“TUTTO CHIEDE SALVEZZA”. ANCHE LA PSICHIATRIA

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22 ottobre, 2022 - 15:41
Autore: Daniele Mencarelli
Editore: Mondadori
Anno: 2020
Pagine:
Costo: €18.05

Ai medici, in ogni angolo del mondo, che mettono la scienza in mano all’amore”. 

“Per i pazzi, di tutti i tempi, ingoiati dai manicomi della storia” 

D.Mencarelli 

Questo di Daniele Mencarelli è un romanzo che parla di perdono e salvezza. Lo fa con parole reali, con frasi pronunciate in dialetto romano, parole vive, brucianti. E’ quasi una preghiera, a tratti una poesia. E’ un romanzo che chiede perdono e aiuta a perdonare. Noi stessi, gli errori altrui, la fragilità delle istituzioni. E lo fa perché trova un tessuto comune proprio nella Fragilità, emancipata dalla colpa, ed elevata a più autentica qualità umana. Tutto necessita di perdono e può essere salvato. 

Questo romanzo (tanto realistico che potrebbe essere autobiografico) ci permette di riflettere soprattutto sul senso della Psichiatria, una branca della Medicina condannata ormai al silenzio della routine e della sopravvivenza. Una scienza e un’arte al tempo stesso che lotta per sopravvivere. 

Un romanzo che ci fa riflettere anche sul senso della malattia mentale e della cura. Sui luoghi della cura e sui suoi protagonisti. Sul senso di comunità che si viene a creare fra chi condivide uno stesso destino. Sull’umanità in generale, fragile e potente; fragile in se stessa e potente nel ruolo che può giocare sulle vite altrui. 

Il libro trasuda umanità, ci fa toccare con mano l’esperienza soggettiva e incomprensibile per chi non l’ha provata, di chi sente un caos dentro di sé, di chi – senza pelle- si fa trafiggere troppo profondamente dal mondo esterno, di chi si porta dietro ferite dell’infanzia non cicatrizzabili, perdite. Di chi vive la propria sofferenza con un devastante senso di colpa nei confronti dei familiari, toccati a fuoco dalla malattia di un figlio o di un congiunto. Di chi si emargina e viene emarginato perché incompreso. Ma ci descrive bene anche la fragilità degli operatori, esseri umani stanchi e oberati anch’essi, spesso sopraffati dalla vita, spesso disillusi e cinici, talvolta invece compassionevoli e pieni di passione, quando non ancora schiacciati dalle esigenze logistiche dettate dai tagli, dai risparmi, dalle decurtazioni di cui la Psichiatria è stata vittima e lo è oggi giorno, senza che si levino urla di rabbia e di dolore da parte di chi lavora col minimo indispensabile e fa quello che può per resistere. 
 

Tutte queste cose chiedono Salvezza, con la S maiuscola.  

E cos’è la Salvezza se non Dignità e Bellezza? Che così poco spesso si respirano nei luoghi della cura e nella cura stessa. Cura racchiude sempre il concetto di etica della cura. E quest’ultimo è a mio avviso basato sul concetto di Rispetto. Per sé e per l’Altro. Curare significa prima di tutto rispettare, riconoscere, e poi magari fornire soluzioni o consigli. Cura prevede la capacità di farsi rispettare e di rispettare. Se la nostra professione viene annichilita dalle scelte economiche-politiche, il concetto di Cura viene già meno. Curare significa offrire il meglio, non solo le briciole, e per questo meglio, lottare. 

Ma la Salvezza è anche possibilità, capacità di farsi salvare e di salvare; lasciarsi salvare significa affidarsi, fidarsi di qualcuno, chiedere aiuto e accettarlo. Salvare invece non significa necessariamente “guarire”, ma semmai accogliere, saper ascoltare e vedere, esserci, condividere un dolore senza volerlo cancellare; condividere è già Cura. 

Ciascuno di noi vorrebbe essere salvato da qualcosa o da qualcuno o anche, soprattutto forse, da se  stesso. Diventare più accettabile, sentirsi accettato, parte di qualcosa, non sentire più quell’enorme senso di colpa... Tutto chiede salvezza; tutto chiede pace, comprensione.”Io vorrei soltanto imparare ad accetta’ la vita, fa’ diventa’ tutto normale, come per gli altri”.  

Ma cosa è “normale”? Un Manuale statistico può definire la normalità, elencando la patologia? Diagnosi che si accumulano, che col passare del tempo si diversificano e moltiplicano (vedi DSM 5 rispetto ai precedenti), diagnosi che non possono definire la sofferenza soggettiva se non banalizzandola, espropriandola e livellandola su una definizione. “Oggi è l’enormità della vita a dare fastidio, il miracolo dell’unicità dell’individuo…ormai tutto è malattia. ….semmai è da pazzi pensare che un uomo non debba mai andare in crisi 

E poi l’ammonimento che tutti dovremmo avere ben presente: “la vera pazzia è non cedere mai. Non inginocchiarsi mai.” Tutti abbiamo diritto ad uno sprazzo di follia, di fragilità. Tutti abbiamo il  diritto di deragliare, almeno una volta nella vita. 

E al di là della diagnosi, di una definizione, c’è sempre però la grande sofferenza, unica, personale, indicibile spesso. “Quale malattia può mettere sulle spalle di un uomo un peso così enorme?”. Solo una “bestia d’angoscia”, che separa dal resto del mondo, che non è comprensibile ai più, che ferma il tempo della normalità per entrare in un universo parallelo. Quale Cura per tale sofferenza allora? La chimica o la parola? Meglio entrambe. Una che fornisca una qualche forma di pace, di requie (datemi tutta la chimica del mondo, ma chiudetemi gli occhi, il cuore, perché non ce la faccio più a soffrire così per quello che vedo, sento); l’altra che permetta di dar voce ai propri abissi, di capire se stessi, quel caos che sconvolge, quella rabbia che monta e distrugge tutto. 

Relazionarsi con la fragilità altrui per accettare la propria. Il paradigma del curante quale Centauro Chirone, che cura gli altri con il sangue delle proprie ferite. 

Quale medico è lo Psichiatra? Quelli in gamba sono “quelli disposti a giocarsi tutto pur di capire il dolore degli altri”; i cattivi Psichiatri invece sono “quelli incapaci di ascoltare veramente, che credono di non avere nulla da imparare da una persona che giudicano malata di mente.” Quelli che ti fanno sentire simile ad uno zero. Quelli che non ci credono più, quelli che fanno del mestiere routine, vinti dalla disillusione, dalla stanchezza, dal burn-out. 

Chi obbliga quelli come lui a esercitare la professione medica? Dov’è finita la sua vocazione? Possono una laurea, la sopravvivenza economica, lo status sociale giustificare una simile infelicità? Perché l’infelice è lui…è lui che deve stare con se stesso e la sua insoddisfazione giorno dopo giorno per tutta la vita. 


E poi ci sono i “contenitori”, i luoghi delle cure, le mura che contengono le crisi, le stanze delle terapie e dei colloqui; luoghi che dovrebbero essere connotati dalla bellezza, dall’apertura in spazi verdi, dall’attenzione ai particolari e che invece quasi sempre versano in uno stato di degrado e “bruttezza” che basterebbero da soli a indurre una profonda depressione. Talvolta più somiglianti a gironi infernali che a luoghi di cura. Nessun rispetto per la sofferenza. Eppure in quei luoghi, fra emarginati e naufraghi si formano comunità, forme di comunicazione, di dialogo, piccole famiglie che spesso danno più calore delle famiglie d’origine- sempre che ci siano ancora. Forme di vita nuova, nuclei ove ci si sente compresi, accolti, si scopre di avere qualcosa in comune. E attraverso le storia altrui si comprende la propria. “Forse questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa…sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato d’incontrare”. E scoprire cosa sia la fratellanza. “Forse quei cinque pazzi sono la cosa più simile all’amicizia che abbia mai incontrato, sono fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca, in mezzo alla medesima tempesta…” 

Altra protagonista del romanzo, della vita vera della Psichiatria in realtà, è la Famiglia. Famiglie dilaniate dal dolore di avere un figlio rinchiuso in un ospedale psichiatrico, un figlio matto, rotto, perduto. Dilaniate dal senso di colpa per errori commessi o solo immaginati. Figli a loro volta malati di senso di colpa, che si affidano alle cure con la segreta speranza di tornare a meritarsi una casa (“fammi diventare normale, fammi meritare la mia casa”). Una famiglia come argine alla malattia mentale, per non restare imprigionati in essa e avere solo più essa come compagna.  

Chiudo questa breve disamina di tutti gli spunti che questo libro offre, con una dedica particolare al nucleo più vero della Cura, a mio avviso, e cioè l’Attenzione. Attenzione che è fondante per la responsabilità, per il prendersi cura, per l’ascolto, per la considerazione profonda dell’Altro. A volte basta così poco per fare la differenza. Un dettaglio, una piccola concessione. Fermarsi un attimo anche se si va di fretta. Un saluto. Un sorriso. Una piccolezza che può cambiare un destino. Accorgersi di ciò è Attenzione. E Attenzione è rispetto, un modo – forse l’unico- per dare dignità all’Altro. Per legittimarlo a vivere talvolta. 

“Bastava talmente poco. Bastava ascoltare, guardare negli occhi, concedere. Una volta, una sola volta. Invece non lo hanno fatto. Perché per loro non eravamo degni di essere ascoltati.

“Eccola la mia ossessione, il mio desiderio patologico. Salvezza. Dalla morte, dal dolore. Salvezza per tutti i miei amori. Salvezza per il mondo.” 

 

 

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