatto con se stessi e gli altri. Ti sento, mi sento, ci sentiamo.
Amore mio.
Non ho sentito lacrima il secondo giorno. Avrei pagato col corpo. I muscoli non hanno mosso lo scheletro.
Il primo giorno la dirompenza del non senso, un’attimo prima la gioia di dire ai giovani dottori la forza del meccanismo mortifero e  nello stesso attimo Ade
 ti schiantava a terra. Coincidenze.
Non sono riuscita immediatamente a correre dal padre che perde il figlio, ho avuto bisogno di un respiro lungo fatto di immagini. A tratti ero figlio a tratti  padre.
Morte e sopravvivenza.
Corro da entrambe.
Sono arrivata camminando nel luogo dei morti.
Il braccio e l’abbraccio durato l’infinito del dolore più atroce: non essersi compresi in tempo.
Come posso Padre spiegarti il codice segreto della cura, la sua esistenza, la sua raffinatezza, la sua conoscenza ad appannaggio di pochi.
La lingua della cura parla segni di altri tempi.
Mi siedo sulla terra che ospita casse gonfie di corpi, io li sento i morti che parlano.
Voci da la’ sotto gridano esistenza.
Siamo ancora qui attraverso di te.
Ascoltaci e traduci il silenzio, sposta le parole per trovare il senso compiuto .
Ho sentito che eri vivo in quello che non dicevi, viso morbido.
Volete dare l’ultimo saluto prima che il calore divampi?
L’ultima scena.
Dove sei ora ? Nei cuori, nei pensieri, nelle cellule dei sopravvissuti.
Sei nel mio stomaco, mi viene da vomitare.
Sei nelle mie ginocchia, infiammate, dopo lo sforzo di reggerti.
Doveva reggersi l’esperto in morte, colei che raccoglie i pezzi per dare un senso compiuto alle confusioni della lingua .
Mi brucia il volto. La bara si allontana dietro una porta.
Stazionerai stanotte prima di ardere.
Sei ancora qui con la tua carne, perché gli occhi dell’uomo, cercano morendo il sole, e tutti l’ultimo sospiro mandano i petti alla fuggente luce.
Negli unguenti, o figliuolo, l’anima tua.
Mi sono seduta per terra tra i morti e li ho sentiti tutti riposare.
Il dolore muto affatica e ammala. Terminano le parole e rimangono gli atti.
Atto di morte, la certificazione del decesso . La testimonianza che laddove si perde la parola giusta c’è solo un vagare per lo spazio buio, in attesa che l’ossigeno si esaurisca.
Il defribillatore non è riuscito a rianimare la parola sconnessa.
De Lira, esci dal solco.
Voli di spalle come affido estremo all’aria che può avvolgere la pesantezza del pensiero.
Fluido slancio mortale, il tuo.
Inarrestabile dolore senza fine.
Solo la morte allevia.

The Suicide of Cesare Pavese

un bimbo sepolto
è dissotterrato
quota zero
buco aperto
lì da sempre
un passo oltre
caduto dentro
 una sentenza

Emily Fragos

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