LA SCUOLA FENOMENOLOGICA: LA NOSTRA CASA-DIETRO-IL-MONDO

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8 aprile, 2020 - 09:54
“Incontro e scommessa ogni volta, viandanti nel nostro percorso, nella lacerazione e nella cura” (G. Di Petta)
 
Ricordo nitidamente un sogno che feci al primo anno di specializzazione: mi apprestavo con trepidazione commista a timida deferenza a raggiungere la Scuola per una prima lezione mattutina, non mi era dato sapere quale fosse la sede perché un attimo dopo mi ritrovavo improvvisamente al suo interno, ogni lezione veniva tenuta unicamente dall’indefesso prof. Stanghellini e si svolgeva al centro di un'immensa sala concentrica dalle pareti bordeaux, di cui spiccavano i toni decisi del legno scuro e gli intarsi dorati dei suoi mobili antichi e barocchi, l’atmosfera dal sapore familiare e confortante era creata e rinvigorita dal fuoco vivo di un enorme camino rustico, in pietra e sproporzionatamente grande al suo centro che rimaneva sempre acceso e che proprio Francesca (che concretamente, con una disponibilità e gentilezza eccezionali, è sempre stata il motore organizzativo per eccellenza della Scuola, in grado di gestire ogni richiesta e questione burocratica degli specializzandi, anche quelle più spinose) aveva il compito di aizzare continuamente; non ricordo i volti dei miei compagni né tantomeno le loro presenze, ricordo solo l’ampiezza eccedente del camino, il tepore casalingo e rincuorante di quell’ambiente e il tema delle lezioni che rimaneva invariabilmente lo stesso, ogni volta: “la teoria del Sé di Winnicott”.
A distanza di 4 anni ripenso a quel sogno profetico: quel “Vero Sé” (Winnicott), quel Sé incarnato (diremmo noi fenomenologi), quell’“esperienza essenziale della presenza-al-mondo” (Stanghellini) ha trovato metaforicamente e matericamente una calda casa, un luogo affrancante dove la mia naturale inquietudine e insoddisfazione per l'impostazione nosografico-tecnica ha potuto placare quella connaturata sua fame e, allo stesso tempo, ha conservato lo stimolo perenne per non saturarla mai.
Con tutto il cuore sono grata per ciò che l'incontro con i Maestri della Scuola di Specializzazione ha dischiuso ai miei occhi: una differente e ritemprante prospettiva che ha chiarificato e ri-significato il mio modo di conoscere, vedere e soprattutto esperire la clinica.
In questa nostra patria di auto-riconoscimento ho assaporato il piacere di alimentare incessantemente quella passione e quella meraviglia che muove all'approssimazione delle altrui alterità e all'esplorazione delicata e intensa di mondi vissuti.
L’incontro, del tutto fortuito, con la Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica è stato, per me, un ritrovamento inaspettato, dopo un lungo e logorante spaesamento, di un mio proprio posto, di una commovente e lacerante intimità, al quale appartenere e nel quale, finalmente, sentirmi riconosciuta e riconoscermi.
È indubbio che i miei Maestri abbiano avuto lo straordinario merito di tenere ardente, nei giovani e curiosi allievi come me, la passione per le molteplici coloriture e per la ricchezza multiforme dell’animo umano e (preservando con amore, dedizione e delicatezza la tradizione italiana storico-clinica della psicopatologica fenomenologica incarnata nei loro “padri”, in particolare nelle illustri e sapienti figure di Ballerini, Callieri, Calvi) ci hanno preparato e avviato ad una pratica terapeutica che, proprio da questa psicopatologia così declinata, trae la sua linfa vitale.
Dentro la Scuola ho scoperto (e sono certa che questo sia il medesimo sentire della maggior parte dei colleghi oramai diplomati come me) quella che, con un’immagine eidetica straordinaria, Kimura definiva "la casa dietro-il-mondo", zona di silenzio e ristoratrice al riparo dal fragore rintronante e totalizzante del paradigma tecnico-organicista, uno spazio incarnato e, allo stesso tempo, trascendentale dove il clinico fenomenologicamente atteggiato, attraverso l’epochè autentica e radicale, giunge (nel suo essere errantico) al luogo del “Tra” (Kimura) proprio lì, dove avviene l’incontro col Dasein del paziente e si genera quell’atmosfera inconfondibile fatta della tensione continua tra la mia interrogazione, la mia capacità evocativa di pizzicare le corde del mio paziente e la sua capacità di prendere posizione di fronte alle mie aperture, dentro una clinica dell’esistenza vissuta.
In questo “Infra-Mondo” (Di Petta), per noi clinici, è possibile sostare e sentire ardente la passione sostenuta dalle nostre emozioni trainanti fondamentali: l’inquietudine e la fascinazione per la follia, essi sono i nostri moventi connaturati, i motivi fondamentali e vitalizzanti che rappresentano la condizione di possibilità del nostro essere fenomenologi e che sono posseduti già in eccesso da noi, calibrati per mezzo della Scuola stessa in modo da forgiarne uno strumento terapeutico, in modo da “aggiungere Esattezza (Genauigkeit) alla nostra Anima (Seele)” (Stanghellini), tenendo viva la nostra fiamma senza ergere un movimento difensivo, senza bruciarci né bruciare i nostri pazienti.  
La nostra Scuola è metaforicamente e operativamente figlia della ricerca (nel tentativo, compiuto dai nostri Maestri, di andare oltre quel “Einstellung” o “posizionamento fenomenologico intrinsecamente terapeutico” decantato dai precursori) di un metodo terapeutico insegnabile e fruibile in equilibrio dialettico tra una quota di oggettivismo visibile e un soggettivismo invisibile, reso però servibile in funzione della terapia, in armonia fra l’incontro “romantico” e l’esercizio “formale”.
Noi tutti siamo i suoi eredi, gli “eredi della passione per l’invisibile” (Stanghellini).
Il bilanciere per assicurarne l’equilibrio è l’epochè attraverso cui fenomenologo e paziente costituiscono un mondo comune nel quale spogliarsi di ogni consuetudine e squarciare il velo della mondanità, in questo luogo avviene la rottura del cristallo dell'ovvietà che li assorbe e il ri-posizionamento in una nuova, intersoggettiva e incarnata, cornice di mondo e di senso.
Attraverso questo “Mit-Welt” (Di Petta) nel quale la mia coscienza e quella del mio paziente si intenzionano, il nostro Erlebnis diviene quella scheggia di spazio, di tempo, di mondo, quel segmento del “Noi” da dispiegare, un’esperienza condivisa nella temporalità intermedia dove è accaduto l’incontro, dove “io, terapeuta, mi scopro ospite presso il mondo in cui tu, paziente, abiti” (Di Petta).
Sperimentiamo l’“essere-con” nell'articolazione dei modi possibili del nostro incontro, nella fondazione di uno spazio che sia prima di tutto umano, in quella “casa relazionale” (Stolorow) all'interno della quale la dimensione clinica trova la sua significatività irripetibile.
La Scuola ha offerto al nostro sguardo l’opportunità di porci di fronte al singolo paziente nella posizione husserliana dell'“eterno debuttante” (Ballerini), partendo ineludibilmente dai modi-di-essere-nel mondo espressi nei singoli vissuti del soggetto, accolti quali fenomeni da dispiegare nella loro concretezza esperienziale, laddove “non può esserci psicopatologia senza considerazione, preoccupazione, cura dell'umano esperire” (Callieri). 
Attraverso questa “danza nel cuore dell’essere dall’etica anarchica, che rinuncia ad ogni ideologia” (Stanghellini) che è la fenomenologia, possiamo andare verso “le cose stesse” cioè cogliere i fenomeni dell’esperienza soggettiva nella loro essenzialità, toccare i punti cardinali della presenza umana, muoversi “nel cuore dell’essere” che è l’individualità dell’altro, la cui peculiarità non concede alcuno spazio ad un filtro analogico (tramite il quale egli possa essere riconosciuto in quanto già precedentemente conosciuto).
Difatti, la nostra pratica è tale nel gesto radicale del non voler sapere prima di incontrare l’altro nella sua singolarità; l’attenzione viscerale alla soggettività dell’altro pone come insopprimibile questa primogenitura dell’esperienza (del mondo e dell’unicità dell’altro), rifiutando l’illusione della com-prensione dell’essere umano nella sua interezza.
Animati da un genuino interesse per il modo-di-essere-nel-mondo del paziente, in quanto fenomenologi sosteniamo che la sovrapposizione tra il mio mondo e il mondo altrui non sia mai completa ma sempre limitata e relativa; operiamo nella consapevolezza imprescindibile che l’altro abita un suo, specifico, mondo (solo parzialmente condivisibile con il mio).
Conseguentemente a questo principio fondante, i comportamenti del paziente diventano comprensibili non attraverso il metodo insufficiente dell’intuizione empatica ma esclusivamente a partire da una ricostruzione certosina del mondo in cui egli vive, che ne colga le strutture basilari e che renda conoscibile, spiegabile e significativo il modo in cui egli esperisce e si muove nella propria dimensione di vita vissuta.
II “presupposto eterologico” (Stanghellini) pone l’altro come radicalmente altro, sostiene che l’altro non sia riducibile allo stesso né appiattibile alla categoria analogica dell’uguale; egli non è conoscibile come mio analogo, piuttosto le sue esperienze e il suo mondo non sono afferrabili in virtù della radicale alterità che lo caratterizza e definisce; il mondo dell’altro si rivela essere inattingibile nella sua totalità ma approssimabile e com-prensibile solo ammettendo l’incompatibilità tra l’altro e il mio desiderio (nonché possibilità) di assimilarlo completamente.
Diventa, allora, essenziale impiegare un metodo per esplorare il fenomeno clinico che, diversamente dalle tecniche (consistenti in uno strumentario inflessibile e impersonale) ha finalità dapprima conoscitive (solo in seguito mutative) ed è personalizzabile, cioè flessibile e declinabile nella relazione individuale; il metodo rappresenta ciò di cui possiamo disporre secondo le nostre inclinazioni e che ci dispone apertamente all'incontro con ogni specifico mondo vissuto.
A partire da questo sentiero, tracciato per non perdersi durante la nostra esplorazione nomadica, è attraverso la ricerca degli organizzatori psicopatologici (le categorie donatrici di senso che ordinano la congerie di esperienze sulla base di uno specifico mondo psicopatologico) che i singoli fenomeni e sintomi perdono il carattere caotico, discreto e disparato e assumono un carattere coerente in quanto appartenenti ad un insieme strutturale e gestaltico dotato di senso; le patologie non sono meri aggregati sommatori di sintomi, ma strutture e i molteplici fenomeni presenti in una patologia sono interconnessi secondo logiche di significato.
Fenomenologicamente la patologia mentale si configura come l’interruzione del dialogo con l’alterità, questa crisi è all’origine dei sintomi psicopatologici; il sintomo, come ci ha mostrato Stanghellini, è l’alterità inascoltata e più non dialogata né dialogabile del soggetto che grida per essere ascoltata e decifrata attraverso il dialogo (la cura) foriera di ri-significazione del vissuto personale e di auto-riconoscimento per il paziente.
I fenomeni che caratterizzano una data condizione psicopatologica si cristallizzano in una totalità strutturale dotata del proprio senso e all’interno della quale il sintomo non rappresenta un fenomeno abnorme da rendere silente ed eradicare, ma è un elemento strutturale che, come prima operazione, merita di essere accolto e compreso in quanto prezioso significato personale, intessuto nella storia di vita del paziente.
I sintomi psicopatologici non sono accadimenti accidentali privi di significato, ma piuttosto rappresentano la manifestazione di un implicito cambiamento nelle strutture fondamentali della soggettività del paziente (la propria temporalità, spazialità, corporeità, ipseità, alterità) che rende manifesta per il paziente l’opportunità di cogliere la verità su sé stesso, configurandosi come il suo motore primario di auto-consapevolezza.
Come un “Giano bifronte” (Callieri), lo psicopatologo fenomenologicamente formato vive, nella pratica clinica, il carattere perennemente contraddittorio dei fenomeni, concettualizzabili, a seconda della distanza e della partecipazione empatica, come entità oggettivate e reificabili oppure come esperienze soggettive irriducibili, all’interno di quell’ambiguità della nostra disciplina che consiste nella “continua oscillazione tra avere-di-fronte-qualcosa ed essere-con-qualcuno” (Cargnello).
L’approccio fenomenologico offre la possibilità di sondare il soggetto e il suo “modo-di-essere-nel-mondo” in quel dialogo, in quel dispositivo tramite il quale “io, terapeuta, sospendo le mie pre-conoscenze per consentire a me stesso di lasciarmi spiazzare dal discorso dell’altro, il mio paziente” (Stanghellini).
Così, l’atteggiamento fenomenologico terapeuticamente declinato e orientato dalla propria insoddisfazione per i codici obiettivanti (che inesorabilmente soffocano il senso stesso dei fenomeni soggettivi) è l’unico atto a garantire la disposizione alla meraviglia, nonché la perpetua interrogazione sul senso primariamente antropologico della nostra pratica clinica.
A chi lo incarna giorno dopo giorno in ogni nuovo e irripetibile momento clinico, è dedicato questo mio scritto, ad ognuno dei miei Maestri che ho avuto il privilegio di incontrare, in particolar modo ai 3 che mi hanno maggiormente toccato, che io ho vestito delle peculiari qualità “tattili” che hanno riecheggiato, appositamente per loro, nel mio immaginario: dedicato alle asperità proteiformi e alla raffinatezza degli interrogativi sempre rigorosamente insaturabili e rilancianti del professor Stanghellini; alla morbidezza, alla delicatezza e sinuosità delle parole del professor Correale che disegnano ogni immagine nella propria pura vividezza; alla ruvidezza e profondità delle taglienti e vibranti liriche del professor Di Petta.
A loro, più che ad ogni altro, va il merito della mia fierezza provata sin dai primi giorni da specializzanda, quella stessa pienezza e consapevolezza che mi accompagna oggi che sono specializzata e che so, Immer Wieder, non mi abbandonerà mai.
 
 
Bibliografia
 
Ballerini, A., “Psicopatologia fenomenologica: percorsi di lettura”. CIC Edizioni Internazionali, 2002.
BIN K., “Scritti di psicopatologia fenomenologica”, Giovanni Fioriti Editore, 2016.
BIN K., “Tra. Per una fenomenologia dell'incontro”, Il Pozzo di Giacobbe Editore, 2013.
CALLIERI B., “Corpo esistenze mondi. Per una psicopatologia antropologica”, Edizioni Universitarie, Romane, 2007.
Callieri, B., Maldonato, M., Di Petta, G., Lineamenti di Psicopatologia fenomenologica. Alfredo Guida, 1999.
CARGNELLO D., “Alterità e alienità”. Feltrinelli, 1977.
DI PETTA G., “Il mondo vissuto. Clinica dell’esistenza. Fenomenologia della cura", Edizioni Universitarie Romane, 2003.
Husserl E., “Idea per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica”, Einaudi Editore, 1965.
Jaspers K., “Psicopatologia generale”, Il pensiero scientifico Editore, 1964.
STANGHELLINI G., “Noi siamo un dialogo. Antropologia, psicopatologia, cura”, Raffaello Cortina Editore, 2017.
STANGHELLINI G., MANCINI M., “Mondi psicopatologici. Teoria e pratica dell'intervista psicoterapeutica”, Edra Editore, 2018.
Stolorow, R.D., Atwood, G.E., Brandchaft, B., (1994), “La prospettiva intersoggettiva”. Tr. It. Borla, 1996.
Winnicott D. W., “Sviluppo affettivo e ambiente”, Armando, 1960.
 
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