PANDEMIA

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9 giugno, 2020 - 17:40

Ho annotato qualche idea senza un ordine troppo logico.
Andrea Zanzotto avrebbe sorriso: “Allora sarà
metereo-logico”. 

Lo psicoanalista lavora in sintonia e in risonanza con il paziente. Il veicolo principale è la parola, ma l’area paraverbale e non verbale fa parte delle comunicazioni. Cioè si comunica, e molto. anche con suoni, ritmi, mimica, postura, abbigliamento, silenzi, odori. Chiaro che nelle attuali condizioni ci si deve adattare, e poi anche questo può essere terapeutico. E così ho fatto con molti pazienti. Abbiamo fatto sedute telefoniche o per mail e siamo riusciti a ottenere discreti risultati, sia per il lavoro svolto, sia per l’implicita necessità di collaborazione, dove paziente e analista si trovano a lavorare con fatica per fronteggiare anche le nuove difficoltà. Ho provato Skype, ma non mi soddisfa, non ho ancora provato Zoom. Non sono esperto. Tutti motivi in più di alleanza con molti pazienti. 

A volte sembra che il paziente si senta meglio compreso, perché il terapeuta è a sua volta preso da problemi e angosce. Siamo più vicini e alleati. Abbiamo perfino qualche sfiga in comune. Voglio dire, spesso il paziente idealizza il dottore. Constatare con non è così, che ciascuno è vulnerabile, molto spesso è un contributo a essere mentalmente più sano. 

Trovarsi in mezzo a una pandemia deve produrre paura e mettere in atto le difese possibili, anche intrapsichiche. Si impara a usare bene la paura. Se un paziente dicesse “sono allegro, tranquillo”, io non sarei affatto tranquillo, sarebbe un brutto segno. Siamo in pericolo, la difesa è anche lo stare a distanza e pazienza se non è il setting ideale. Anche la pazienza è spesso una buona difesa. Aiuta a usare il setting attuale possibile. 

Un altro vantaggio è la possibilità di distinguere con chiarezza la causa di angoscia proveniente dalla realtà esterna, il virus, dalle concause interiori che in buona parte son quelle che hanno portato il paziente alla cura. Molti pazienti non sono troppo angosciati, alcuni hanno capito e lo dicono “Questo è niente in confronto alle angosce che mi hanno sempre tormentato” e che appunto sono il motivo per cui hanno chiesto una cura. In corso di epidemia il confronto tra angosce interiori e esterne è più facile e convincente. 

Da tempo è stato necessario pensare alla possibilità di organizzare sedute a distanza. E’ successo dapprima in Argentina e in Brasile dove le distanze tra gli abitati possono scoraggiare gli spostamenti. Adesso anche da noi.

Spesso abbiamo sentito dire che questa esperienza ci renderà migliori. Sta bene avere speranze. Magari qualche modesto miglioramento potrebbe svilupparsi: potremmo comprare solo quello che serve, viaggiare meno, sprecare meno energia e acqua e così contribuire a non alterare troppo l’ambiente e quindi evitare qualche ulteriore pandemia.
Lo hanno detto in molti, anche Stefano Bolognini in una
bella intervista su Psychiatry on Line (29/03/20), lo penso anch’io.

Un’aggiunta personale sta nel dato di fatto di essere nella categoria “anziani”. Sì, lo sapevo anche prima. Adesso lo sento.  

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