CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

L’OCCHIO: COLUI CHE VEDE

Share this
3 novembre, 2020 - 19:43
di Gilberto Di Petta

 

 

Lo psichico si esprime nella vitalità della carne  

Das Seelische aussert sich in der leiblichen Lebendigkeit 

H. Muller-Suur   

 

 

E’ una notte di ottobre.  

Una delle ultime che trascorro nel “mio” SPDC. Ci è giunto, purtroppo, l’ordine di smantellamento. Via i folli, al loro posto i pazienti COVID, visto l’afflusso di contagiati e il collasso dei posti letto. Si compie, così, del tutto inattesa, la vendetta della storia. I primi manicomi sorsero, in Europa, nei lazzaretti lasciati vuoti dagli appestati. Mi sovviene Mario Galzigna, che ci ha lasciati da poco, un altro dei nostri amati filosofi nella casa dei pazzi, come fu Michel Foucault. Ci incontrammo, con Mario, un giorno ormai lontano, nell’ex manicomio dell’isola di San Servolo. Era circondato da persone che lo ascoltavano, mi fermò quando mi vide e disse: “Ecco la fenomenologia underground”. E così fu. Dagli incuneaboli di un Ospedale di periferia divorato dal COVID, in queste ore sono testimone di una nemesi: gli infetti si coricheranno sui letti lasciati dai folli. Perché adesso gli stigmatizzati, tracciati, quarantenati e colpevolizzati sono i contagiati pià non i folli. E la confusione regna sovrana tra virologi e infettivologi, più di quanto non abbia mai regnato tra gli psichiatri. Questa è un'altra nemesi di una scienza storica, come la psichiatria, verso una scienza naturale, come l’infettivologia. Dove andremo ora, noi e i nostri pazienti? Provvisoriamente in un piccolo e silos prefabbricato di vetro e alluminio, sul tetto dell’ospedale. Questa cosa mi angoscia. Dunque, apposta scrivo per stornare i pensieri.



Ho tra le mani un libro uscito a gennaio 2020, cioè quando di questo morbo quasi non si parlava. L’autore è Giovanni Stanghellini, mio amico, compagno e indicatore di strada. Il libro si intitolaSelfie. Sentirsi nello sguardo dell’altro” (Feltrinelli, 2020). Non è un caso che questo libro mi è tornato ora tra le mani: sono ancora molto scosso da un fatto tragico accaduto da poco in questo SPDC: un paziente, durante la sua prima notte di ricovero, ha accecato un altro paziente con le mani nude, in un assalto repentino di violenza estrema ed inspiegabile. Tra le pagine di questo libro ho cercato, rispetto a questo avvenimento, una possibile traccia. Durante la lettura mi è tornato in mente un altro caso enigmatico, quello di Leonilda, la donna che non veniva più vista dagli altri e, infine, un famoso caso del mio maestro Bruno Callieri “la personalizzazione dell’occhio”. Vorrei cercare, stanotte, complice il terrore da COVID che tiene lontani i soliti noti dal Pronto Soccorso, regalandomi qualche ora di tranquillità,  di mettere insieme questi elementi.  Nel corso degli studi medici, soprattutto anatomici, ci insegnavano che la patologia di un organo fosse la cosa p utile a spiegare la sua fisiologia. In altre parole, quando un organo o un apparato sono colpiti, la funzione vitale da essi sostenuta viene meno, e dunque si capisce bene il legame tra organo e funzione, che invece, nella normale cenestesi è sepolto dal silenzio clinico. Ad esempio, se io non sapessi che la vista presuppone gli occhi, solo con un danno agli occhi e conseguente perdita della vista capirei che gli occhi erano proprio gli organi della vista. Tutta la neuropatologia, per fare un altro esempio, si è sviluppata così: dalle lesioni focali cerebrali, cioè dalla distruzione di aree circoscritte, si è proceduto ad isolare la funzione sostenuta proprio da quel distretto di corteccia o di sottocorteccia colpito. Le riflessioni che mi sono sorte leggendo il libro di Giovanni StanghelliniSelfie. Sentirsi nello sguardo dell’altro” capovolgono del tutto questa regola aurea. Ovvero partendo dallo studio che l’Autore fa su un fenomeno di larga tendenza, non rubricato necessariamente come patologico, come il “selfie”, si illuminano improvvisamente zone oscure e limacciose, quasi impenetrabili, della clinica. La tesi centrale del libro di Giovanni è che sempre più la nostra realtà, cioè il nostro esistere o essere-nel-mondo, il nostro essere degli enti reali sono basati sulla conferma che deriva dalla trasmissione dell’immagine di noi stessi agli altri, attraverso un dispositivo protesico. Come avviene in genere per tutte le applicazioni della tecnologia ai fenomeni umani, anche nel caso del selfie lo sguardo dell’altro, da sempre protagonista della scena sociale ed interpersonale, viene enfatizzato all’ennesima potenza. E’ un offrirsi ad uno sguardo multiplo, ripetibile, riproducibile, con un’immagine di che viene selezionata attivamente. Quindi è un sottrarsi alla passiva cattura dello sguardo dell’altro che cade o viene direzionato su di noi indipendentemente dalla nostra volontà, per offrire, invece, all’altro, un’immagine di noi nella quale ci sentiamo rappresentati per quello che vorremmo essere, o per come vorremmo venire considerati. La differenza tra il selfie e le situazioni cliniche qui presentate è che, almeno in due dei casi clinici, lo sguardo dell’altro investe o manca il soggetto in diretta, in vivo, nell’immediato dell’incontro. Nel terzo caso che presenterò è lo sguardo del paziente che, bloccato in basso da una stereotipia psicotica, può investire il mondo solo in una direzione, appunto dal basso verso l’alto.  Ma, in realtà, anche in questi casi, come nel fenomeno selfie, lo sguardo dell’altro è uno sguardo immaginato. Quindi anche il selfie è, in fondo, lo sguardo della propria alterità su di sé. E’ lo sguardo su di sé di una alterità immaginaria, che porta in sé il pregiudizio che il soggetto ha su di sé e che attribuisce all’altro. Quando il soggetto decide di inviare il selfie, entra in una dimensione immaginativa dello sguardo dell’altro su di sé, che è molto simile  a quello che accade nella realtà clinica. La dipendenza dall’altro, o dal nostro immaginario dell’altro, si fonda su quella che Stanghellini, in questo testo, definisce comeproporzione ottico-cenestesica. Si tratta dell’equilibrio tra il corpo che io mi sento di essere (cenestesi) e il corpo che io sento di essere attraverso lo sguardo (ottico) dell’altro. Con uno sbilanciamento, secondo Stanghellini e come il dilagante e massivo fenomeno del selfie dimostra, verso la convalida ottica dell’esistenza a scapito della convalida cenestesica.  Trovo che questo dispositivo della “proporzione ottico-cenestesica”, isolato da Stanghellini, sia una chiave molto valida di accesso al problema. Nei tre casi clinici da me proposti in questo articolo si tratta, evidentemente, di una sproporzione, ovvero di un disavanzo della sicurezza di sé su base cenestesica in favore della auto convalida della propria presenza visualizzata dall’altro 


 

Caso clinico 1  

Leonilda è un’insegnante di mezza età inviata alla mia osservazione dal medico di base. Vive con la madre in un paese di perdute tradizioni rurali alla periferia nord di Napoli. Non è sposata né ha figli. Da un po’ di tempo si rifiuta di andare al lavoro e vive chiusa in casa. Alla domanda “Perché ha cessato di uscire”, risponde : “Perché gli altri non mi vedono più”: Per il resto del primo e dei successivi colloqui, Leonilda risponde solo a domanda, e a monosillabi. Ha uno sguardo perso nel vuoto, completamente disingaggiato dal mondo circostante, non ha alcuna curiosità nei confronti dell’ambiente e dell’interlocutore. Sollecitata ripete, monotonamente: “Gli altri non mi vedono più”. Quando si cerca di farle articolare meglio questa singolare situazione, specifica che, quando cammina in mezzo alla strada, gli altri non la vedono, nessuno fa cenno di starsi incrociando con lei, neppure quelli che la conoscono bene. Leonilda è, dunque, di fatto, diventata invisibile. Dunque non esce più di casa, poiché questa cosa che tutti coloro che incontra non la vedono, la angoscia profondamente, le fa sentire di non esistere. Poco responsiva qualunque tipo di trattamento farmacologico prescritto ex adjuvantibus e poco convinta alla psicoterapia, dopo un certo numero di incontri, senza grandi modificazioni del quadro, Leonilda si sgancia. E’ accompagnata da una sorella che ha una sua vita. E da una madre molto sicura di che, spesso, parla anche per lei. Dall’anamnesi emerge che è stata ad insegnare un periodo in una città del Nord, perfettamente autonoma. Dal punto di vista affettivo/sentimentale viene fuori un’unica storia significativa, precedente al blocco esistenziale, con un uomo, poi rivelatosi sposato, che la conduceva, con grande disappunto da parte sua, in alberghi “ad ore” di periferia allo scopo di consumare con lei rapporti sessuali. E’ in queste circostanze che Leonilda, come leggo tra le  pagine di “Selfie”, proprio nello sguardo “riprovevole” degli altri si imbatte, sartianamente, nel suo inferno.  

Caso clinico 2.  

Arrivo in SPDC alle 7 del mattino di un venerdì di ottobre. Poco prima si è consumata una tragedia nella zona filtro/isolamento del reparto, dove stazionano i pazienti in attesa dell’esito del tampone nasofaringeo. Un paziente, Marco, di circa 40 anni, ha aggredito un altro paziente, Valerio, accecandolo a mani nude. Gli ha compresso con i pollici i globi oculari, fino a far scoppiare il destro e a danneggiare il sinistro, forse salvo ancora solo grazie al celere intervento degli infermieri. Marco non ha una storia psichiatrica, è socialmente inserito con un lavoro statale. Tossicologico urinario negativo per sostanze d’abuso. Era alla prima notte di un ricovero volontario a seguito di un crescente stato di agitazione psicomotoria. La vittima mi riferirà che, improvvisamente, si è sentito leccare il volto con la lingua e subito dopo ha avvertito una dolorosa e violenta pressione dei pollici sui globi oculari. L’aggressore gli aveva chiesto una sigaretta. La vittima gliela ha offerta, per un attimo si sono guardati negli occhi, poi l’aggressione. Quando arrivo la vittima è fuori dal reparto con un rivolo di sangue che cola dagli occhi. Entro nella zona filtro/isolamento, a terra gocce di sangue sparse. Marco si alza, mi viene incontro, si ferma e, quasi in uno stato di trance mi dice: “Stanotte ho schiacciato gli occhi di un uomo”.  

Caso clinico 3.  

Un paziente di Bruno Callieri (Paolo T., voI. 379, n. 1392, in “Quando vince l’ombra, 1981”) è entrato in clinica con una sintomatologia di tipo schizofrenico, iniziata oltre due mesi prima. A occhi costantemente abbassati, non alzava lo sguardo per nessun motivo. Il giorno seguente il paziente presentava un quadro di arresto psicomatorio; Il blocco dello sguardo, così come all’autodescrizione riportata, scomparve quasi subito, perdurando invece, anche se non marcatissimi, i disturbi del pensiero.  

«Prima il mio occhio era proteso in avanti e vedevo la realtà confusa, un po’ scura. Poi mi sono sforzato di vederla meglio e allora l’occhio è calato, si è fatto il posto in basso e si è adattato. Si adatta sempre meglio ma sempre più in basso; vede chiaro in basso, non verso l’alto. Sono convinto però che lotta continuamente e credo che riuscirà man mano sollevarsi ... Non mi posso guardare allo specchio; se l’occhio si guardasse allo specchio vedrebbe in alto, poiché fisserebbe se stesso. Per farmi la barba sono costretto a rovesciare il capo all’indietro, e allora non me la faccio spesso per questo motivo... Non mi rassegnerò mai a guardare solo verso il basso, perchè la realtà è ereditaria (sic!) e l’occhio vuol guardare tutto. È  difficile che potrò mai vedere con la stessa intensità... nitidezza e chiarezza verso l’alto... Per ora debbo stare con gli occhi inchiodati in basso, anche parlando con i familiari, anche da solo... La realtà si conquista dal basso in alto, è come una scala ascendente. Ho cominciato dal basso e ci sono restato. Sono ormai tre mesi... Prima guardavo le cose semplicemente, come tutti, ma adesso l’occhio è curioso, vuol capire (parla dell’occhio come di una persona). Mi è stato difficile dapprima capire l’occhio, ma poi l’ho capito. L’occhio deve essere. spontaneo, libero dalla volontà, perchè la volontà potrebbe costringere l’occhio a prendere una posizione che esso non vuole, invece l’occhio deve fare quello che vuole, e adesso quindi l’occhio vince la volontà... Naturalmente è come se fossi solo, perché non posso guardare in faccia le persone ed è come se queste non ci fossero più... E’ come se l’occhio lavorasse autonomo, e io mi accorgo dei movimenti dell’occhio, sento col pensiero il bulbo oculare... Poter pensare l’occhio, penso che sia una cosa bellissima...Io adesso in basso ci sto benissimo e mi adatto sempre più al basso, anzi adesso in alto non ci posso più stare. Però può anche darsi, perché questo alto non comincia a un dato punto, tra l’alto e il basso non c’è un taglio netto ma una curva sfumata.,, Per vedere la punta di un campanile, dovrei stare al di sopra ... il cielo e le stelle si potrebbero vedere a testa all’ingiù... Questa limitazione del campo visivo non mi mette in angustia: la realtà meglio vederla poca e chiara che molta e confusa. Guardando in basso vedo l’oggetto nella sua interezza. L’occhio lo vuol vedere com’è, chiaro, limpido, ne vuole portare l’immagine nel cervello il più integra possibile. Lo vuole perforare, penetrandoda parte a parte. L’occhio è spietato. La realtà, per appagarsi, basta vederne bene una parte. L’occhio è potentissimo e trae questa sua potenza dalla luce. L’occhio non si stanca mai di vedere l’oggetto ... in ogni istante; proprio in ogni istante, vede sempre meglio...Ci vuole una volontà fortissima a tenere lo sguardo verso il basso e vincere gli altri che vogliono che lo guardi in su. Ciò vinto, l’occhio vede. Quindi è esso che si è ribellato e ha vinto la volontà, ma questa deve ringraziare l’occhio... in sostanza, la volontà è la serva dell’occhio... Affondare in basso; per poi vedere meglio verso l’alto, vedere le stelle a testa capovolta. L’essenziale è che l’immagine sia chiara, poi ci pensa il cervello a raddrizzarla. Ma a queste cose non bisogna che io ci pensi; sarebbe finita...l’occhio fa da sé... Lei se lo immagina l’occhio? Si è l’occhio che guarda se stesso, l’occhio si. specchia nella luce. Non vedo l’occhio, ma in sostanza so com’è»

Mentre in vivo possiamo provare a descrivere una serie di messaggi che lo sguardo dell’altro veicola, ad esempio lo sguardo che penetra, lo sguardo che paralizza, lo sguardo che fa vergognare, lo sguardo che desidera, lo sguardo che accarezza, lo sguardo che ignora, lo sguardo che disprezza, lo sguardo che sfida, lo sguardo che incute timore. lo sguardo che conferma, lo sguardo che disconferma, a distanza io posso sono fantasticare ed immaginare lo sguardo dell’altro. Ma questo sguardo dell’altro su di me, sia in presenza che a distanza, immaginato e/o immaginario, è veramente lo sguardo dell’altro? E, se non è proprio lo sguardo dell’altro, è veramente solo il proprio sguardo su di sé traslato all’altro? O piuttosto qui si avanza un’altra ipotesi, che mentre nelle situazioni ordinarie (selfie) scorre anonima, nelle situazioni cliniche diventa causa di un’angoscia incontenibile? L’ipotesi è che lo sguardo presunto dell’altro diventi, in realtà, lo sguardo del “visibile, che cattura ed espropria il sé, esponendolo al pubblico dominio, dannato per sempre, inchiodato ad un’immagine eterna. Per certi versi la tragicità di alcune situazioni cliniche sta nell’espropriazione dell’immagine di sé dal proprio, ma anche dall’altrui dominio, e la sua consegna ad un’entità impersonale, immateriale, atmosferica, pervasiva, che purtroppo non lascia scampo. E’ tutta la propria esistenza che, catturata dall’artiglio di questo sguardo, finisce triturata sotto il dominio dell’ “man”, cioè del “si”. E’, questa, la tremenda dittatura del “si”. Essa, nel caso del selfie, conferisce brivido del “quarto d’ora di celebrità”, parafrasando Andy Warhol, oppure dà l’avvio a vicende giudiziare (v. revenge porn) che, in alcuni clamorosi casi di cronaca, sono esitati nel suicidio della vittima. Nel caso della collisione degli sguardi, sia che essi si manchino (Leonilda), sia che essi si ustionino fino alla necessità’, da parte di uno, di  accecare l’altro, sia che il blocco dello sguardo al di sotto dell’orizzonte del mondo rappresenti l’estremo tentativo di sottrarsi all’anodina e feroce dittatura del “si”, l’atto motorio è la reazione compensatoria del soggetto alla sottrazione e dissoluzione del sé nella polluzione visiva universale. Gli “altri” che non vedono più Leonilda, non sono solo le “bizzoche” della chiesa che l’hanno guardata come una puttana all’uscita da certi alberghi con un uomo sposato: essi sono il mondo. Marco acceca Valerio non come Ulisse acceca Polifemo, non si tratta di un’aggressione ad personam, si tratta di una rivolta contro lo sguardo del cielo, che è pervasivo, ma, che in quel momento, si è concentrato come fa una lente biconvessa ustoria, in un punto. E in quell’unico punto va distrutto. E’ il terzo caso, quello di Callieri, che fornisce l’avvio di questo tipo di lettura. Callieri, infatti, commentava così: “Un aspetto ci preme sottolineare, di questa veramente originale comunicazione, di grande densità fenomenica: il distacco dell’occhio, l’autonomia di esso dalla persona, la sua personalizzazione impersonale. Il paziente non parla mai di sguardo; esperimenta il suo occhio non come il semplice portatore dello sguardo, ma come l’organo-che-vede, come colui-che-vede, l’Occhio. In questa direzione il commento di Federico Leoni: “In uno dei casi trattati da Callieri l'occhio viene vissuto da un paziente come un organismo a sé stante, qualcosa di estraneo rispetto all'insieme dell'organismo in cui è inserito, un'entità dotata di propria vita, di propria intenzionalità, di propria autonomia” (F. Leoni, Pol.it 2001). A partire da questa intuizione di Callieri potremmo forse dire che in alcuni casi l’occhio e lo sguardo si de-soggettivano, si de-personalizzano e si de-realizzano, nel senso che non appartengono più neanche all’altro, come non appartengono al sé. Si tratta di dimensioni che entrano nella sfera del visibile, di ciò che è visibile. In questo il fenomeno del selfie, scandagliato a fondo da Stanghellini, è grande di aiuto. Poiché inviare un selfie a qualcuno è inviarlo al mondo, oppure, meglio, se lo si pubblica direttamente su una piattaforma social, esso è subito di tutti, assume una vita autonoma, affidata al vento dell’etere che la porta dovunque. La potenza icastica del selfie sta nella cristallizzazione di quanto più mobile, vivo e dinamico ci sia: lo sguardo. Ecco che Leonilda non scende travestita, o quando gli altri non ci sono, poiché ella non è più vista, ma non dagli altri, dal cielo. Non è vista e dunque non esiste (il “videor ergo sum” di Stanghellini). E qualcuno che non esiste non può uscire ed avere vita. Fuori dalla convalida dello sguardo pubblico il fatto privato non esiste. Esso rischia di non esistere più neanche per se stessi. Sarebbe accettabile per un turista contemporaneo viaggiare e visitare luoghi, città, incontrare persone senza la possibilità di inviare in un circuito di rimandi le proprie immagini di sé-in-quel-mondo? Il non farlo equivarrebbe a non esserci mai stato. Nessuna parola e nessun racconto possono reggere la potenza iconica del selfie. Il selfie è intraducibile in parole. Evidentemente qualcosa ci è sfuggito.  Abbiamo inclinato la storia, per lo meno a partire dal Rinascimento, verso la soggettività e la soggettivazione. Questi fenomeni riportano al cuore della vita, invece, lo strapotere del “si”, dell’impersonale, del né mio né tuo, ma neanche nostro. Qualcosa è andato storto. Nella clinica degli stati psicotici noi psichiatri siamo abituati ad avere a che fare con questa entità extrapersonale ed extrasoggettiva che influenza, che parla, che impone, che agisce, che strazia, che incombe, che angoscia, che limita. Poiché il campo psicotico con la rottura degli argini dell’io apre questa terra di nessuno. Quello che ci sconcerta, adesso, è vedere come anche in situazioni non clinicamente psicotiche (il fenomeno del selfie é solo un esempio di questo mood) le soggettività che tanto avevamo costruito (soggetti di diritto, soggetti di libertà etc), sono in realtà as-soggettate ad un’entità che non si chiama più Dio, che non si chiama più Partito, che non si chiama più Patria, che non si chiama più Famiglia, rispetto alle quali entità un eroico percorso di emancipazione è stato tracciato.  Cionondimeno questo “fantasma impersonale”, di cui noi abbiamo contezza dai racconti smozzicati dei folli e dai loro agiti, a volte tragici, continua ad esistere e ad “assoggettare” Come psichiatri e come terapeuti nel nostro piccolo, alcuni di noi continuiamo a  lavorare con i resti o le macerie delle soggettività che incontriamo, cercando quel raccordo con l’altro che rifondi la possibilità umana di vivere nel mondo in quanto communitas. Chiedo scusa a tutti di queste divagazioni, soprattutto all’Autore del libro, che ho gustato molto e che spero di non aver travisato troppo. Consideratele come l’S.O.S di uno psicopatologo prima di essere spazzato via, insieme ai suoi pazienti, dallo strapotere del COVIDPerdere questo spazio, grande, quadrato e aperto al centro simile ad un antico chiostro, tra i pini marini, dove potersi urtare nella danza della crisi acuta come bianche farfalle inebriate dal sole o come innocue molecole di gas regolate dal secondo principio della termodinamica, per finire incastrati alle grondaie dell’ospedale, in un nido di ragno a strette maglie di acciaio, come una trappola del vento, è, per tutti noi, un dolore troppo grande.  

 

> Lascia un commento


Commenti

Caro Gilberto, è sempre un gran piacer leggere le tue riflessioni, il tuo 'occhio' sulle cose diventa un arricchimento.
Grazie Vilma Del Bianco


Totale visualizzazioni: 1273