STEFANO BOLOGNINI: LA PSICOANALISI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

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29 marzo, 2020 - 17:07
Dialogo con Stefano Bolognini Psichiatra, Psicoanalista ordinario aft, Past President della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalityc Association .
 
Bollorino:
Cominciamo dalla psicoanalisi come pratica clinica e istituzione: sedute disdette, terapie via skype, convegni saltati: come cambia la psicoanalisi all’epoca del contagio?
 
Bolognini:
Premetto che nel lavoro clinico i cambiamenti sono stati prodotti dall’emergenza, e dalla percezione - rivelatasi ben presto realistica - della durata non effimera dell’emergenza stessa: sia gli analisti che i pazienti hanno compreso ben presto che non si sarebbe trattato di una pausa di breve durata, e che non ci si prospettava quindi di sospendere il lavoro analitico per una settimana o due. 
La vera alternativa era piuttosto tra il sospendere le sedute a tempo indeterminato, con i presumibili inconvenienti di una interruzione traumatica e di un possibile vanishing della base relazionale del trattamento, e il trovare invece modalità transitorie – certamente parziali e disagevoli rispetto alla seduta tradizionale – di continuare il lavoro per come possibile, adattandosi alla precarietà della situazione.
Io l’ho paragonato alla soluzione pragmatica di trasferirsi temporaneamente in una tenda da campo durante un periodo di scosse sismiche in cui si debba stare per qualche tempo fuori di casa: una soluzione non ideale, certamente, ma pur sempre vivibile, a patto di non darla per scontata e di esplorarne insieme le condizioni e gli sviluppi interni, per non negarli.
Un altro aspetto del quadro complessivo della situazione è dato dall’isolamento dei curanti, che hanno dovuto improvvisamente sospendere gli abituali contatti diretti tra di loro (incontri scientifici, scambi clinici, condivisione del disagio professionale) per sostituirli con più ristretti contatti sui social e con letture per conto proprio; penso che la mancanza degli scambi diretti, inizialmente forse poco avvertita, si stia facendo sentire progressivamente in modo pesante.
Infine sottolineerei anche un altro versante talmente macroscopico da poter passare come ovvio: è vero che anche prima di questa disgraziata circostanza condividevamo sempre coi pazienti, più o meno coscientemente o sottotraccia, la comunanza implicita della condizione umana in generale; ma in questo periodo siamo tutti più evidentemente esposti e  coinvolti nelle ansie della pandemia, e i curanti devono farsi carico del contenimento e della condivisione di turbamenti pesantissimi che sono veramente simmetrici a quelli dei pazienti, e che sono reali.  Un compito autoanalitico in più per tutti noi, per non identificarci in toto o per non negare onnipotentemente ciò che ci accomuna gli uni agli altri.    
Oltretutto, se è vero che i terapeuti sono di solito (sperabilmente!) almeno un po’ più solidi dei pazienti nel gestire le ansie, e che nel lavoro analitico devono esserlo ancora di più data la condizione regressiva indotta dalla tecnica di trattamento, pure anche un assorbimento pervasivo e inconsapevole delle proiezioni idealizzanti dei pazienti stessi, volte a presentificare nel campo un oggetto genitoriale onnipotente ansiolitico, non giova al lavoro analitico: in altre parole, c’è sempre l rischio che il terapeuta, per difesa dalle proprie angosce, finisca per “credere” davvero a queste proiezioni, convertendosi così in una sorta di santone/super-genitore protettivo, senza rendersene conto.
Ho pensato a questo, devo dire francamente, quando ho saputo di qualche collega che stentava ad accettare le più elementari norme di sicurezza anti-contagio e a modificare il setting in senso opportuno, un po’ come un medico “in missione” che avvicinasse onnipotentemente i malati contagiosi senza guanti e mascherina.
Riguardo poi ai nuovi setting “da campo”, che ci siamo trovati ad allestire in quattro e quattr’otto sulla base dell’emergenza, voglio segnalare che vi sono raccomandazioni (Recommendations for Psychoanalysts Regarding the
Use of Videoconferencing in their Practice system):
www.ipa.world/IPA/en/IPA1/Procedural_Code/Practice_Notes/ON_THE_USE_OF_SKY
PE__TELEPHONE__OR_OTHER_VoIP_TECHNOLOGIES_IN_ANALYSIS_.aspx

molto utili nel sito IPA riguardo all’analisi a distanza, formulate sulla base delle esperienze condotte negli anni passati con pazienti residenti in aree remote in cui non vi erano analisti a disposizione. 
C’è però una raccomandazione cui non abbiamo potuto attenerci, in questa occasione specifica: quella di preparare con molto anticipo il passaggio al nuovo setting.  Molti di noi si sono trovati infatti a dover organizzare il cambiamento in conformità ai decreti governativi urgenti, e ancor più in relazione all’evidenza rapida e subentrante del rischio epidemico concreto.
Ci siamo regolati cioè in base al buonsenso e alla cura per la sorte dell’oggetto (il paziente, e il suo trattamento) e di noi stessi, tenendo conto che un “Io di Lavoro” ben temperato non nega né la realtà interna né quella esterna, e le combina nel modo più armonico e utile possibile.
Sul piano pratico, vorrei segnalare alcuni punti apparentemente secondari, che però non sono tali:
  1. Se si lavora con il video bilaterale, entriamo per la prima volta nel mondo privato concreto del paziente, per lo più la sua abitazione o un suo spazio professionale: quand’anche si tratti di un semplice angolino o di un’anonima parete alle sue spalle, questo implica sempre il rischio di un vissuto d’invasione e richiede rispetto e riconoscimento esplicito della nuova situazione.
  2. Se si lavora vis à vis, sarebbe opportuno mantenere (quando possibile) la nostra abituale collocazione, avendo cura però di non protendersi verso lo schermo per non procurare l’”effetto-faccione”, che è spiazzante, disturbante, intrusivo e non corrisponde affatto a come il paziente è abituato a vederci quando siede nel nostro studio; meglio usare le cuffie e distanziarsi di almeno un metro dalla videocamera.
  3. Si può cercare di costruire insieme, caso per caso, la disposizione operativa più adatta per ogni paziente: alcuni preferiscono il saluto a video acceso da ambo le parti, per poi passare al solo audio, riaccendendo il video per il saluto del congedo; altri si trovano meglio tenendo la videocamera accesa e disponendosi di spalle, sdraiati su un divano, come nella stanza di analisi; altri ancora preferiscono il telefono tout court.  Il criterio della “sartorialità” nella confezione di un setting personalizzato (che, non dimentichiamolo, sarà un setting temporaneo) ha la sua validità.
  4. Il punto comune a tutte queste situazioni è che non si dovrà auspicabilmente far finta che siano ovvie, “normali” e dovute: saremo in una “tenda da campo”, e di ciò dovrà esser lecito e realistico parlare in seduta, senza remore e con franchezza, proprio per consentire il possibile passaggio a livelli più riflessivi e liberi di associazione
 

Bollorino:Passiamo ai vissuti: cosa portano in seduta i pazienti?”
 
Bolognini: Portano il loro mondo interno, i loro vissuti soggettivi, le loro storie, spesso dopo una prima parte della seduta dedicata ad un sommario report sulla situazione esterna attuale, modificata, inquietante e piena di incertezze.  Secondo me, molte sedute si articolano in tre tempi: 1) commenti “oggettivanti” sulla realtà traumatica attuale.  2) recupero di una certa soggettività attraverso considerazioni sul proprio vissuto personale.  3) solo in alcune sedute, passaggio ad una migliore libertà associativa e ad un contatto con fantasie, ricordi, sogni. 
Ci sono poi sedute “speciali”, in un certo senso importanti e privilegiate, nelle quali si realizzano passaggi condivisi intensi e integrati, connessi con il profondo e fondativi per il senso di sé.  Ebbene sì: succede anche a distanza, se si realizzano condizioni intra- ed inter-psichiche occasionali adatte, purtroppo come sempre non programmabili, e comunque abbastanza rare.  Ma preziose, e da apprezzare come il momento di verità che l’analisi può consentire.
 
Bollorino:
Le persone in giro sembrano muoversi tra negazione e paura che deraglia verso la fobia, perché salta il Test di realtà in situazioni come queste?
 
Bolognini: Eh, sì: quando le scosse di terremoto sono troppo forti, saltano gli aghi dei sismografi, e il grafico si fa incomprensibile...!    Le difese difendono finché reggono, si sa, e l’esame di realtà richiede dispositivi psichici complessi sufficientemente integri, che si alterano facilmente in circostanze traumatiche come questa. L’Io Centrale è un dispositivo tanto raffinato quanto delicato, risente enormemente degli urti e degli impatti della realtà esterna e di quella interna, e si disorganizza quando le condizioni del Sé sono a loro volta alterate. 
Più che gli scompensi individuali, però, cui sono più abituato nella pratica clinica, mi impressionano molto quelli psicosociali: le derive paranoidi (ad es., contro i popoli “untori”, o i complotti internazionali), le minimizzazioni di convenienza (“è solo un’influenza”, “la situazione è completamente sotto controllo”, ecc.), le regressioni collettive al magico-religioso-onnipotente, e così via.
Certo, come analisti non dovremmo sorprenderci più di tanto di fronte a questi disfunzionamenti dell’Io, di cui troviamo già descrizioni preziose nel patrimonio del cosiddetto Freud-psicosociale (“Psicologia delle masse”, “L’avvenire di un’illusione”, e in tanti altri suoi testi); eppure sperimentiamo ogni volta l’evidenza della precarietà e fragilità di quel pur mirabile fenomeno che è la mente umana, anche nelle sue espressioni collettive.
E in questo senso il ruolo e la responsabilità dei media e della stampa sono veramente cruciali: possono contribuire in modo “virale” (appunto!...) alla formulazione di pensieri e assetti di base che impostano e orientano la mente collettiva diffusa, nel bene come nel male.
 
Bollorino:
La maschera della Morte Rossa” di E. A. Poe sembra la metafora delle morte che si cerca di bloccare. Cosa serve per creare consapevolezza matura nelle persone specie nei giovani?”
 
Bolognini: Si è detto da più parti che il lungo periodo di pace e prosperità seguito alla Seconda Guerra Mondiale – forse il più lungo nella storia dell’umanità moderna, nonostante le turbative intercorrenti – ha disassuefatto le ultime generazioni al senso della dolorosa precarietà e tragicità della condizione umana, creando così illusioni che eventi traumatici epocali come quello in corso possono poi smentire in modo tremendamente impattante.
La mia impressione, comunque, è che negli ultimi anni i grandi processi comunicativi stiano contribuendo molto più di prima a creare aree mentali collettive che nonostante tutto procedono – lentamente e conflittualmente, beninteso – verso una maggiore integrazione del pensiero compartecipato.
Vedo in questo senso il movimento mondiale di sensibilizzazione ecologista, ad esempio; o, in un passato meno recente, la diffusione dei movimenti pacifisti.   Queste onde culturali diffuse, pur con tutti i loro limiti, sembrano contribuire ad un livello collettivo di consapevolezza e di responsabilizzazione mai raggiunto in precedenza.
In un’ottica psicoanalitica, penso che vi sia un’analogia importante tra i processi di consapevolizzazione e di assunzione di responsabilità che sono messi in moto dall’esperienza analitica del singolo, e questi sviluppi – appunto, lenti e conflittuali - della mente collettiva.
In queste settimane le nuove generazioni stanno venendo in contatto esperienzialmente, malgrado loro, con pericoli sinora inimmaginati ma reali; con dolori prima non conosciuti e ora toccati con mano; con disagi e doveri collegati esplicitamente alla vita e alla morte; con responsabilità pesanti nel contribuire a mantenere in vita se stessi e i propri famigliari, e così via.
La frase ricorrente in questi giorni: “Niente sarà più come prima”, secondo me contiene molto di vero.
 
Bollorino:Sembra un film di fantascienza ma la realtà è che non siamo preparati al contagio che ne pensi?
 
Bolognini: E’ vero. Nei videogiochi tutti si sentono forti e si divertono, poiché la tensione immedesimativa con l’eroe rappresentato nel video si dissolve al pensiero concomitante che si tratta di una fiction, e quindi la tensione si scarica, procurando il piacere detensivo. 
Qui, nella (dis)avventura che stiamo vivendo davvero, non siamo forti e non ci divertiamo per niente; e non c’è detensione: il Covid 19 è un nemico invisibile, le misure protettive non possono essere che parziali, si fa quel che si può. 
Ci sono voluti molti giorni e molte ineludibili evidenze perché la gente si rendesse veramente conto del fatto che questo non è un videogioco, che questi flagelli non riguardano solo popolazioni esotiche e lontane, che in ospedale ci possiamo finire intubati tutti quanti, e che in definitiva questa è una specie di roulette russa in cui nessuno può sentirsi fuori dal gioco.
Il rientro depressivo nei limiti della condizione umana sta richiedendo tempi non brevi anche dal punto di vista psicologico, e ci sono ancora  sacche di resistenza maniacale/onnipotente irresponsabile (del tipo: “....E’ qui la festa?!?...”) un po’ dappertutto.
 
Bollorino:Cosa potrebbe lasciarci di positivo questa esperienza che obtorto collo ci tocca di vivere?
 
Bolognini: Lasciamo stare i proclami ottimistici, miglioristi, fideistici, che servono a raccontarcela in modo narcisistico e autocelebrativo (“saremo migliori”, “riscopriremo l’umanità e la fratellanza”, ecc.).  Mi sento in accordo con il sostanziale disincanto di Freud riguardo a queste idealizzazioni, e anche con la visione realistica di Franco Fornari riguardo alla minaccia atomica.   Però credo che si svilupperà almeno un po’ di maturità collettiva in più, alla fine, e un sano ridimensionamento delle illusioni, delle pretese narcisistiche e dell’onnipotenza imprevidente.   
Probabilmente consumeremo con più criterio, viaggeremo un po’ meno freneticamente e ridimensioneremo almeno un po’ il bisogno dell’”altrove” compulsivo che caratterizza spesso la fuga da noi stessi. 
Metteremo a fuoco con più realismo i nostri effettivi legami, affetti e investimenti; i nostri limiti, i nostri veri profili, che ci eravamo illusi di smentire in un tourbillon di onnipotenza favorito dalla tecnologia. 
Saremo un po’ più consapevoli di quello che siamo.
 
Bollorino: “La peste del 1300 ci ha “regalato il Decameron cosa potrebbe regalarci in positivo questa guerra al CoronaVirus?”
 
Bolognini: Non lo riesco nemmeno a immaginare, per la verità. La creatività umana riesce sempre a sorprenderci proprio in quanto tale, ricombinando in maniera inaspettata elementi che sono lì in giro, nel campo, ma che attendono di essere riassemblati in modo nuovo e riscoperti per nuovi usi e scopi.   Ma non ho dubbi: qualcosa di significativo nascerà da questa circostanza, e ci comunicherà prospettive che ancora non riusciamo a intravvedere.
 
Bollorino:Come vivi tu come persona e come analista questa temperie?”
 
Bolognini:  La vivo abbastanza male, grazie. Non mi piace affatto pensare di rischiare la pelle, né che la rischino altre persone; inoltre sono banalmente preoccupato, come tutti, per tutti gli effetti socio-economici seguenti. 
E come psicoanalista sono preoccupato per le sorti dei miei pazienti e del lavoro che abbiamo costruito insieme fino ad ora.
Viceversa non sono particolarmente preoccupato per le sorti della psicoanalisi in sé e delle sue organizzazioni scientifiche e societarie: la storia insegna che queste ultime sono risorte dopo la guerra in modo vitale e inaspettato; e soprattutto la psicoanalisi, come via di accesso speciale al mondo interno e agli scambi profondi e mutativi tra le persone, è una risorsa troppo preziosa perché l’umanità la dimentichi o vi rinunci.
Di quella, ormai, nessuno farà più a meno, una volta che l’emergenza sia passata, perché è lì la chiave per entrare “dentro”, nel Vero Sé, per ritrovare noi stessi.
E sotto sotto questo lo hanno capito tutti, anche quelli che ne parlano male.

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Condivido il disincanto realistico che si coniuga con la critica alla presunta onnipotenza umana, nei segni concreti del reale e per i suoi aspetti patogeni virali, e la cessazione delle illusioni individuali e collettive. "Morto Dio" sono state inventate altre divinità che disumanizzano l'uomo, generando un delirio collettivo di sicurezza e protezione che non può essere vero e con esiti negativi per l'individuo e per la società. Nella condizione della precarietà psicologica troviamo il sigillo della nostra umanità.


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