IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Tra realtà scientifica e romanzesca

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9 giugno, 2020 - 09:24
di Antonello Sciacchitano
È degno di ammirazione il Pi greco
Tre virgola uno quattro uno.
Anche tutte le sue cifre successive sono iniziali,
cinque nove due, poiché non finisce mai.
W. Szymborska, Pi greco

 
La mia visione della storia della scienza sembrerà semplicistica; perciò sarà facilmente fraintesa. In realtà è schematica; interpreta 25 secoli di storia dell’Occidente in modo univoco. Sostiene che all’origine, nell’antica Grecia, scienza e storia coincidessero: anticamente (oggi, umanisticamente) “scienza” (episteme) significava scire per causas ovvero “conoscere attraverso le cause”. Sostanzialmente si trattava di conoscenza attraverso la narrazione degli eventi. Gli antichi greci facevano scienza raccontando l’associazione di causa ed effetto nell’evento storico; credevano di fare scienza, perché venivano a sapere (erfahren) l’effetto conoscendo – o immaginando di conoscere – la causa o il complesso delle cause che lo precedono e lo producono. Il tempo di sapere era per loro cronologico: post hoc, ergo propter hoc. Era il tempo della narrazione.

Non è stravagante la mia affermazione. Lo stabilì Aristotele sin dalle prime righe della sua Metafisica. Si chiama principio di ragion sufficiente; si basa sull’ontologia che distingue il vero che è vero, perché ha una causa che lo fa essere, dal falso che è falso, perché non ha cause che lo facciano essere. L’eziologico è un discorso di verità ontologica; perciò è tanto difficile da smontare o decostruire, come dice Derrida, anche a distanza di secoli. È ormai radicato nel senso comune, in particolare nella mentalità medica.

C’era però un’ingombrante eccezione epistemica al paradigma onto-eziologico: i tredici libri degli Elementi di Euclide. Euclide fondò la geometria come scienza ipotetico-deduttiva, con assiomi da cui dedurre teoremi, senza convocare eziologie. Non c’è causa che abbia come effetto il teorema di Pitagora; c’è l’assioma che stabilisce l’unicità della parallela per un punto a una retta data; la quinta richiesta (aitema) del Libro I degli Elementi non vale in assoluto; essa decade insieme al teorema di Pitagora nelle geometrie non euclidee, per esempio sulla superficie terrestre.

Ma gli antichi furono scaltri e trovarono un elegante trucco per mettere l’ontologia al riparo dalle perplessità dell’epistemologia e difendere il principio di ragion sufficiente. Grazie all’idealismo platonico, consolidato da Aristotele nella metafisica delle essenze, la geometria non era considerata scienza del reale, ma dell’ideale; trattava forme ideali date una volta per sempre: il triangolo, il cerchio, il poliedro platonico erano esempi di perfezione extraterrestre in un universo parabolico a curvatura nulla. Il perfetto non può progredire oltre sé stesso, pena non essere più perfetto. Non stupisce che non ci sia stato sostanziale progresso matematico nei 19 secoli post-euclidei, con poche eccezioni: Archimede (III sec. a.C.), Diofanto e Pappo (III-IV sec. d.C.), Leonardo Pisano, detto Fibonacci, (XII sec), che trattarono una matematica algoritmica, in Leonardo già chiaramente orientata all’algebra come teoria dell’aritmetica. L’evoluzione algebrica, quando partì, si basò sul concetto moderno di variabile, il cui termine era addirittura assente dal vocabolario greco antico. I greci antichi lavoravano con quantità (méghethos) ma non riconobbero che erano valori di una variabile (perimetro, area, volume).

Con Galilei e Cartesio le cose cambiarono radicalmente, non senza traumi. L’operazione di Galilei fu epocale, per non dire sovversiva: spostò la geometria da scienza dell’ideale a pratica del reale. Si noti bene, Galilei non seguì qualche principio di concordanza cognitivista tra ontologia ed epistemologia di tipo o tomista (adaequatio rei et intellectus) o vichiano (verum et factum convertuntur). Il reale galileiano è molto prossimo al reale lacaniano che non cessa di non scriversi, cioè di non rappresentarsi. Il reale scientifico moderno si configura al modo dei numeri irrazionali, giustamente detti numeri reali, come radice di due o pi greco, che non si possono scrivere come rapporto (ratio) tra due numeri interi, ma si devono rappresentare mediante un’espansione decimale infinita che non sta in un rigo di scrittura. Il reale scientifico si può solo approssimare – una nozione quella di approssimazione che il pensiero pregalileiano non ebbe, non disponendo della necessaria nozione di variabilità e di un’adeguata topologia. Non se ne abbiano a male i miei colleghi lacaniani: Lacan disse molte cose che i matematici sapevano già. Come scrisse la Szimborska, che comprese Galilei meglio dei filosofi, l’infinito è sempre solo un inizio. In aritmetica lo zero è prossimo all’infinito. L’importante è cominciare. Per via dei paraocchi idealistici gli antichi non ebbero familiarità con l’infinito; non si accorsero che cominciava da zero.

Quella di Galilei fu l’operazione radicale del soggetto della scienza, che ancora i lacaniani di scuola non riconoscono, insistendo sulla preclusione del soggetto dal discorso scientifico. Dopo Galilei il reale non è più “raccontato” dalla storia, principalmente dalla narrazione religiosa, ma è circoscritto da una scrittura senza parole: quella delle formule algebriche. Alt! Pericolo per il senso comune! Sono in pericolo le certezze ammesse e autorizzate da chi detiene il potere. L’eliocentrismo fu un buon pretesto per processare Galilei e imbavagliarlo. La forsennata reazione della Curia romana era giustificata dal punto di vista politico: difendeva la Sacra Scrittura, che scrive la parola di Dio; temeva l’invadenza della scrittura algebrica, che non ha parole per raccontare favole. Il defensor fidei, all’epoca papa Urbano VIII, tale cardinale Maffeo Vincenzo Barberini, già amico di Galilei, tentò un’operazione analoga a quella inventata dal cavaliere dalla Triste Figura, a difesa della scrittura cavalleresca, minacciata dal declino inesorabile, imposto dalla nuova civiltà scientifica.

Il punto storicamente paradossale è che scienza moderna e letteratura romanzesca esordirono contemporaneamente in epoca barocca e tuttora procedono su strade parallele, incuranti l’una dell’altra. L’antichità non ebbe romanzi, eccetto la Bibbia e l’Odissea, come non ebbe la scienza del moto, avendo del movimento solo rappresentazioni antropomorfe. Scienze e romanzi sono acquisizioni dell’era moderna. Hanno la stessa madre, però: la scienza storica di Erodoto e Tucidide, entrambi per altro non poco compromessi con il potere vigente. La loro “scienza storica” si sdoppiò in scienza propriamente detta e romanzo; poi, dei due fratelli, ognuno andò per la sua strada. Una variante dell’approccio classico, che rivalutava la storia, fu lo storicismo della filosofia idealistica, di cui si faceva l’apologia ancora tra i banchi del mio liceo.

Cito un caso singolare ma paradigmatico. Il secondo volume del Don Chisciotte di Cervantes esce nel 1614. Il Saggiatore di Galilei è del 1618. Questa sincronia dovrebbe far riflettere. Forse non è una coincidenza casuale ma un evento strutturale. Da una parte c’è il libro di carta, scritto con caratteri alfabetici che narra storie, nel caso quelle di cavalieri erranti, più erranti che cavalieri; dall’altra c’è il libro della natura scritto con caratteri geometrici: cerchi e triangoli, illeggibili per i non geometri. Si noti che nel testo citato Galilei prese un granchio che non sarà né l’unico né il minore della sua lunga carriera. Sostenne che le comete sono un fenomeno atmosferico contro il Grassi che le considerava correttamente un fenomeno astrale. Così va la scienza; può sbagliare congettura, ma segue un metodo che le consente di correggersi e “avanzarsi”, mentre la dottrina, proprio perché si ritiene padrona del vero, resta ferma e non cambia mai.

Dal XVII secolo in poi scienza e romanzo vanno di pari passo, quasi gemelli siamesi separati alla nascita, portatori di istanze intellettuali inconciliabili: il reale dalla parte della scienza, l’ideale dalla parte del romanzo. Da una parte c’è la sincronia dei fenomeni scientifici, trattata in via congetturale; dall’altra la diacronia degli eventi storici o dati per tali, trattati in nome della verità; da una parte, ci sono modelli composti da componenti elementari che interagiscono tra di loro con risultati spesso caotici; dall’altra leggiamo lunghe storie di trasformazioni esistenziali di un’essenza in un’altra. Il genere romanzesco si dà come tema la vita individuale o collettiva, che la scienza galileiana – essendo meccanica, quantitativa e oggettiva – sembra relegare in secondo piano. Sono le cosiddette due culture: una moderna, l’altra antica.

Con una differenza sostanziale negli esiti: alla scienza moderna il senso comune resiste tuttora; non ne vuole sapere; come l’antico Inquisitore, non ne vuole sentir parlare. Nell’attuale pandemia da Sars-Cov 2 i virologi sono accusati di aver complottato a diffondere il virus come moderni untori. Insomma, il reale della scienza galileiana, avendo poca verità, è insopportabile; viceversa, la realtà romanzesca, sempre meno scientifica e sempre più immaginaria, apparentemente più ricca di verità soggettive, è sempre più gettonata, anche se sempre più falsa. Chi non preferisce un romanzo giallo a un teorema sull’entanglement quantistico? Le favole servono per addormentarsi; le teorie scientifiche danno la sveglia all’intelligenza, anche se sono solo congetturali.

Da dove mi deriva quest’approccio così poco accademico all’epistemologia?

Non certo dall’accademia, ma dalla mia pratica di una nuova scienza, che nacque con molte pretese di scientificità, ma finì per fallire e diventò romanzesca: la psicanalisi di Freud. Freud fu animato da un’intima contraddizione: voleva fondare una nuova scienza, la scienza dell’inconscio, ma prevalse la sua vocazione letteraria. Fu tradito dalla sua Gymnasialbildungdalla sua formazione liceale classica – “umanistica” traduce Pierrette Lavanchy nella famosa lettera aperta a Romain Rolland (1936). Già sulla quarantina, negli Studi sull’isteria (1895), scritti in collaborazione con Breuer, Freud si rammaricava che i suoi casi clinici si leggessero come novelle, prive del marchio dell’autentica scientificità. Eravamo alle soglie di un patetico fallimento, tanto che alla fine, 42 anni dopo, in Analisi finita e infinita (1937), Freud getterà la spugna, dichiarando la psicanalisi una delle tre professioni impossibili insieme a educare e governare. Curioso che un ricercatore, nato come neuropatologo, non annoveri la scienza tra i mestieri impossibili. Aveva capito che la “sua” psicanalisi non era più scientifica? Condivido comunque l’opinione di Freud; per governare un popolo in modo autoritario o educare un giovane in modo repressivo basta saper ipnotizzare il soggetto collettivo o individuale. Dall’alto dell’Ideale dell’Io, i dittatori ipnotizzano i sudditi; i maestri delle scuole di psicanalisi ipnotizzano gli allievi in formazione. Fare scienza, senza voler convincere nessuno, è tutt’altro discorso.

Le intuizioni scientifiche di Freud – l’inconscio, la rimozione primaria, l’acquisizione differita del sapere sessuale – furono assiomi di stampo galileiano, come il principio d’inerzia; furono formulazioni mentali prima che costatazioni empiriche. Purtroppo Freud le calò in un dispositivo teorico aristotelico, la metapsicologia pulsionale, dove ogni fenomeno ha una causa; le pulsioni sessuali fungono da cause efficienti e la pulsione di morte da causa finale. Vino nuovo in otri vecchi. Non poteva che finire male, cioè nella deriva medica della psicanalisi, essendo la medicina una tecnica cognitiva, strettamente ontologica, governata dal principio di ragion sufficiente. Invano per tutta la vita Freud combatté contro i medici, chiamandoli ora “selvaggi” ora “non laici”; i medici ebbero facilmente partita vinta, per la semplice ragione che Freud non mollò mai gli ormeggi che lo inchiodavano alla medicina, ritenuta in modo fallace una scienza. Una fallacia molto comune, quella freudiana: la medicina è sì una scienza, ma antica, cioè eziologica; non fa posto all’indeterminismo della meccanica quantistica. E sappiamo quanto sovra-determinista sia stato Freud.

Dove va a parare questo discorso?

Mira a qualcosa che ancora non esiste, ma non è del tutto irragionevole supporre che un domani possa esistere: la psicanalisi galileiana. A costo di incappare negli errori di Galilei sulle comete o sulle maree, o magari più gravi, personalmente opero nel senso di creare una psicanalisi scientifica, fatta di “sensate esperienze cliniche e necessarie dimostrazioni” a partire dagli assiomi citati. Spero di non aver commesso in 45 anni di carriera errori più gravi di quelli di Freud con Dora o con l’Uomo dei lupi, in nome della scienza antica.

Dov’è la mia Cristina di Lorena che sponsorizzi questo programma di ricerca scientifica in psicanalisi, ammesso che trovi soggetti interessati a svilupparlo?

Conosco l’obiezione di fondo al mio programma di psicanalisi scientifica. In assenza di eziologia, dove va finire la psicoterapia, sotto le cui vesti la psicanalisi esordì in pubblico, giusto per farsi accettare? Semplicemente va in fumo. Se non esistono cause psichiche, non ha senso intervenire per modificarle e “curare” il disturbo psichico. Senza cause psichiche è impossibile predisporre controcause che restituiscano lo stato premorboso, secondo il modello medico di guarigione dalla malattia infettiva, grazie ad antibiotici o vaccini. Quindi, la psicanalisi scientifica perde ogni giustificazione sociale: è inutile alla vita collettiva, del cui disagio non si fa carico. Insomma, bisogna riconoscerlo: la psicanalisi galileiana, non essendo eziologica, è originariamente indifferente alla terapia. È un lusso per esaltati del discorso scientifico.

Tuttavia, il destino scientifico è inscritto nei cromosomi della psicanalisi, a cominciare dall’attenzione equifluttuante, cioè dalla voluta “disattenzione” che l’analista dedica alle sciocchezze raccontate dall’analizzante in seduta, per prestare attenzione al fantasma sottostante. In modo scientifico la gleichschwebende Aufmerksamkeit azzera sul nascere qualsiasi abbozzo di narratività oltre che di empatia. Se la psicanalisi ottiene effetti di cura, li produce come risultati collaterali e non programmati della ricerca scientifica. (Tra parentesi, sono risultati più stabili di quelli perseguiti attraverso la psicoterapia, sempre poco o tanto ipnotica).

Perciò, convocando il millenario Ippocrate, l’odierno soggetto collettivo combatte il secolare Galilei. Sappiamo com’è finita: i millenni battono i secoli in nome del principio d’autorità. Al tempo stesso la psicanalisi è finita nella terapia che ha ucciso la scienza; la scienza antica ha espulso la moderna dal setting freudiano; l’ontologia ha affossato l’epistemologia. Non lo dico io; lo dice l’antico detto latino medicus necator, per dire chi dà il colpo di grazia al ferito in battaglia. Per altro, lo scrisse a chiare lettere anche Freud nella postfazione al suo pamphlet sull’Analisi laica (1927): “Voglio garantirmi dall’eventualità che la terapia uccida (erschlägt) la scienza”. Scritto ma non tradotto dalle OSF di Musatti. Lost in translation. Più corretta, anche se meno sanguinaria, la Standard Edition di Strachey, che traduce erschlagen con “distruggere” (destroy). Morale: consiglio vivamente di imparare a masticare un po’ di tedesco, senza pretendere di padroneggiarlo. Tanto per ripartire da un Freud più magro e più snello, non appesantito da lezioni metapsicologiche.
 

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