Traiettorie, non destinazioni
Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

Bollorino e Di Petta raccontano la parabola umana di Gerolamo Rizzo

Share this
4 maggio, 2020 - 19:40
di Massimo Lanzaro
Racchiude la testimonianza potente di un paziente psichiatrico “La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario ‘clinico’ di una follia vissuta”, il libro (Alpes, 2020) del genovese Francesco Bollorino, psichiatra conosciuto ai più (anche) per i suoi profusi sforzi nella gestione di Psychiatry on line Italia, e del napoletano Gilberto Di Petta, psichiatra la cui sensibilità e poliedricità di scrittore è ormai possiamo dire consacrata.

Ricordo al volo il recente “Eroiniche vite. Frammenti di incontri” scritto a quattro mani con Pietro Scurti, ad esempio. Questo nuovo lavoro parte dall’amore per gli archivi di Bollorino che ha riportato alla luce gli scritti di un maestro di scuola, Gerolamo Rizzo appunto, afflitto da “manie persecutorie”: esperiva allucinazioni uditive amplificate dal “Macrocacofono”, una sorta di macchina influenzante che, secondo lui, espandeva i suoi pensieri rendendoli accessibili a tutti. Il 30 settembre del 1908 in Piazza Umberto I, complice una rivoltella (allora facilmente reperibile) e qualche bicchierino di troppo, uccide un prete che non conosceva ma che per lui sfortunatamente rappresentava la “summa” dei suoi persecutori.

Bollorino e Di Petta, con note precise e molto esplicative, ripropongono ciò che il paziente ha scritto di suo pugno per poi lasciare a tre saggi in appendice – a firma di Rita Corsa, Pierpaolo Martucci e Paolo Peloso – la possibilità di sviscerare e considerare diversi lati della faccenda, da quelli del contesto storico e della cronaca giornalistica dell’epoca a quelli degli studi psichiatrici coevi e di oggi, non tralasciando il tema dei manicomi criminali/OPG. “La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario ‘clinico’ di una follia vissuta” è un testo scorrevole che si lascia leggere con molta facilità anche da chi non è esperto della materia, avendo un intento documentale e divulgativo di un’infelice esperienza umana di profonda solitudine con protagonista un uomo di lettere che guardava il mondo attraverso lenti cerchiate da una montatura dorata e il cui volto era incorniciato da due riccioli impertinenti che calavano evidenti sulla sua fronte. L’esistenza umana di Gerolamo Rizzo caratterizzata da questo male oscuro è da lui stesso scritta in un breve periodo della sua reclusione – in maniera anche alquanto precisa e lucida, individuando nell’estate del 1904 l’esordio conclamato della malattia -, perché lo scritto si ferma ventiquattro anni prima della sua morte, avvenuta l’11 febbraio 1932, per mano di un altro ammalato ricoverato nell’Istituto Psichiatrico di Quarto.




Mi si consenta una chiosa personale: la qualità di Francesco Bollorino non si discute, ma quello che ammiro in particolare di Gilberto di Petta è la sua capacità di  contribuire con rigore all'Oxford Handbook of Phenomenological Psychopathology (un testo che nemmeno uno specialista legge senza qualche difficoltà) e, in un momento diverso, infoderato il fioretto, sa impugnare una mannaia o una baionetta (si fa per dire), attaccando la materia della contesa con la immutata,  necessaria sagacia e piglio, e sfornado alfin sempre scritti di analogo, enorme gusto e valore.


 

> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 684