Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

L’emergenza COVID-19 e il narcisismo dell’esclusione

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2 agosto, 2020 - 06:15
di Sarantis Thanopulos

Il problema della pandemia non sembra essere per nulla risolto. Da più parti si attende una seconda ondata, negli Stati Uniti e in Brasile le cose vanno di male in peggio, in vaste aree del mondo non si hanno notizie chiare e affidabili e anche in Europa si torna a parlare di lockdown. La contagiosità della malattia, combinata con il suo tasso di letalità (2-3%), mantiene sospesa, come spada di Damocle, sulle nostre teste, la situazione di emergenza sanitaria. Tenendoci nel dilemma, irrisolvibile se restiamo dentro la logica che lo produce, di convivere con la morte o di sopravvivere rinunciando anche a un livello minimo di qualità della nostra vita, vivere per non morire. Si spera nel vaccino e nei farmaci che possono migliorare la cura. La speranza è fondata, i ricercatori ci stanno arrivando, per quanto ogni giorno che passa i danni economici, sociali e psicologici aumentano. Dalla crisi del Covid usciremo, con le ossa rotte, ma continuando a restare in un sistema di pensiero chiuso in se stesso, dalle emergenze non usciremo mai.  

Tutte le evidenze inconfutabili (come la pericolosità del Covid) racchiudono in sé un limite: splendendo nella loro forza di testimonianza possono nascondere altre evidenze, offuscare la relazione tra il visibile e l’invisibile che determina la conoscenza vera. Da tempo le evidenze emergenziali oscurano la loro causa principale: la concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un’oligarchia di accaparratori dei beni comuni, la riduzione della popolazione mondiale in una massa di esclusi a vari livelli. La speculazione e lo sfruttamento dominano il nostro panorama di vita, corrompono la cultura e la ricerca scientifica e distruggono le relazioni di scambio tra di noi. Rendono impossibile una politica di prevenzione, di gestione lungimirante delle grandi questioni che ci affliggono: il degrado dell’ambiente, la mancanza di tempo libero, la desolazione degli spazi della convivenza e della comunicazione, l’irrigidimento identitario e la chiusura nei confronti dell’alterità, il deragliamento dei flussi migratori. Riducono il governo del mondo alla soluzione di emergenze separate l’una dall’altra, all’inseguimento continuo di situazioni potenzialmente catastrofiche che hanno superato il limite di guardia.  

Il permanente stato di necessità incentiva uno stato psicologico collettivo che privilegia l’egoismo e l’autoreferenzialità e aggrava ulteriormente, in un infernale circuito vizioso, la diseguaglianza. Come si possa andare aventi in un mondo di sempre più stringente interdipendenza tra i popoli con un drammatico squilibrio negli scambi, nessuno se lo chiede e nella riunione dei capi di governo europei la questione non è stata nemmeno sfiorata.  


 

Nel suo recente libro La Città degli esclusi (ETS) Fabio Ciaramelli individua nel contrasto tra la massimizzazione dei profitti e l’espansione dei consumi, prodotto dalla crisi, la principale causa dell’impasse della democrazia oggi. La sua ipotesi resta valida anche se il rapporto tra causa e effetto viene capovolto, se, in altre parole, consideriamo la crisi e il conseguente “stato di eccezione permanente” (Agamben) in cui ci troviamo come il prodotto del contrasto tra profitto e consumo. I due narcisismi -quello del profittante che espandendo senza limiti il suo guadagno, finisce per riflettersi totalmente, senza via d’uscita, in esso e quello del consumista che fa del consumo la ragione del suo essere- sono entrati in collisione tra di loro. Hanno creato un cortocircuito in cui l’espulsione dell’altro è diventata esclusione di sé dalla vita: privazione dei poveri del consumo dei beni e privazione dei ricchi della possibilità di goderne veramente. Come afferma Ciaramelli: “la perfetta autoreferenzialità prende di mira l’esclusione dell’altro ma culmina nell’autodistruzione”.  

  

 

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