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di Massimo Lanzaro

COVID: appunti iniziali per un paradigma di psicopatologia collettiva

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9 novembre, 2020 - 09:16
di Massimo Lanzaro
Il filosofo Giorgio Agamben è stato tra i primi a mettere in guardia dai nuovi paradigmi che hanno un impatto sulla psiche collettiva: “Abbiamo abdicato alle nostre relazioni, ci dice l’autore, in nome di un rischio che inasprisce le incertezze, aumenta le celebrazioni e i dispositivi protettivo-repressivi sull’ordinario: muta il nostro linguaggio, facendoci familiarizzare con la prossimità in termini di “assembramento”, con la cittadinanza e la reliance in termini di “distanziamento”, sostituendo la “nuda vita” agli orizzonti di senso e aggregazione del vivere comune e, sull’onda delle tesi di Zylberman, producendo una sorta di “civismo superlativo in cui gli obblighi imposti vengono presentati come prove di altruismo e il cittadino non ha più un diritto alla salute ma diventa giuridicamente obbligato alla salute”.

Provo ad individuare alcuni dei meccanismi psicopatologici potenzialmente all’opera nello scenario descritto, senza pretesa di sistematicità, con più dubbi che certezze.
 
La salienza aberrante
 
La salienza costituisce un processo di integrazione grazie al quale oggetti e stimoli provenienti dall’ambiente esterno o dal nostro stato interno raggiungono l’attenzione, acquistano rilevanza e diventano in grado di influenzare pensieri e comportamenti. Al contrario, la salienza aberrante rappresenta un’incorretta attribuzione di significato a stimoli neutri. Essa possiede un ruolo fondamentale durante la formazione di sintomi psicotici, soprattutto nella strutturazione della “rivelazione” e, come molti studi hanno riportato, sembra collegata anche al mantenimento di tali disturbi.
Il docente emerito di virologia all’Università di Padova Palù ha detto: "C'è troppo allarmismo. La letalità del Covid è tra lo 0,3 e 0,6%. Tracciare gli asintomatici non ha senso". E’ questa una forma di “salienza aberrante” indotta dalla comunicazione di massa? C’è una incorretta attribuzione di rilevanza a dati che potrebbero essere comunicati in maniera “meno allarmante”?
 
Il sovraccarico superegoico
 
Ci sono persone che non riescono a perdonarsi nulla, si condannano per ogni minima sbavatura pretendendo da se stesse risultati eccelsi, impeccabili. Secondo la teoria psicoanalitica, è in questo contesto che si manifesta il super io, ovvero, tra le altre cose “il senso del dovere”.
Del nostro apparato psichico, il super io è l’unica istanza che si origina completamente per l’introiezione di qualcosa di esterno. Secondo Freud, il super-io si origina dall’interiorizzazione dei codici di condotta, dei divieti, degli schemi di valore (bene/male, buono/cattivo, giusto/sbagliato…) che il bambino assume dal rapporto con i genitori.
 
Il Super-io è costituito da un insieme eterogeneo di modelli comportamentali, oltre che di divieti e comandi, e rappresenta un ipotetico ideale verso cui il soggetto tende con il suo comportamento.
Proclami di divieti e comandi si sono moltiplicati negli ultimi mesi, fino a “non andate a trovare i nonni”. Non entro nel merito della qualità e dei contenuti, ma sottolineo la quantità debordante e, talora, confusiva.
 
Il pericolo di un sovraccarico superegoico è quello di contribuire ad una regressione ma allo stesso tempo una disintegrazione che esita nel senso di perdita dell’integrazione o sintesi dell’Io.
 
Il panico come scotomizzazione di Pan
 
Panico viene da Pan e Pan è, come diceva James Hillman, gli dei che abbiamo trascurato sono diventati sintomi o malattie. Nel mio immaginario, c’è proprio un  continuum tra il sintomo diabolico (“dia ballo”) del panico e dall’altra parte il simbolo (“dia ballon”, il simbolo, il numinoso) quando Pan viene riconosciuto ed espresso adeguatamente (mi si perdonerà l'ipersemplificazione).
Ecco cosa dice James Hillman nel suo saggio su Pan pubblicato da Adelphi. “Noi non possiamo ripristinare”, dice James Hillman, “un rapporto armonioso con la natura semplicemente limitandoci a studiarla”, cioè con la cognizione, con la dimensione cognitiva. Anche la preoccupazione ecologica è ancora cognitiva, non possiamo venire a capo della natura solo con l’ecologia. “Finché facciamo così Pan rimane sempre represso nella psiche, e natura e istinto non potranno che andare in malora quali che siano i nostri sforzi a livello razionale per mantenere le cose apposto. Se si vuole restaurare, conservare e promuovere la natura là fuori e dentro di noi deve essere restaurata, conservata e promossa in egual misura a livello emotivo”. Il livello emotivo è quello su cui sovente i media, con molti (troppi?) biases, "fanno leva".
 
Il diniego della vulnerabilità umana
 
Il concetto di "negazione" intesa come diniego venne analizzato per la prima volta da Anna Freud durante il Novecento. Secondo Freud, la negazione (Verneinung) sarebbe da intendersi come un meccanismo della mente immaturo perché in conflitto con la capacità di apprendere e affrontare la realtà. Freud ammette che la negazione si verificherebbe più spesso nelle menti mature quando hanno a che fare con temi come la morte. Il concetto di Verneinung venne approfondito da altri, fra cui Elisabeth Kübler-Ross, secondo cui esso sarebbe la prima delle cinque fasi del lutto. Il fenomeno si verificherebbe fra i sopravvissuti di un tragico evento quando vengono a conoscenza della morte di qualcuno. Questo tema in relazione al Covid è stato affrontato nell’ebook “Virus. Catastrofe e solidarietà” di Slavoj Zizek, pubblicato da Ponte alle Grazie, cui rimando e che mi sento di raccomandare.
 
Seguendo questo link: https://www.worldometers.info/it/ ci si rende conto della proporzione tra il numero di persone che muoiono nel mondo ogni giorno a fronte di quelle il cui exitus è dovuto ad una specifica causa. Desta perplessità il fatto che questo genere di dati non vengano sistematicamente comunicati dai mass media e si potrebbe tornare a pensare alla salienza aberrante.
 
 
E' forse attraverso queste strade che, ad esempio "State of mind" (https://www.stateofmind.it/2020/02/coronavirus-isteria-collettiva/) arriva a parlare di psicosi collettiva (intendendo il termine di psicosi in senso propriamente clinico). Mi ripropongo di continuare queste riflessioni ed elaborare questi appunti.

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