Covid19 e Ipocondria: vivere come un malato

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2 dicembre, 2020 - 13:57
In questo particolare momento della nostra vita personale e sociale, così segnata dalla sofferenza causata dalla pandemia da Covid 19,  prendiamo contatto con le nostre fragilità sociali e personali e ci rendiamo conto che abbiamo paura. Sena alcuna pretesa di sottovalutare il pericolo e tanto meno echeggiare a discorsi negazionisti, vi propongo alcune riflessioni su una particolare nevrosi psicologica: l’ipocondria. 

Molto spesso,  rispetto alla nevrosi ipocondriaca o,   “malattia del malato immaginario”,    ci sentiamo autorizzati a sottovalutare il disagio di chi ne soffre. A  mio parere   c’è una responsabile  sottovalutazione clinica e sociale di questa nevrosi che è invece una vera sofferenza e che purtroppo  costa tanto, in tutti i sensi. 

 

COS’È  L’ IPOCONDRIA? 

L’ ipocondria è caratterizza da una eccessiva e continua attenzione al proprio corpo, alla propria salute fisica e da una sproporzione fra l’apprensione e l’ansia che il soggetto prova ed un eventuale disturbo organico o funzionale. Psicologicamente tale ansia si associa spesso ad un pietoso stato di depressione cronica che si cortocircuita a livello somatico. 

Le persone ipocondriache  tendono a somatizzare e a soffrire  di quelle malattie  che diagnostichiamo come  psicosomatiche. Sono persone si propongono ai familiari, medici, amici e conoscenti come se fossero continuamente colpiti da malattie gravi e in un continuo pericolo di vita. 

L’ IPOCONDRIACO È AMMALATO DI PAURA DI AMMALARSI. 

La letteratura con Molière e il suo “Malato immaginario”, ha tratteggiato un quadro di tale sofferenza, mettendo in risalto l’insicurezza cronica, la continua e immotivata paura e  la grottesca e irrazionale condotta personale quasi da muovere  in noi un sorriso. 

Se però pensiamo   che  secondo statistiche abbastanza credibili, il 2, 3 % della popolazione è affetta da questo disturbo e il 20, 25 % della popolazione che ogni giorno frequenta le sale d’ attesa del medico di base,  ha motivazioni ipocondriache e che tutto ciò ha dei costi individuali e sociali altissimi, forse il sorriso si spegne. 

Queste sono persone che fanno collezione di piccoli e a volte purtroppo, grandi interventi. Riescono a farsi togliere di tutto: cisti, nodulinifibrometti, appendice, tonsille e farsi fare gli esami clinici e  strumentali,  in ogni parte del corpo. Passano da uno specialista all’altro e non trovano mai alcun giovamento da nessuna delle cure praticate. Il quadro clinico rimane sempre invariato. Pensiamo alle migliaia e migliaia di esami clinici che vengono eseguiti  non per una necessità diagnostica ma per quietare un’ansia che per altro,  per definizione,  non sarà mai sedabile. 

Pensiamo all’enorme quantità di medicine  da banco e prescritte che vengono buttate via, comprate e a volte gettate, senza neanche aprire la scatola. 

Però, ciò che  a noi interessa,   sono le motivazioni psicologiche dell’ ipocondria  che apparentemente si rigenera e non si placa mai. Il malessere psicologico, reale, del paziente ipocondriaco pone problemi terapeutici difficili. Questi pazienti, pur riconoscendo l’irrazionalità delle loro preoccupazioni,  difficilmente ammettono un disagio psicologico. Solo in alcuni casi possono accettare interventi miranti a diminuire lo stress, senza chiaramente toccare le cause che l’hanno provocato. 

PSICODINAMICA DELL’ IPOCONDRIA. 

La psicanalisi ci ha spiegato che l’ipocondriaco, per motivi legati alle difficoltà che presumibilmente ha incontrato nei primi anni di vita, ad un certo punto ha ritirato il suo investimento affettivo, libidico, aggressivo sugli altri e l’ha concentrato su se stesso. Ciò comporta un’ansia terribile, un corto circuito energetico che attiva pulsioni di morte che vengono bloccate dalla paura di morire. Non basta un tampone negativo per sedare l’ansia di questi pazienti. Egli ha paura di morire perché una parte di Sé vuole morire e  mette in scena una continua tragedia perché,  finché è ammalato, c’è qualcuno, all’esterno della sua situazione mortifera interna  che lo vuole vivo. 

FINCHÉ È AMMALATO NON RISCHIA DI MORIRE. 

Paradossalmente ma non troppo, il medico giusto è quello che non cura mai questi pazienti ma che è disposto ad essere sconfitto da questi malati sani e che accetta di vivere una funzione contenitrice. 

Questo non significa che non sia possibile uscire dal tunnel della malattia ma,  occorre forza e consapevolezza che il percorso è doloroso e difficile. Ho visto tanti  pazienti che ce l’hanno fatta. Ricordo Teresa, una paziente di 40 anni che forse aveva passato negli ultimi anni più tempo con i medici che con gli amici e i familiari che alla fine della terapia,  mi disse: “lei forse non lo sa Dottore ma  solo ora, mi sento me stessa”. Questo è il solo scopo di una psicoterapia: aiutare l’altro, qualunque  siano le difficoltà,  a recuperare se stesso. 

Il resto sono “medicine”per lo meno inutili. 

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