Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

Disenfranchised grief nella pandemia di Covid-19

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23 aprile, 2020 - 18:12
di Massimo Lanzaro

Gli esseri umani, pur sforzandosi di essere razionali affidandosi alla logica, sono anche profondamente pre-logici, il che significa che le emozioni giocano un ruolo fondamentale a volte anche ribaltando le scelte più pianificate o basate su dati di fatto.
Una delle reazioni principali di base nel caso di eventi come questa pandemia da Coronavirus è sperimentare paura, emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza. Insieme alla paura tendiamo poi ad elaborare risposte più articolate, tipiche dell’essere umano. In questo articolo cerco di descriverne alcune che purtroppo riguardano moltissimi di noi e che spesso, per essere affrontate nel modo giusto richiederebbero un supporto terapeutico, cioè l’aiuto di un medico o di uno psicoterapeuta.
 
Il modello a cinque fasi, elaborato nel 1970 da Kubler-Ross, rappresenta uno strumento che permette appunto di capire alcune dinamiche mentali frequenti. Inizialmente applicato alla persona cui è stata diagnosticata una malattia terminale, poi gli psicoterapeuti hanno visto che è valido anche ogni volta che ci sia da elaborare un lutto solo affettivo e/o ideologico e in senso lato a qualsiasi evento che viene percepito più o meno inconsciamente come “perdita”.
 
Quindi potremmo dire che la reazione psicologica ad un lutto reale (grief nella letteratura anglosassone) spesso non si discosta molto da quella che segue ad una perdita significativa (anche di cose immateriali: “disenfranchised grief”). E’ stato ipotizzato che la reazione tipica a questo genere di sofferenza possa essere compendiato e riflesso in quello che è stato definito “l’archetipo di Giobbe” (Lanzaro, 2011).
 
Ecco alcuni esempi di disenfranchised grief:
 
-       la reazione della persona cui viene diagnosticata una malattia (ad esempio l’infezione da coronavirus, che comporta perdita dello stato di salute);
-       l’elaborazione della possibilità di perdere un congiunto;
-       la cosiddetta perdita della libertà dovuta al lockdown;
-       la eventuale perdita del lavoro, più o meno temporanea e le perdite economiche conseguenti;
-       la perdita della sicurezza ontologica come parte della struttura identitaria;
-       la perdita temporanea del partner se ubicato in luoghi temporaneamente non raggiungibili;
-       la perdita di un modo di pensare a se stessi.
 
Sottolineo che si tratta di un modello a fasi, e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, come vedremo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte.
 
C’è di più: questa chiave di lettura è applicabile sia a livello del singolo individuo che nella dimensione sociale, come ha fatto notare recentemente Slavoj Žižek.
 
Infatti è possibile distinguere le stesse cinque fasi in ogni congiuntura che pone la società di fronte a una qualche rottura traumatica o catastrofica. Prendiamo l’esempio dell’epidemia COVID 19. Anzitutto dopo lo shock  c’è stata la fase di negazione (“non sta succedendo nulla di grave, è una banale influenza); quindi rabbia e paura accentuata, di solito sotto forma di razzismo o anti/statalismo (“la colpa è di quei luridi cinesi, lo stato è inefficiente”); segue la negoziazione (“va bene ci sono alcune vittime ma si possono limitare i danni se…”); se non funziona insorge la depressione (“non ci prendiamo in giro siamo tutti spacciati”) e infine l’accettazione. 
 
Che forma potrebbe assumere a livello collettivo l’accettazione? Forse rammentandoci la contingenza ultima della vita: per quanto spettacolari possano essere gli edifici che fondiamo una stupida contingenza naturale come un virus o un asteroide può decretarne la fine ... per non citare la lezione dell’ecologia ovvero che noi umani senza nemmeno rendercene conto possiamo contribuire a questo triste epilogo.
 
Torniamo ora al modello applicato al singolo individuo descrivendo le varie fasi.
 
Fase della negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?”, “Non è possibile, si sbaglia!”, “Non ci posso credere” sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente, usando come meccanismo di difesa il rigetto dell'esame di realtà, ritiene impossibile di avere la malattia. Non è improbabile che questa reazione conduca ad un ritardo nelle cure, che magari favorisce una forma più grave dell’infezione, nel nostro caso.
 
Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?” o, nel caso di un’epidemia “perché proprio a noi?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche questa il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé (analogo ritardo delle cure).
 
Fase della contrattazione o del patteggiamento: in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera di relazione del paziente, sia con le figure religiose: “se prendo le medicine, crede che potrò …”, “forse la mia non è una forma grave e se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita.
 
Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono più o meno temporanemaente persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. 
 
Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti” (sia in senso pratico, che in senso psicoanalitico). 
 
Individuare la fase emotiva in cui una persona che è in difficoltà si trova è il presupposto per iniziare qualsiasi intervento terapeutico e di aiuto.

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