GROUNDING
PTSD Stress Post-Traumatico: che fare?
di Raffaele Avico

IL PROGETTO PATREON DE IL FOGLIO PSICHIATRICO SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE

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21 agosto, 2020 - 16:44
di Raffaele Avico

TRATTO DAL BLOG: ILFOGLIOPSICHIATRICO.IT

Con questo articolo vogliamo mostrare in chiaro quali sono i contenuti inviati mensilmente a chi decida di aderire al nostro progetto Patreon. Trovate qui di seguito, dunque, 3 articoli su 3 aspetti della teoria del trauma, e due link: uno a un video con il quale tentiamo di dare un definizione generale di dissociazione, l'altro a un podcast (sulla prima metà di un libro che finiremo di recensire con il Patreon di settembre: "Guarire il trauma" di Judith Lewis Herman).

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GLI ARTICOLI:


RIPRENDERE PIERRE JANET: UN AUTORE OBBLIGATORIO

In questo articolo cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sul portato culturale, in tema trauma, di Pierre Janet. Chi era Pierre Janet? Janet era uno psichiatra contemporaneo di Freud: le sue teorie sulla dissociazione strutturale della personalità e sul trauma, furono, lungo il '900, sostanzialmente oscurate dall’egemonia teoria della psicoanalisi. Il che è un vero peccato se pensiamo a quanto le teoria di Janet ci possono essere oggi utili per comprendere alcuni meccanismi di funzionamento del trauma e della dissociazione. Ricordiamo innanzitutto che anche Janet fece parte del fecondo gruppo di ricercatori/pionieri della Salpetriere, a Parigi. In quel gruppo di “originatori”, troviamo Charcot, Breuer, Janet e Freud, personalità dunque che avrebbero segnato in modo profondissimo la cultura novecentesca.

A Janet viene attribuita la prima concettualizzazione del disturbo isterico, così come la prima concettualizzazione del disturbo dissociativo.

Grandi maestri nostrani, come il compianto Giovanni Liotti, gli furono e sono profondamente debitori in termini culturali (in Italia, troviamo al momento Giovanni Craparo e Francesco Ortu, curatori di un volume chiamato Riscoprire Pierre Janet). Proprio su uno degli ultimi libri di Giovanni Liotti (Sviluppi Traumatici), troviamo un breve capitolo dedicato a Janet e alle sue principali idee in senso psicologico e meta-psicologico. Janet, come noi ora oggi (almeno in ambito psicotraumatologico), considerava la mente come, prima di tutto, un'entità “integrativa”, funzionante quando fosse “unitaria”. Tutti abbiamo in mente la famosa annotazione di Freud (su cui Janet si sarebbe trovato d’accordo) a proposito dell’isteria: le pazienti (a quel tempo la maggior parte delle pazienti erano donne, -e su questo consiglio la lettura di un libro fondamentale del trauma, che abbiamo recensito nel podcast di questo mese, “Guarire dal trauma”, in cui non vengono solo approfondite le origini della psicotraumatologia, ma anche le questioni inerenti il genere e la sessualità nell’epoca degli inizi della psicoanalisi e della psicotraumatologia), avrebbero sofferto, prima di diventare isteriche, di “reminiscenze”.

Se seguiamo questa linea di pensiero, possiamo dunque riflettere su come le prime pazienti isteriche fossero state osservate e clinicamente trattate in quanto portatrici di reminiscenze, ricordi vividi dunque, in grandi di alterarne il funzionamento cerebrale, con una serie di sintomi di varia natura che a causa di questi ricordi sarebbero apparsi.

A partire da questa concezione iniziale, i pionieri psichiatri degli inizi presero strade diverse: Freud divenne in questo senso dominante con la sua teoria a proposito della rimozione. Il disturbo isterico, cioè, sarebbe stato generato dal fallimento dell’opera di rimozione in queste giovani donne. La teoria parallela che intanto stava nascendo nella mente di Janet, ovvero che non si dovesse tanto parlare di rimozione, quanto di mancata integrazione dei ricordi fin dal primo momento successivo all'evento traumatico, venne nel tempo oscurata (per apparire in tutta la sua portata in questi ultimi anni). Janet sosteneva infatti che il problema delle reminiscenze non fosse il tentativo fallito di rimuoverle, ma l'impossibile integrazione di queste nel normale flusso di pensiero e ricordi del paziente che ne soffriva. Il che è esattamente sovrapponibile alle concezioni più attuali in ambito psicotraumatologico. Questa difficile integrazione dei ricordi traumatici avrebbe secondo Janet reso possibile la creazione di parti ”separate” nella mente che si sarebbero integrate in modo differente, nuovo, dando origine a parti differenziate nella coscienza, in grado per così dire di vivere di vita propria. Liotti, a proposito di questo, nel suo prima citato Sviluppi Traumatici ci ricorda di come Janet fu un pioniere a proposito degli studi sul disturbo dissociativo dell’identità (quello che tempo fa avremmo chiamato Disturbo dell’identità multipla).

Cerchiamo di fare una sorta di schema temporale, come un diagramma di flusso, che ci aiuti a comprendere il processo con cui, secondo Janet, a seguito di un trauma si sarebbero formate nella personalità delle parti dissociate, patologiche. Andiamo con ordine e procediamo seguendo una sequenza temporale. Usiamo la prima persona singolare per rendere più facile l’immedesimazione:

  1. la mia mente è un’entità unica, integra, funzionale a un lavoro di continua integrazione delle mie esperienze
  2. mi trovo in un momento di prostrazione o fragilità (il terreno “fertile” al trauma di cui parlava Janet)
  3. avviene qualcosa di esterno a me (rottura di un legame di attaccamento, forte shock, forte aggressione, abusO
  4. la mente non può integrare nel normale flusso di pensiero, l’esperienza inaccettabile
  5. si crea uno stato di debolezza delle funzioni integrative della coscienza (chiamato da Janet disaggregation), ed eventualmente uno stato mentale dissociato/separato in grado di custodire i ricordi più pesanti (chiamato da Janet dissociation)
  6. tutta la mia personalità e il mio funzionamento psichico è influenzato e frammentato dal difficile controllo dello stress post traumatico: viene meno il senso padronanza (o di mastery, qui approfondito).
  7. corpo, memoria e coscienza sono toccati dallo stress post traumatico: comincia il declino post-traumatico, una sorta di depressione (di natura però post-traumatica e non melanconica)

Se torniamo per un attimo dunque alla concettualizzazione dell’isteria da parte di Freud e Janet, osserviamo come il punto centrale e in comune tra i due autori, sia la presenza di reminiscenze (quelle che oggi chiamiamo ricordi traumatici): esistevano in questi soggetti dei ricordi e delle esperienze che non riuscivano ad essere integrate nel normale flusso di pensiero, e che per questo creavano uno stato di indebolimento, disaggregazione psichica di chi avesse subito il trauma.

Al di là della concettualizzazione dell’isteria promossa da Janet, una visione di questo tipo ci consente di vedere l’essere umano in modo differente, più naturale: ovvero, chiunque, in presenza di un evento “soverchiante”, può reagire in questo modo.

Un ultimo riferimento va fatto alla concezione janetiana di “gerarchia mentale”. Janet infatti considera la mente come una struttura gerarchica, entro il quale sussistono dei rapporti di forza. Durante uno stress post traumatico, la mente viene dominata da spinte provenienti da zone profonde del cervello, in grado di provocare la disaggregazione delle funzioni di sintesi ad opera delle aree del cervello più recenti. Pensiamo al riflesso del vomito, alla sua portata dirompente sulla tenuta delle normale facoltà corporee; immaginiamo una forza simile, maggiormente diluita nel tempo, in grado di operare però a livello mentale, forzando in questo caso il “bypass” delle funzioni mentali superiori, più evolute. La sensazione sarà dunque quella di “non avere più il controllo” su ciò che “produrrà” la parte più autonoma, antica, della mente.

A Janet dobbiamo inoltre le basi teoriche per altri concetti:

  • approccio trifasico
  • importanza del lavoro di stabilizzazione dei sintomi (spiegata molto bene tra l'altro da Maria Puliatti in questo breve video)
  • il concetto di Tendenza all’azione, centrale nella psicoterapia sensomotoria, approfondita nell'articolo seguente

Cosa fare per approfondire Pierre Janet? In Italia, come prima si diceva, alcuni autori stanno tentando di portarlo all'attenzione della comunità scientifica, consapevoli di come la sua eredità teorica sia stata troppo spesso oscurata dalle teorie psicodinamiche egemoni durante tutto il ‘900.

Tra di essi, Giuseppe Craparo (Sicilia) e Francesca Ortu, curatori di questo volume che abbiamo recensito.

Janet compare tra l'altro, spesso, tra gli autori d’interesse della comunità psicoanalitica (si veda questo video a cura di Nicolò Terminio, lacanista). Si possono, in alternativa, leggere i testi originali di Janet, di recente ri-editi.


COS’É LA TENDENZA ALL’AZIONE: IL PORTATO TEORICO DI PAT OGDEN

Definire il concetto di Tendenza all’azione non è semplicissimo, perchè lo stesso affonda le sue radici teoriche in ambiti diversi, prendendo dalla biologia evoluzionistica, dall’etologia, dalla psicologia evoluzionistica. Come libro di riferimento e autori di riferimento per comprendere questo concetto, useremo il libro di Pat Ogden et al. “Il trauma e il corpo”, le teorie di Peter Levine (maestro di Pat Ogden) e la teoria di Pierre Janet.

Per comprendere il concetto di Tendenza all’azione dobbiamo fare un passo indietro e comprendere il concetto di sistema d'azione.

Un sistema d’azione (altri chiamerebbero la stessa cosa Sistema motivazionale interpersonale) è un insieme di azioni, naturale, che in alcune circostanze ci spinge a mettere in moto delle reazioni stereotipiche, giustificate in senso evoluzionistico, nei confronti dell’ambiente che ci circonda.

Molteplici studiosi e ricercatori hanno lavorato a questa formulazione concettuale, arrivando a stilare un elenco di 8 sistemi d’azione:

  1. difesa
    ——————————————————————————-
  2. attaccamento
  3. esplorazione
  4. regolazione dell’energia
  5. accudimento
  6. socialità
  7. gioco
  8. sessualità

A ognuno di questi sistemi d’azione, corrisponde un insieme di azioni che l’essere umano è chiamato a mettere in atto in alcune particolari circostanze. Esistono al nostro interno dei mandati evolutivi che ci spingono a mettere in atto, in alcuni frangenti sociali, comportamenti di questo tipo. Ognuno di noi, cioè, è spinto, in alcune circostanze, a produrre reazioni di accudimento da fornire a un cucciolo indifeso, a produrre reazioni di difesa quando in uno stato di minaccia, a produrre reazioni sessuali in altre circostanze, e così via.

Quello che qui dobbiamo tenere a mente è, tra tutti questi sistemi, l'importanza del sistema di difesa, in grado di corrompere il normale funzionamento degli altri sistemi di difesa, per così dire creando un muro tra sè e gli altri sistemi, entro una logica gerarchica di funzionamento.

Quest’ultimo punto lo chiarisce molto bene Pat Ogden nel libro sopra citato, ragionando su come l'attivazione del sistema di difesa riesca a spegnere gli altri sistemi d’azione, in una logica gerarchica. É per questo motivo che, nella cornice concettuale della psicoterapia sensomotoria, ragioniamo sul tentare di ripristinare i sistemi d’azione che con il trauma sono andati “persi”. Il trauma, in questo modo di vedere la cosa, sarebbe in grado cioè di creare una attivazione anomala del sistema di difesa, spegnendo di conseguenza, o debilitando in modo temporaneo, gli altri sistemi di azione. Il nostro obiettivo teorico dunque, in questi casi, sarebbe quello di liberare, ripristinandoli, i sistemi di azione rimasti bloccati dall’attivarsi protratto e anomalo del sistema di difesa, cosa molto frequente nello stress post traumatico.

Ogden, rifacendosi alla teoria di Pierre Janet su quelle che appunto chiamava Tendenze all'azione, riflette inoltre su come lo stesso processo di apprendimento di un individuo, si basi sulla creazione di tendenze all'azione molteplici, di complessità sempre crescente. Un po’ come accade per i bambini, i nostri processi di esplorazione ci portano a creare nuove modalità di relazionarci all’ambiente, con la conseguente creazione di nuove e più complesse tendenze all'azione (pensiamo per esempio a quanto il nostro pensiero riflessivo, meta-cognitivo, ci permetta di cambiare modalità e atteggiamento nei confronti della realtà).

Ogden, con Janet, riflette su come le tendenze all'azione possano essere collocate, in termini di complessità, su un continuum così composto:

primitive, riflessive ed elementari<————>complesse/sofisticate

Un punto importante messo in luce dall’autrice, è la possibilità che, in caso di difficoltà, l’individuo si blocchi a modalità più regressive di funzionamento, arrivando a ripetere in modo quasi compulsivo i livelli più bassi di tendenze all'azione appresi nel periodo di vita precedente. Vediamo anche qui come si imponga un modello gerarchico del funzionamento anche delle tendenze all'azione. Le “metafora” della gerarchia è, come osserviamo, ricorrente sia in psicologia clinica che in psichiatria. Janet, e con lui Ogden, ipotizza cioè che l’intero nostro sistema psicologico sia mosso da logiche di gerarchia, con livelli maggiormente complessi di azione e facoltà, con possibili “regressioni”, possibili “evoluzioni”, possibili oscillazioni avanti e indietro, e così via.

Un punto da sottolineare importante nella teoria di Pat Ogden contenuto nel suo libro “Il trauma e il corpo”, è l’andamento bifasico, o oscillatorio, dello stress post traumatico. Osserviamo cioè un alternarsi tra le reazioni di accensione post traumatica (il sistema di difesa si attiva, bloccando gli altri sistemi d’azione), e un ritorno a una modalità più normale in cui l’individuo vive un momento di tregua in cui sia possibili continuare a fare le cose per lui/lei normali.

Molteplici autori hanno osservato come lo stress post traumatico abbia queste oscillazioni.

Come lo possiamo spiegare?

Se, come prima accennato, il sistema di difesa è in grado di spegnere gli altri sistemi d’azione, osserveremo nell’individuo momenti in cui, attivato il sistema di difesa (che ricordiamolo, equivale a dire che il sistema nervoso autonomo simpatico dell’individuo è acceso e pronto a reazioni di attacco/fuga), tutte le altre competenze e sistemi di azione sembreranno essere scomparsi dal suo normale comportamento. Niente esplorazione, cooperazione, sessualità, gioco, quindi. A questi momenti difficili, si alterneranno però momenti in cui questi ultimi torneranno a funzionare normalmente, essendosi abbassata l’intensità delle reazioni di difesa. Questa oscillazione, e queste alternanza, ha gettato le basi per la creazione della teoria della dissociazione strutturale della personalità, qui descritta. Ricordiamoci inoltre che i sistemi d’azione, pur essendo innati e predisposti evoluzionisticamente, sembrano essere sensibili al condizionamento classico. Questo ci permetterà di intervenire, in terapia, al fine di aiutare l'individuo a orientarsi verso una migliore integrazione e un miglior funzionamento globale dei sistemi (in particolar modo quello di difesa, da mitigare, cosicché non faccia più da ostacolo agli altri).

Quale definizione dare, dunque, di Tendenza all’azione?

La tendenza all’azione potrebbe essere definita come un insieme di azioni stereotipiche, guidate da mandati evolutivi ben definiti, che l’individuo metterà in atto in certe situazioni contestuali. Nel corso di un trauma, le normali tendenze all’azione di difesa che l’individuo dovrebbe mettere in atto, sono spesso bloccate nella loro naturale espressione: questo farà sì che qualcosa, “dentro il corpo”, resti imprigionato, o inespresso.

Come ben approfondito in questo articolo, dovremo in psicoterapia promuovere una loro riaccensione e una loro espressione nel contesto del corpo e dell’ambiente di vita dell’individuo.


RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS

Fonte: 1

Questo articolo è scritto da tre pesi massimi della psicotraumatologia mondiale: Onno Van der Hart, olandese, Kathy Steele, americana, e Nijenhuis, svizzero.

Vuole essere una riflessione sul lavoro da fare con le memorie traumatiche per pazienti traumatizzati gravi, portatori di sintomi dissociativi di tipo “complesso”.

Avere a che fare con pazienti con sintomi dissociativi gravi, significa avere a che fare con pazienti portatori di quello che viene chiamato PTSD complex, non risalente cioè a un trauma singolo, unico, ma a una serie protratta di traumi cumulativi, oppure a uno sviluppo traumatico fin dall'infanzia, per esempio crescendo a contatto con persone abusanti o verso le quali non fu possibile creare legami normali (attaccamenti “sicuri” per dirla con Bowlby).

Pensiamo per esempio ai sopravvissuti a torture, o a periodi di prigionia, oppure a vittime di violenza domestica protratta.

Come sappiamo, Van Der Hart ha formalizzato nel suo lavoro di ricerca la teoria della dissociazione strutturale della personalità.

L’articolo si apre appunto con una breve descrizione della suddivisione in “sottosistemi” biologicamente coerenti costituitisi a seguito dell’esperienza traumatica: una parte rimasta congelata in senso emotiva al tempo del trauma (PARTE EMOTIVA, EP), e una parte chiamata APPARENTEMENTE NORMALE che in senso adattativo fu per così dire obbligata a continuare nel suo percorso di vita, consentendo all'individuo di portare avanti obiettivi di vita o semplice quotidianità.

A proposito di questo viene naturale, come in psicotraumatologia è spesso ripetuto, pensare a un obiettivo finale inerente l'INTEGRAZIONE. L’integrazione, cioè, si costituisce come momento finale di un lavoro con questo tipo di pazienti, suddivisi, al loro interno, in modalità, “parti” distinte, che dovranno convergere e in qualche modo fondersi.

Questo articolo si concentra su quella che è la fase 2, ovvero il lavoro con le memorie traumatiche. Come si fa, in senso concreto, a lavorare con il materiale traumatico depositato nella memoria (implicita o esplicita che sia), del paziente?

Gli autori riportano alcuni punti di interesse:

  1. Janet distinse due tipologie di “azioni integrative”: la SINTESI e gli ATTI DI REALIZZAZIONE. Per sintesi, Janet intendeva l’atto di creare anelli tra pensieri, azioni, emozioni, corpo e mente, la mia vita con l’ambiente intorno a me, etc. Per esempio, un “anello” di congiunzione (dunque un atto di sintesi), potrebbe essere il dirsi “questo pensiero mi compare quando sono molto arrabbiato”, operando cioè una valutazione metacognitiva che consentirà di associare a uno stato emotivo l’emergere di un pensiero. Il creare atti di sintesi, “formando anelli”, costituisce la base per un lavoro più complesso e ampio, che Janet chiamava appunto realizzazione.
  2. La realizzazione, comprende due momenti: la PERSONIFICAZIONE (l’atto di sentire che le mie azioni, i miei pensieri mi appartengono, sono miei), e la PRESENTIFICAZIONE (l’atto invece di arrestarsi sul presente, in senso temporale). Sono questi, in linea di principio, “strumenti” atti a contrastare la tendenza a dissociare dei pazienti con trauma grave, così da condurlo/a idealmente a quello che gli autori chiamano una posizione di “prima persona singolare” (non dunque una molteplicità di parti vissute in terza persona, come differenti da sè, ma un singolo “IO” che coordina tutte le diverse sotto-parti oppure, meglio ancora, una singola parte sfaccettata e fluida in ogni sua manifestazione)
  3. il livello più semplice di dissociazione strutturale della personalità, è quello che comprende “solamente” EP e ANP: si crea, in questo caso, una spaccatura verticale nella personalità dell’individuo, con una parte in grado di adattarsi al contesto, l’altra mossa da logiche di difesa, incentrata su comportamenti difensivi in grado di “oscurare”, “eclissare” gli altri sistemi di difesa (si veda il precedente articolo sulle tendenze all’azione).
  4. Quando richiesto, è possibile che la PARTE EMOTIVA si suddiviaa al suo interno, creando quella che viene chiamata dissociazione secondaria della personalità (pensiamo per esempio alla doppia reazione difensiva che caratterizza il PTSD, con o senza sintomi dissociativi). Avremo quindi una singola parte apparentemente normale, e due o più parti emotive “attive” in parallelo. Gli autori chiariscono che questa forma clinica, sembra essere la più comune con pazienti portatori di un PTSD complesso. Inoltre, potremo osservare come una delle EP createsi in seguito alla dissociazione secondaria, potrà essersi identificata all’aggressore, assumendo forme “sadico/abusanti”.
  5. un aspetto da considerare, è il livello di fobia presente verso la parte EP: più il soggetto dimostra di avere paura della sua parte “emotiva” rimasta congelata al trauma, più è ampia la dissociazione strutturale, e più “lontane” le parti, e quindi più grave la sintomatologia post-traumatica
  6. gli autori passano dunque a discutere a proposito dell’importanza della fase 1, della stabilizzazione, prima di iniziare con il lavoro diretto sulle memorie traumatiche. É importante ricordare che la fase 1 è propedeutica alla fase 2: è in ogni caso sempre possibile tornare alla fase 1 quando ci si accorgesse di un tempo” prematuro” per il lavoro diretto con i ricordi traumatici. Questo è un punto importante: va cioè resa possibile una sorta di oscillazione tra le due fasi, con fasi di evoluzione e possibili fasi di regressione. Ricordiamo i principali strumenti per la fase 1 (stabilizzazione dei sintomi): psicoeducazione, emdr, tecnica del posto al sicuro, psicoeducazione relativamente all'importanza dell’attività fisica, mindfulness guidata, management dei livelli energetici (qualità del sonno, riposo, alimentazione corretta). Tutto questo per far sì che il tono neurofisiologico si mantenga entro la finestra di tolleranza (concetto qui approfondito), per rendere possibile la fase 2 secondo il modello trifasico prima accennato.
  7. Van Der Hart è nell’articolo citato a proposito di uno degli obiettivi principali della fase 2: rendere cioè “non necessaria la dissociazione”. Quando cioè riusciremo a far sì che il paziente accolga e “maneggi” in modo tranquillo il materiale traumatico, senza per questo doversi dissociare, avremo reso non necessaria la dissociazione stessa e fatto grossi passi avanti nel lavoro clinico con questo paziente. Questo consentirà al paziente di passare da una ri-attualizzazione sensomotoria del vissuto traumatico, “incarnata”, “rivissuta”, a una verbalizzazione “solo a parole”, non più incarnata, finalmente simbolizzata e digerita per via linguistica. Gli autori sottolineano come un passaggio di questo tipo lo troveremo grazie a eventi in terapia “nuovi”, clamorosamente “innovativi” per il funzionamento del paziente. Esistono alcune controindicazioni per la fase 2: in particolare, è necessario fare attenzione al fatto che i criteri relativi alla stabilizzazione siano soddisfatti: in caso contrario non ha senso procedere all’esplorazione delle memorie traumatiche. Inoltre, altri fattori di controindicazione sono: età avanzata, psicosi, disturbo di personalità con abuso di sostanze in atto, oscillazioni troppo estreme tra parte emozionale e parte apparentemente normale, abusi interpersonali in atto.

A seguito di queste premesse, gli autori arrivano infine al vivo della fase 2.

Vediamo cosa propongono.

Gli autori propongono una metodologia chiamata “sintesi guidata”, finalizzata a superare la “fobia delle memorie traumatiche”.

Aspetti preparatori:

  1. fare in modo che il paziente possa essere accompagnato a casa dopo la seduta
  2. fornire maggiore tempo per il recupero del senso di grounding: prevedere dunque colloqui di 1,5 o 2 ore di durata.
  3. chiedere al paziente che ritagli del tempo dedicato a questo tipo di lavoro, dalle sue restanti occupazioni (per esempio chiedendogli di prendere mezza giornata di ferie dal lavoro, cosicchè sia mentalmente libero di dedicarsi all'esplorazione delle memorie traumatiche)

Momenti del lavoro: condividere i “kernel patogeni”:

  1. isolare e riconoscere i pensieri “copertura” con cui il paziente si è narrato, nel tempo, il vissuto traumatico
  2. avviare il paziente alla narrazione dei momenti pre e dopo-trauma, così come i momenti di “inizio e fine” del momento traumatico
  3. avviare il paziente alla narrazione di quelli che vengono chiamati “kernel patogeni”, ovvero i nuclei duri del momento della traumatizzazione, partendo eventualmente anche dall’esercizio del “peggior scenario”, ovvero direttamente dall’immagine più pesante anche solo da “immaginare” da parte del paziente
  4. avviare il lavoro sulle parti, usando immagini di “contatto” tra le parti, e chiedendo al paziente di descrivere la scena, oppure usando la tecnica della tavola dissociativa (immaginando cioè che il paziente sia seduto a capotavola con le sue parti sedute intorno al tavolo, e che dialoghi con ognuna di esse)
  5. queste immagini di condivisione saranno il giusto contesto per far sì che il paziente condivida con il terapeuta le immagini centrali, i “kernel patogeni”, i momenti cioè più pesanti da sopportare e riesprimere (qui potrebbe essere valutabile l’utilizzo dell’EMDR come strumento per inframezzare il lavoro, creando delle pause); il tutto in modo “graduale”
  6. aiutare il paziente alla “realizzazione” di quello che è successo, affrontando eventualmente il lutto di ciò che non fu e di ciò che avrebbe potuto essere. Ricordiamo che il lavoro in fase 2 comprende idealmente due momenti: la sintesi e, appunto, la realizzazione

Gli autori fanno poi alcuni cenni alla fase 3 e presentano un caso clinico (durato 5 anni, conclusosi con una completa “realizzazione”), concludendo l’articolo con un invito alla gradualità nel lavoro, all’attenzione verso i “limiti” del paziente in termini di attivazione neurofisiologica, e un ritorno ai prima citati concetti guida del lavoro: sintesi e realizzazione.

CONCLUSIONI

Come si osserva in questo articolo, lavorare sui ricordi traumatici significa tenere a mente 3 concetti chiave “da portare a casa”:

  1. stabilizzare/regolare
  2. narrare
  3. integrare

..il che equivale a dire che un’esperienza traumatizzante, per essere superata e “consegnata al passato”, dovrà essere tollerata e meglio regolata nei suoi sintomi psichici e corporei, narrata e infine integrata nel normale flusso di ricordi.

Esistono dei manuali che, della fase 2, fanno il loro core teorico.

In particolare, da pochi anni è stato pubblicato un volume molto completo, che consigliamo a chi volesse approfondire gli aspetti squisitamente “pratici” del lavoro sulle memorie traumatiche, quando avesse a che fare con pazienti post traumatizzati. Il volume è questo.

GLI ALTRI REWARD:

  1. PODCAST: la prima parte di un recensione in punti del volume "Guarire dal trauma" di Judith Herman. ASCOLTALO QUI.
  2. VIDEO: un approfondimento sul concetto di dissociazione. Qui:
Vedi il video
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