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Terzo millennio: appunti di cinema, psichiatria e mass-media
di Massimo Lanzaro

COVID E PERDITA

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8 marzo, 2021 - 15:23
di Massimo Lanzaro

Gli esseri umani, pur sforzandosi di essere razionali affidandosi alla logica, sono anche profondamente pre-logici, il che significa che le emozioni giocano un ruolo fondamentale a volte anche ribaltando le scelte più pianificate o basate su dati di fatto.
Una delle reazioni principali di base nel caso di eventi come questa pandemia da Coronavirus è sperimentare paura, emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza. Insieme alla paura tendiamo poi ad elaborare risposte più articolate, tipiche dell’essere umano. Il concetto di disenfranchised grief, difficilmente traducibile e a mio modesto avviso complessivamente sottostimato dalla letteratura, implica un “lutto nascosto”, “una perdita non riconoscibile o riconosciuta, anche socialmente”. È tuttavia una dinamica interiore molto importante, che andrebbe identificata in quanto si verifica in seguito alla privazione (perdita) di un diritto o comunque di un elemento importante nell’ambito della costellazione psichica di un individuo, e mette in moto meccanismi emotivi e cognitivi, consci ed inconsci, sovente sovrapponibili nei loro effetti a quelli di un lutto “reale”.
 
Il modello a cinque fasi, elaborato nel 1970 da Kubler-Ross, rappresenta uno strumento che permette appunto di capire alcune di queste dinamiche mentali. Inizialmente applicato alla persona cui è stata diagnosticata una malattia terminale, poi gli psicoterapeuti hanno visto che è valido anche ogni volta che ci sia da elaborare un lutto solo affettivo e/o ideologico e in senso lato a qualsiasi evento che viene percepito più o meno inconsciamente come “perdita”. Il saggio breve Lutto e Melanconia rappresenta un documento di notevole lucidità, nonchè del talento di scrittore di Sigmund Freud, ed è analogamente importante per una compresione integrata della psicopatologia di una “disenfranchised grief”. 
 
 
Potremmo dire in altre parole che la reazione psicologica ad un lutto reale spesso non si discosta molto da quella che segue ad una perdita significativa di “cose immateriali”. E’ stato ipotizzato che la reazione tipica a questo genere di sofferenza possa essere inoltre compendiato e riflesso in quello che è stato definito “l’archetipo di Giobbe” (Lanzaro, 2011).
 
Ecco alcuni esempi di disenfranchised grief nel contesto attuale:
 
·      La reazione della persona cui viene diagnosticata una malattia (ad esempio l’infezione da coronavirus, che comporta perdita dello stato di salute);
·      L’elaborazione della possibilità di perdere un congiunto;
·      La perdita della sicurezza ontologica come parte della struttura identitaria;
·      La perdita temporanea del partner se ubicato in luoghi temporaneamente non raggiungibili;
·      La perdita della “libertà” (di movimento, di incontrare persone care, di andare in palestra, di prendersi cura del proprio corpo – perdita di elementi importanti dell’immagine di sé);
 
·      La perdita degli affetti familiari;
·      Perdita di un margine di sicurezza relativo alla salute dei propri cari;
 
·      Perdita di stabilità (il continuo cambiamento delle zone, apparentemente “insensato”, perdita di senso);
 
·      Perdita della possibilità di spostarsi/viaggiare;
 
·      Perdita della possibilità di socializzare;
 
·      Perdita di (molte/alcune) opportunità di incontrare un partner;
 
·      Perdita del lavoro (ristoranti etc.);
 
·      Perdita di fonti di reddito, perdità di stabilità o sicurezza economica;
 
 
Sottolineo che le fasi "alla Kubler-Ross" in una persona possono alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, come vedremo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte. Un’analisi approfondita meritano in particolare gli sviluppi della fase depressiva, anche in correlazione agli scitti ed alle intuizioni di Sigmund Freud sull’argomento. C’è di più: questa chiave di lettura è applicabile sia a livello del singolo individuo che nella dimensione sociale, come ha fatto notare recentemente Slavoj Žižek.
 
È possibile distinguere le stesse cinque fasi in ogni congiuntura che pone la società di fronte a una qualche rottura traumatica o catastrofica. Prendiamo dunque l’esempio dell’epidemia COVID 19. Anzitutto dopo lo shock c’è stata la fase di negazione (“non sta succedendo nulla di grave, è una banale influenza); quindi rabbia e paura accentuata, di solito sotto forma di razzismo o anti/statalismo (“la colpa è di quei luridi cinesi, lo stato è inefficiente”); segue la negoziazione (“va bene ci sono alcune vittime ma si possono limitare i danni se…”); se non funziona insorge la depressione e infine l’accettazione. 
 
Che forma potrebbe assumere a livello collettivo l’accettazione? Forse rammentandoci la contingenza ultima della vita: per quanto spettacolari possano essere gli edifici che fondiamo una stupida contingenza naturale come un virus o un asteroide può decretarne la fine ... per non citare la lezione dell’ecologia ovvero che noi umani senza nemmeno rendercene conto possiamo contribuire a questo triste epilogo.

Per quanto ne sappia, questa è una idea originale. Auspico di essere smentito nei commenti, ne sarei lieto, ma pochi o nessuno fa un lavoro specifico sulle "perdite immateriali", che invece secondo me proprio in questo periodo storico sono un aspetto psicopatologico fondamentale, sia a livello collettivo che individuale.

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